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Cosa succede sul salario minimo: l’accordo in Europa e come possono cambiare gli stipendi in Italia

Non saranno previsti massimi e minimi. Salvaguardata la contrattazione collettiva. La proposta italiana e gli effetti sugli stipendi

L’Unione Europea ha raggiunto un accordo sul salario minimo. Lo ha fatto sapere ufficialmente l’account Twitter della Commissione Affari Sociali del Parlamento Europeo, mentre una conferenza stampa per illustrare i dettagli è convocata per stamattina. La nuova direttiva sul salario minimo europeo attende ora il placet della Plenaria del Parlamento Ue (che però non può più emendare il testo) e la ratifica del Consiglio Ue. Toccherà poi ai Paesi membri recepirla. Secondo le ultime indiscrezioni sull’accordo nella Ue non saranno previsti massimi e minimi salariali. La direttiva punterà invece a istituire un quadro per fissare salari minimi adeguati ed equi. L’Italia è tra i sei Paesi dell’Ue senza una regolamentazione in materia.


In Lussemburgo è di 2.000 euro

Attualmente il salario minimo esiste in 21 paesi su 27 dell’Unione Europea. Non lo hanno Italia, Danimarca, Finlandia, Austria, Svezia, Cipro. Le differenze sono notevoli: si va dai 332 euro al mese della Bulgaria ai 2.000 del Lussemburgo. In totale sono otto gli Stati dove si supera quota 1.000 euro: Slovenia (1.074 euro), Spagna (1.126 euro), Francia (1.603 euro), Germania (1.621 euro), Belgio (1.658), Paesi Bassi (1.725 euro), Irlanda (1.775 euro). L’idea delle istituzioni europee è di rispettare le diverse tradizioni di welfare dei Ventisette, arrivando però a garantire un tenore di vita dignitoso, a ridurre le disuguaglianze e a mettere un freno ai contratti precari e pirata. Si mira poi a «rafforzare il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva».


La copertura della contrattazione collettiva in particolare dovrebbe venir fissata in una soglia compresa tra il 70% e l’80%, stando ai due obiettivi fissati rispettivamente da Commissione e Parlamento europeo. Tra i punti della proposta europea c’è la necessità di legare i salari all’inflazione oppure al costo di un paniere di beni specifico. Ci saranno eccezioni per determinate categorie di lavoratori. Il punto centrale sarà la definizione di salario minimo adeguato. Gli Stati membri dovrebbero fissare i loro salari minimi legali e valutarne l’adeguatezza in base a criteri numerici. Un punto in discussione, spiega oggi il Corriere della Sera, è l’articolo 6 sulle «variazioni e trattenute». Ovvero le voci attribuite al salario come la divisa o i costi perla strumentazione che potrebbero portare a un impoverimento del valore totale.

Cosa c’è nell’accordo sul salario minimo in Europa

Il Consiglio d’Europa spiega in una nota che la nuova direttiva stabilisce una serie di procedure per l’adeguamento dei salari minimi legali. Promuove la contrattazione collettiva sulla fissazione dei salari e migliora l’effettivo accesso alla protezione del salario minimo per quei lavoratori che hanno diritto a un salario minimo ai sensi del diritto nazionale. Ad esempio mediante un salario minimo legale o contratti collettivi. Secondo la direttiva anche gli stati membri che hanno già un salario minimo legale sono invitati a istituire un quadro procedurale per stabilire e aggiornare questi salari minimi secondo una serie di criteri chiari. Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno convenuto che gli aggiornamenti dei salari minimi legali avranno luogo almeno ogni due anni (o al massimo ogni quattro anni per quei Paesi che utilizzano un meccanismo di indicizzazione automatica).

Le parti sociali dovranno essere coinvolte nelle procedure per fissare e aggiornare i salari minimi legali. L’accordo tra il Consiglio e il Parlamento europeo prevede che, laddove il tasso di copertura della contrattazione collettiva sia inferiore a una soglia dell’80%, gli Stati membri debbano stabilire un piano d’azione per promuovere la contrattazione collettiva. Tra le misure ci sono anche controlli da parte degli ispettorati del lavoro, informazioni facilmente accessibili sulla protezione del salario minimo e lo sviluppo della capacità delle autorità di contrasto di perseguire i datori di lavoro non conformi.

L’Italia e il salario minimo

Il Parlamento Ue voleva eliminarlo mantenendo però il monitoraggio da parte degli Stati membri. Consiglio e Commissione volevano mantenerlo per avere un paletto che fornisse una garanzia giuridica. L’Italia è uno dei sei paesi Ue senza salario minimo. Dal primo ottobre la Germania lo porterà a 12 euro l’ora. La proposta di cui si discute in Italia prevede un reddito minimo pari al 60% del salario mediano lordo. Oppure al 50% del salario medio lordo. «In Italia, nel solo settore privato, questi due valori corrispondono a 10,59 euro e 7,60, quindi la cifra media è 9 euro», ha spiegato di recente il presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Questo vuol dire avere salari netti di poco superiori a mille euro al mese. «Con le retribuzioni stagnanti e un’inflazione che corre verso il 7% credo sia un livello minimo congruo».

Repubblica spiega oggi che attualmente sono 4,6 milioni i lavoratori che percepiscono meno di 9 euro: si tratta del 30% del totale, del 26% di quelli privati, del 35% degli operai agricoli e del 90% dei lavoratori domestici. Portare il salario minimo a 9 euro l’ora significherebbe far arrivare nelle tasche dei lavoratori un totale di 8,4 miliardi in più al netto delle maggiori tasse che incasserà lo Stato. Mentre fissarlo a 9 euro l’ora porterebbe 3,4 miliardi in più a 2,6 milioni di addetti. Ma prima bisognerà capire in che modo verranno calcolati i contributi, il Tfr e le tredicesime.

Il ministro e il sindacalista

Il provvedimento europeo, ha osservato il ministro del Lavoro Andrea Orlando, «spingerà di più verso interventi che salvaguardino i livelli di salario più bassi e verso una disciplina organica». Il segretario della Cgil Maurizio Landini ha invitato a non ascoltare l’Europa «solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l’articolo 18 o tagliare la spesa sociale. Se finalmente tutta l’Europa si rende conto che salari bassi e lavoratori precari senza diritti mettono in discussione tenuta social, bisogna ascoltarla».

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