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Carlo diventa re, nel Commonwealth il primo addio alla monarchia: Antigua e Barbuda vogliono diventare repubblica

Ad annunciarlo alla Bbc il premier dei due territori Gaston Browne. Nella stessa direzione anche la Giamaica

«Entro tre anni le isole Antigua e Barbuda potranno decidere se diventare una Repubblica». Così il premier delle isole caraibiche Gaston Browne citato dalla Bbc informa sul futuro dei due territori appartenenti al Commonwealth e sul referendum che potrebbe trasformali in Repubblica. Sia Antigua che Barbuda hanno riconosciuto come re e capo di Stato Carlo III, prima di lui la regina madre Elisabetta II. Ora però sembrerebbero pronti a fare il salto verso l’indipendenza. «Non si tratta di un atto di ostilità», ha spiegato il premier a pochi giorni dalla morte della sovrana d’Inghilterra e dalla proclamazione del nuovo re. «Ma il passo finale per completare il cerchio dell’indipendenza e diventare una nazione veramente sovrana», ha continuato. Browne ha anche spiegato che indirà il referendum se sarà rieletto il prossimo anno. Un’eventualità del tutto probabile considerati i 15 seggi su 17 che il suo partito detiene alla Camera dei rappresentanti. Oltre al Regno Unito, il re Carlo III serve come capo di Stato in 14 paesi: Antigua e Barbuda, Australia, Bahamas, Belize, Canada, Grenada, Giamaica, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine, Isole Salomone e Tuvalu. Alcuni di questi cominciano a riconsiderare il ruolo della monarchia, altri lo hanno già fatto. Nel 2021 sono state le Barbados a eleggere il primo presidente, dopo aver rimosso la regina dalla carica di Capo di Stato. Dame Sandra Mason, 72 anni, governatore generale dell’isola dal 2018, è stata nominata presidente eletta della nazione dopo un voto in parlamento. Sulla stessa lunghezza d’onda anche la Giamaica, dove il partito laburista al potere ha dichiarato l’obiettivo di tenere un referendum per diventare repubblica indipendente.


«L’erede Carlo allontanerà i Paesi del Commonwealth»

Il nuovo re avrà dunque un bel da fare con il Commonwealth, e cioè con quell’insieme di Paesi appartenuti un tempo all’impero britannico, in parte tuttora soggetti alla corona, in parte alleati ormai come repubbliche. Proprio nelle prime ore da nuovo sovrano, Carlo III ha tenuto un incontro con la baronessa Patricia Scotland, segretario generale del Commonwealth e con gli alti commissari delle 14 nazioni che continuano a riconoscerlo come capo di Stato. A loro ha ribadito «l’impegno a servire i reami del Commonwealth, e non solo il Regno Unito, con lealtà e nel rispetto delle regole costituzionali di ciascuno». Sugli eventuali referendum Carlo III si era già espresso a giugno scorso all’ultimo vertice tenuto in Ruanda, dove aveva chiarito che «restare sotto la monarchia o diventare repubblica è materia su cui spetta a ogni Paese decidere liberamente». E aggiunse: «L’esperienza della mia lunga vita mi ha insegnato che cambiamenti possono essere concordati con calma e senza rancore». Gli analisti del Regno Unito in proposito sembrano non avere dubbi: l’ascesa d’un erede “meno popolare” potrebbe offrire una finestra d’opportunità agli argomenti di frangia repubblicana d’Oltremanica sui costi di un’istituzione che se eliminata alleggerirebbe i contribuenti di 350 milioni di sterline annue.


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