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Guerra in Ucraina, sono 60 i foreign fighters italiani. «Neri» e «rossi». L’allarme dell’Antiterrorismo

Sono 17mila, provenienti da 50 paesi diversi, i combattenti stranieri sul fronte orientale: si sono uniti a nazionalisti e separatisti

Sarebbero una sessantina i foreign fighters italiani presenti in Ucraina orientale tra le file dei separatisti e dei nazionalisti. Il totale di stranieri è di 17 mila persone provenienti da 50 paesi diversi. Il rischio, dice l’Antiterrorismo secondo il Corriere della Sera, è un «travaso in organizzazioni che fanno parte della galassia dell’ultranazionalismo» al loro rientro. Per loro l’Ucraina diventa quello che la Siria è stata per i jihadisti. E «potrebbero rientrare come terroristi capaci di compiere attentati e soprattutto di diventare “cattivi maestri” per tanti giovani».


«Il generalissimo»

«L’Ucraina come Stato unitario cesserà di esistere, ha venduto l’anima al diavolo», scrive dall’ospedale di Lugansk Andrea Palmeri, già ormai celebre come mercenario italiano nel Donbass. 42 anni, capo ultrà dei Bulldog, una delle curve più nere d’Italia, quella della lucchese, è indagato in Italia nell’inchiesta su reclutatori e mercenari combattenti filorussi nel Donbass. Su di lui pende un mandato di arresto europeo. Il «diavolo», dal suo punto di vista, è l’Occidente, scrive il Corriere: Stati Uniti in testa, e l’Italia «colonia americana, non alleati ma servi». Continua ad aggiornare Facebook, Palmeri, con il suo profilo con bandiera imperiale di «Santa Madre Russia». «Un vero fascista italiano si è unito alla nostra milizia!», disse nel 2014 il governatore dell’autoproclamata repubblica autonoma di Donetsk (riconosciuta dal presidente russo Vladimir Putin insieme a quella di Lugansk alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina), commentando l’arrivo di Palmeri (detto «il generalissimo» da quand’era capo degli ultrà del Lucca e con all’attivo una condanna a 5 anni). Dal 2014, scrive ancora il Corriere, Palmeri ha raccolto fondi e ha addestrato soldati di ventura.


Questi “combattenti” vengono nel radicalismo nero (ma non solo). Sono vicini a Lealtà e Azione, a Forza nuova e a formazioni naziskin, e ci sono già due primi processi, a Messina e Genova, a carico di reclutatori e mercenari, nonché le prime condanne, spesso in contumacia. Più che i soldi (400 dollari al mese) la molla è l’esaltazione. «Per noi e i ragazzi europei il Donbass può rappresentare ciò che era la Fiume del Novecento», dice in un’intercettazione Orazio Maria Gnerre, amico del leader di Forza Nuova Roberto Fiore, ora in carcere per l’assalto alla Cgil a Roma. Gnerre è stato coinvolto nel processo a Genova a un ex parà russo e a un aspirante legionario moldavo, e la sua posizione è stata archiviata. Politologo e saggista, rifiuta la definizione di «estremista di destra» e ha creato il «Millennium-partito comunitarista europeo» con «rapporti culturali» con Alexandr Dugin, politologo e filosofo antimodernista russo formatosi su Julius Evola e centrale nel pensiero filosofico russo dopo la caduta del Muro di Berlino.

Il filone rosso

Tra i combattenti in Ucraina ci sarebbe anche un romano di cui ancora si cerca di ricostruire l’identità: sarebbe partito dal «Comitato per il Donbass antinazista» del quartiere San Lorenzo a Roma: noto al momento solo come «comandante Nemo», è l’anima della brigata InterUnit. Questa è l’altra anima del fenomeno rossobruno. E nel processo di Genova, in effetti, c’è anche Luca Pintaudi, militante dell’estrema sinistra già vicino al Pkk curdo. Sempre secondo il Corriere, i neonazisti del battaglione Azov avrebbero intessuto rapporti con CasaPound. E «in Ucraina e in Russia ci sono pure movimenti che si dicono comunisti ma al 90% delle cose la pensano come noi», dice ancora Gnerre. «È stato bello sparare come i pazzi, vrrrumm, vrrummm!», si esalta Pino Russo, nome che emerge invece nell’inchiesta di Messina. «Spara per primo, per non fare la fine di Piero», dice Palmeri citando Fabrizio De André.

In copertina Andrea Palmeri

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