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Processo per terrorismo e rischio ergastolo: cosa succederà ai soldati di Azovstal dopo la resa

Oggi la Duma voterà una risoluzione: a rischio lo scambio di prigionieri promesso da Putin. Mistero sul destino dei militari ancora nascosti nei cunicoli dell’acciaieria

«Abbiamo bisogno di eroi vivi», ha detto il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky annunciando l’evacuazione (e la resa) dei soldati assediati per 82 giorni nell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Ma mentre gli ultimi bus con i militari ucraini arrivano a Olenivka, nel territorio controllato dalla Repubblica separatista di Donetsk, il destino dei reduci in mano ai russi sembra essere segnato. Mentre resta incerta anche la sorte dei soldati rimasti nei tunnel dell’acciaieria, che potrebbero essere alcune centinaia. E da Mosca non arrivano segnali incoraggianti. Mentre secondo alcune fonti il Cremlino – e addirittura Vladimir Putin in persona – avrebbe garantito un trattamento negli standard internazionali, per la Duma sono «terroristi». E in quanto tali non possono essere oggetto di scambio di prigionieri.


La resa dei militari nell’acciaieria

Ieri cinque pullman sono arrivati ​​nella città russa di Novoazovsk, dove Mosca ha detto che i feriti sarebbero stati curati. La tregua su Azovstal, annunciata da Mosca nell’82esimo giorno di conflitto, è stata rispettata. Lo stato maggiore dell’esercito di Kiev ha comunicato che la guarnigione di Mariupol ha compiuto la sua missione, fermando il piano dei russi di conquistare Zaporizhzhia e permettendo all’esercito ucraino di riorganizzarsi. Ed ha chiesto ai suoi comandanti di concentrarsi sull’obiettivo di «salvare le vite» di chi è rimasto nell’acciaieria. Il capo del Battaglione Azov, Denis Prokopenko, che da settimane chiedeva un intervento politico per sbloccare la situazione, ha accettato. La viceministra della Difesa ucraina Anna Malyar ha annunciato che era stato raggiunto un accordo con i russi per uno scambio dei prigionieri che si sono consegnati.


Ma a questo lieto fine per ora credono in pochi. «I criminali nazisti non dovrebbero essere scambiati, ma processati», ha tuonato il presidente della Duma Vyacheslav Volodin. Oggi la camera bassa del parlamento russo potrebbe già votare una risoluzione. Mentre la procura generale ha chiesto alla Corte suprema di riconoscere gli Azov come «organizzazione terroristica». Non sono gli unici a pensarla così. «I soldati del battaglione Azov non meritano di vivere dopo i mostruosi crimini contro l’umanità che hanno commesso», ha invece detto il deputato russo, Leonid Slutsky secondo quanto riporta La Stampa, mentre il deputato della Duma, Sultan Khamzaev si è limitato a chiedere l’ergastolo: «Credo che dopo aver fornito loro le cure mediche necessarie, tutti i nazionalisti dovrebbero essere condannati alla pena più grave per i crimini che hanno commesso».

Nascosti nei cunicoli

Poi ci sono gli irriducibili ancora nascosti nei cunicoli dell’acciaieria. Dei quali non si conosce con certezza ancora il numero. Fino a tre settimane fa, ricorda oggi il Corriere della Sera, si parlava di duemila combattenti di cui seicento feriti e di un migliaio di civili. La viceministra Malyar ha detto di conoscere il reale numero dei superstiti ma di non poterlo rivelare. Visto che non tutti i combattenti nell’acciaieria facevano parte del Battaglione Azov, è possibile che i soldati regolari della guardia ucraina si siano consegnati per primi in cambio della vita. Per gli altri il destino sarà necessariamente diverso. Mentre è evidente che la completa evacuazione dell’ultimo bastione di Mariupol potrebbe costituire una svolta, se non altro simbolica, in questa guerra. Segnando la prima sconfitta significativa degli ucraini dall’inizio dell’invasione.

La città portuale, seppur ridotta in macerie dopo quasi tre mesi di raid e combattimenti, garantirebbe ai russi di completare il corridoio di terra che collega il Donbass alla Crimea. Privando l’Ucraina di gran parte dell’accesso al mare. Intanto Sandra Krotevych, sorella di un ufficiale della Brigata Azov, in un’intervista a Repubblica oggi se la prende con l’Occidente. «Non posso essere soddisfatta quando grandi Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che ci avevano assicurato protezione col Memorandum di Budapest del 1994 in conseguenza del quale l’Ucraina ha accettato di consegnare tutte le nostre armi nucleari alla Federazione Russa, non hanno potuto fare di più per salvare persone come mio fratello che a Mariupol hanno reso possibile l’impossibile. Ci sono Paesi terzi che dovevano prendersi la responsabilità e salvare la nostra gente. E non permettere l’orrore che hanno permesso», dice.

Foto copertina da: Nexta

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