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Università, dal riscatto della laurea all’abolizione del numero chiuso a medicina: i programmi elettorali a confronto

Alcuni partiti hanno deciso di non scendere nel dettaglio delle proposte a favore di ricercatori e studenti universitari, altri hanno idee che difficilmente avranno le coperture finanziarie necessarie

Si possono cambiare le banche dati, prendere a esame analisi differenti, ma modificando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: la spesa pubblica in Italia per università e ricerca è tra le più misere dei Paesi occidentali. Indicativi sono i dati del 2017 raccolti dall’Osservatorio Cpi. L’Italia, all’epoca, è stata il solo Paese dell’Unione europea in cui la spesa per il debito pubblico è stata più alta – di 0,2 punti percentuali di Pil – della spesa per l’istruzione. Scorporando dal totale le risorse che riguardano soltanto l’istruzione terziaria, ovvero quella universitaria, si scopre che nel 2017 lo Stato ha speso solo lo 0,3% del Pil, meno della metà della media europea pari allo 0,7%. Nell’ultima edizione del rapporto annuale Education at a glance – pubblicata nel 2021 e che prende in esame i dati del 2018 –, l’Ocse segnala come l’Italia spenda per ciascuno studente universitario 4.760 dollari in meno rispetto alla media dei Paesi membri Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Statistiche Eurostat del 2021? Nei Paesi Bassi, uno Stato da 17,4 milioni di abitanti, in termini assoluti si investe il doppio dell’Italia nell’università.


I confronti negativi si sprecano anche nel settore ricerca e sviluppo. Ricorrendo nuovamente alla banca dati Ocse, l’Italia risulta spendere in questo ambito poco più dell’1,4% del suo Pil. Il Regno Unito l’1,7%, la Francia il 2,2%, la Germania il 3,1%. La media Ue si attesta intorno al 2,2%. La situazione infelice di università e ricerca rende necessaria un’analisi dei programmi elettorali: cosa hanno intenzione di fare i partiti che si candidano a governare il Paese in questo settore cruciale per la crescita economica e sociale dell’Italia? Nelle dichiarazioni di intenti di ogni partito è prevista un generico aumento degli investimenti in università e ricerca, ma solo qualche forza politica dettaglia la propria proposta sul tema. Il cosiddetto Terzo polo, ad esempio, delinea un’azione sistemica per favorire quella che definiscono “cittadinanza universitaria”.


Azione e Italia Viva puntano su aumento di investimenti, reclutamento docenti e sostegni ai fuori sede

«Per supportare l’autonomia abitativa, proponiamo di garantire un sostegno alla residenzialità per tutti gli studenti fuori sede iscritti a università o Its per un massimo di 4 anni», si legge nel programma della lista congiunta di Azione e Italia Viva. Per garantire un accesso più equo alla formazione terziaria, i due partiti centristi ventilano una serie di iniziative che includeranno, per chi va a studiare lontano da casa, «l’introduzione di strumenti e risorse per assicurare servizi sanitari, abitativi, amministrativi e di mobilità». La formazione guidata da Carlo Calenda, inoltre, si propone di aumentare l’attrattività degli atenei italiani a livello internazionale incrementando i corsi in lingua straniera, l’assunzione di docenti stranieri e più corsi di italiano per gli studenti che arrivano dall’estero. Sotto il cappello delle assunzioni, Azione e Italia Viva vogliono avviare un programma di reclutamento per nuovi docenti e ricercatori «al fine di allineare il rapporto docenti studenti agli standard europei. In Italia, infatti, il numero di studenti per ogni docente è di 20,3 mentre in Francia è di 16,8, nel Regno Unito di 15,4 e in Germania e Spagna è di 12».

Per la ricerca, il Terzo polo indica il Piano Amaldi (la proposta di portare gli investimenti in università e ricerca ai livelli della Francia, lanciata dal alcuni professori durante la pandemia e sostenuta anche da Giorgio Parisi) come alveo nel quale implementare un aumento degli investimenti «fino al raggiungimento di un ulteriore punto percentuale di spesa del Pil». Un’altra novità suggerita dal programma elettorale è quella di trasformare gli atenei in fondazioni di diritto privato «a capitale totalmente e orgogliosamente pubblico, per consentire all’università italiana di competere con tutte le sue energie e potenzialità nel mercato globale».

Nel programma unificato del centrodestra, non sono particolarmente approfondite le suggestioni della coalizione in materia universitaria. Al capitolo 14 dell’accordo quadro, il penultimo dell’elenco, si legge: «Piano per l’eliminazione del precariato del personale docente e investimento nella formazione e aggiornamento dei docenti. Ammodernamento, messa in sicurezza, nuove realizzazioni di residenze universitarie. Valorizzazione e promozione delle scuole tecniche professionali volte all’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Allineamento ai parametri europei degli investimenti nella ricerca. Incentivare i corsi universitari per le professioni Stem. Maggiore sostegno agli studenti meritevoli e incapienti. Favorire il rientro degli italiani altamente specializzati attualmente all’estero.

Sia da destra che da sinistra, si insiste sull’aumento dei fondi per la ricerca. I 5 stelle promettono il riscatto gratuito della laurea

Scandagliando i programmi dei singoli partiti di centrodestra, emerge qualche proposta in più, ma ugualmente povera di dettagli. Per esempio, Fratelli d’Italia vorrebbe l’abolizione del test di ingresso e l’introduzione di un sistema di accesso per reale merito al termine del primo anno di corso comune a più facoltà. Presente anche la proposta di ridurre a quattro anni il ciclo di studi. La Lega insiste molto sul sostegno agli studenti con disabilità, mentre Forza Italia propone tra le altre cose la «programmazione dei percorsi di studio delle Professioni sanitarie in stretta sintonia con le esigenze del fabbisogno». Il partito di Silvio Berlusconi sottolinea, genericamente, la necessità di investire nella ricerca, soprattutto in ambito sanitario e tecnologico. Giorgia Meloni, in più, parla di «favorire la sinergia tra università e privati in ambito di ricerca e brevetti».

Passando dall’altro lato del futuro arco parlamentare, il Partito democratico non si sbilancia su metodi e cifre. Piuttosto, abbozza la costituzione di un sistema di welfare allargato rispetto all’attuale diritto allo studio, alzando la soglia per la no tax area. Cita il potenziamento dell’edilizia universitaria e avanza degli abbozzi di modifica del metodo di reclutamento dei docenti universitari. Sulla ricerca, i Dem annunciano semplicemente di voler «rafforzare la ricerca e ridisegnare le politiche che collegano ricerca, innovazione e imprese». Alleanza Verdi-Sinistra italiana e +Europa sono più precise sull’entità delle risorse da voler investire in università e ricerca. La prima ricorda l’obiettivo del 3% del Pil sancito nel Trattato europeo di Lisbona, la seconda il raggiungimento dell’1,5% del Pil «da ripartirsi su finanziamento a progetti e ricerca di base e applicata, finanziamento a strutture di ricerca e promozione dei dottorati di ricerca».

Impegno civico di Luigi Di Maio promette borse di studio e sostegno per i fuori sede, nuovi strumenti per favorire il riscatto degli anni di laurea, e investimenti sulla ricerca. Il Movimento 5 stelle si spinge oltre e promette il riscatto gratuito della laurea, insieme alla riduzione del numero chiuso per l’accesso all’università e a un generico aumento dei fondi che include anche la ricerca. Infine, tra gli altri soggetti politici che correranno alle elezioni del 25 settembre, si segnala Unione popolare, che parla di un aumento di 500 milioni di euro annui per il diritto allo studio universitario e un piano di assunzione per docenti e ricercatori, e Italexit, che vorrebbe l’abolizione del numero chiuso a medicina, il ritorno a corsi di studio di 4 o 5 anni e non la ripartizione attuale in laurea triennale più magistrale, la riduzione di almeno il 30% delle tipologie attuali di corsi di laurea e un aumento dello 0,2% del Pil destinato all’università per i prossimi cinque anni.

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