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Influencer, giornalisti, manager e parlamentari: ecco la rete italiana di Putin nelle indagini del Copasir

Le ricerche sono entrate nel vivo: dai social network alle televisioni ai giornali, il gruppo si attiva nei momenti più caldi del conflitto con tecniche e strategie precise

Parlamentari, manager, giornalisti e lobbisti. Questa, secondo le indagini del Copasir, sarebbe la rete italiana di Vladimir Putin, l’arma propagandistica di cui il presidente russo si serve per orientare e condizionare l’opinione pubblica. Dai social network alle televisioni ai giornali, il gruppo si attiva nei momenti più caldi del conflitto, attaccando i politici schierati con Kiev, sostenendo tutti coloro che si mostrano favorevoli alla Russia. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica continua a indagare su una realtà in Italia ben radicata: dai gruppi ai battitori liberi, la rete filo putiniana si serve delle piattaforme più conosciute come TikTok, Instagram, Telegram e Facebook ma anche di quelle meno in voga come Parler ed ExitNews. Un gioco di controinformazione che il Copasir sta studiando anche e soprattutto nelle sue tempistiche e strategie.


I nomi

Nelle indagini tuttora in corso emergono alcuni dei nomi più rappresentativi della rete italiana pro Putin. Tra gli esponenti politici c’è Vito Petrocelli, senatore espulso dal M5S e destituito dal ruolo del presidente della Commissione Esteri del Senato . Laura Ruggeri, freelance, scrive articoli sulla rivista filo Putin Strategic Culture Foundation. Poi ci sono Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo, spesso ospite di trasmissioni televisive e dibattiti politici, Maurizio Vezzosi, analista e reporter freelance, Giorgio Bianchi, fotoreporter che gestisce un account da oltre 100 mila iscritti. E ancora: Claudio Giordanengo, dentista nel 2019 candidato con la Lega; Manlio Dinucci, promotore del Comitato «No Guerra No Nato»; Alberto Fazolo, economista e pubblicista che ha combattuto in Donbass.


La campagna sull’invio delle armi

Uno dei temi più caldi delle ultime settimane di guerra è senza dubbio l’invio delle armi da parte dei Paesi occidentali all’Ucraina, e in particolare dall’italia. In proposito, secondo quanto studiato dal Copasir, la campagna filorussa diffonde via social l’immagine delle bolle di spedizione dei dispositivi militari, facendo notare la data dell’11 marzo: una settimana prima dell’approvazione del decreto in Parlamento del 18 marzo. In prima linea nell’attacco c’è la giornalista russa Maria Dubovikova. Uno dei suoi bersagli è Pietro Benassi, rappresentante diplomatico italiano presso l’Ue ed ex consigliere diplomatico di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.

Poi l’attacco diretto è per Mario Draghi. «Non in mio nome» è il motto lanciato su decine di profili filorussi dell’estrema destra che contestano a Palazzo Chigi di aver spedito le armi «senza il consenso del popolo italiano». Da lì frasi come «ci mandano in guerra mettendo a rischio la sicurezza nazionale», «lo fa solo per l’ambizione di diventare segretario generale della Nato» e ancora «è il responsabile dell’aumento dei costi di cibo ed energia».

Quando Draghi attaccò Lavrov

Lo scorso 3 maggio il premier Draghi durante una conferenza stampa criticò duramente l’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Rete4. Tra gli aspetti contestati, il contraddittorio assente. In quel caso, come in molti altri secondo il Copasir, Twitter ha fatto da «enorme cassa di risonanza di fake news». Decine i tweet contro il premier: «Non tutela gli interessi italiani e ha un’impostazione dittatoriale» la versione principale, ribadita dalla portavoce di Lavrov Maria Zakharova intervenuta accusando «i politici italiani di ingannare il loro pubblico».

La tesi di un piano già presente dal 2019

Manlio Dinucci ha 84 anni, è un geografo e scrittore promotore del comitato «No Guerra No Nato». Un suo articolo sostiene che «l’attacco anglo-americano a Russia e Ucraina era stato pianificato nel 2019». Un testo che presto è diventato una specie di manifesto per i filorussi. Le tesi di Dinucci sono state riprese da Giorgio Bianchi, fotoreporter, e da Alessandro Orsini, il docente licenziato dall’Università Luiss dopo le sue dichiarazioni in televisione. Nel gruppo c’è anche Maurizio Vezzosi, reporter freelance che racconta il conflitto dall’Ucraina e invita «a informarsi non rimanendo alle notizie in superficie perché molti ucraini pensano che Zelensky sia responsabile della situazione, molti lo ritengono un “traditore”».

Mail bombing contro il Senato

Agli inizi di maggio, quando il grillino Petrocelli si rifiuta di lasciare la presidenza della commissione Esteri nonostante gli ultimatum espliciti del suo partito, la rete di Putin si mobilita per un bombardamento di mail verso indirizzi di posta elettronica del Senato. In prima linea ci sono canali Telegram No vax e pro Russia tra cui @robertonuzzocanale, @G4m3OV3R e @lantidiplomatico. Tra i più attivi sulla piattaforma anche la freelance Laura Ruggeri. Vive a Hong Kong e scrive su Strategic Culture Foundation, ritenuta dagli analisti «rivista online ricondotta al servizio di intelligence esterno russo Svr» e che, insieme a Russia Today, è artefice di una campagna massiccia contro le sanzioni.

La tesi della portavoce Zakharova per cui «l’Ue è la vera vittima delle misure contro la Russia» viene, secondo le indagini Copasir, periodicamente rilanciata dal «noto giornalista e diffusore di disinformazione» Cesare Sacchetti, con un canale Telegram di oltre 60mila iscritti. «L’Ue è costretta a tornare sui propri passi e a pagare il gas in rubli», scrive.

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