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Investitori in fuga dall’Italia: pronti a vendere 200 miliardi di euro in titoli di Stato

La situazione può essere tenuta sotto controllo, ma servirà rispettare i parametri Ue e non discostarsi troppo dall’agenda Draghi, spiega Gregorio De Felice, capo economista di Banca Intesa San Paolo

200 miliardi di euro. É questo il valore dei Btp, i titoli di Stato che l’Italia vende per rifinanziare il proprio debito, che gli investitori istituzionali sarebbero pronti a vendere dopo l’addio di Mario Draghi a Palazzo Chigi. A rivelarlo è la banca statunitense Citi, come spiega La Stampa. Si tratta del 7,5% del debito (2.766 miliardi di euro, il massimo storico è stato toccato a luglio), che di per sé vale il 152% del Pil del nostro Paese. La notizia della caduta del governo ha subito causato incertezza e volatilità nei mercati. Uno scetticismo che è diventato presto evidente nello spread tra i Btp e Bund, i titoli di Stato tedeschi. Il valore, che mesi fa si manteneva tra i 100 e i 150 punti base, dallo scoppio della crisi di governo si attesta stabilmente tra i 200 e i 250. A poco sembrano essere servite le rassicurazioni della leader di FdI Giorgia Meloni a Reuters quando ha dichiarato che con il suo partito al governo i conti pubblici sarebbero in buone mani. Gli interessi che l’Italia deve versare per rifinanziare il proprio debito – al momento il Btp decennale paga il 3,75% – sono sempre più alti e sempre più distanti dai valori relativamente bassi di quelli tedeschi. Tutto ciò nonostante l’aiuto della Bce, che ha acquistato 10 miliardi di titoli italiani a luglio.


Il Pnrr e i tassi di interesse sono le maggiori preoccupazioni

Insomma, gli investitori sono pronti a scommettere contro il nostro Paese, e a vendere 200 miliardi del nostro debito, su cui lo stato dovrebbe pagare interessi ancora più alti. La notizia arriva dopo la rivelazione del Financial Times, che ha fatto sapere che numerosi fondi speculativi internazionali stanno scommettendo contro il nostro Paese. Ovvero si stanno tutelando in vista di una una seria crisi economica della penisola. Tra le maggiori preoccupazioni di chi attualmente detiene il debito pubblico italiano c’è il rallentamento della realizzazione delle opere finanziate con i fondi del Pnrr, che rischiano di andare in fumo se gli interventi non avverranno entro le scadenze prestabilite. E il rispetto dei tempi è messo a dura prova dalla caduta del governo in un momento cruciale per la definizione degli iter progettuali. Inoltre, gli investitori temono che il nostro Paese non riuscirà a fare fronte all’aumento dei tassi di interesse deciso dalla Bce.


«L’Italia ce la farà se rispetterà l’agenda Draghi»

Gregorio De Felice, capo economista di Banca Intesa San Paolo ammette le difficoltà, ma esclude il pessimismo. «Una gestione ordinata della politica di bilancio e il rispetto delle regole Ue in materia di saldi di finanza pubblica e convergenza macroeconomica escludono qualsiasi criticità sul fronte del rifinanziamento del debito pubblico nel 2023» ha spiegato al quotidiano torinese. Se tutto andrà come deve, e le tranche del Pnrr verranno confermate, «la quantità di debito da rifinanziare sui mercati è stimabile nell’ordine dei 50 miliardi di euro, che potrebbero essere coperti da acquisti netti di investitori domestici (intermediari e famiglie) anche a fronte di un possibile moderato flusso di vendite estere», che Intesa stima intorno ai 20 miliardi di euro. L’importante, secondo De Felice, è che il prossimo governo non si discosti eccessivamente dalla cosiddetta «agenda Draghi». Il modus operandi dell’ex presidente della Bce, la cui figura viene vista come garanzia di rigore e scelte oculate, infatti, ha finora tenuto a bada le speculazioni e rassicurato i mercati e il timore è che una brusca inversione di rotta potrebbe portare il Paese in mezzo a forti turbolenze difficili da gestire. La Bce, però, è pronta a intervenire di nuovo acquistando i nostri titoli di Stato, a patto che i parametri economici dell’Unione vengano rispettati.

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