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La nuova legge del governo Meloni sulle Ong: multe, sequestri e “prove” del salvataggio per entrare nei porti italiani

L’obiettivo di Piantedosi e Meloni: fermare le navi delle organizzazioni non governativi e costringere l’Ue alla redistribuzione

Una nuova legge sulle navi delle Ong. Con il ritorno delle multe e dei sequestri amministrativi. E una nuova regola: chi vuole entrare nei porti italiani dovrà dimostrare di aver soccorso imbarcazioni a rischio naufragio. Questo è lo schema di provvedimento a cui lavora il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Molto simile ai decreti sicurezza varati dall’allora ministro Salvini durante il Conte I. Insieme al piano per i ricollocamenti europei che lasci poco spazio alla volontarietà. E con un duplice obiettivo da cogliere. Da un lato fermare le imbarcazioni delle organizzazioni non governative. Dall’altro costringere gli stati membri dell’Unione Europea a prendersi in carico la redistribuzione. Mentre insieme a Malta, Cipro e Grecia il governo Meloni prova a chiedere ai partner europei di prendere in carico le navi che battono la bandiera dei rispettivi paesi.


Una nuova norma

Secondo il Corriere della Sera il ministro Piantedosi annuncerà la nuova norma mercoledì in Parlamento. Che avrà al suo interno anche un nuovo codice di condotta per le Ong. Per entrare nelle acque italiane, secondo il governo, diventerà obbligatorio averlo sottoscritto. La regola principale sarà quella di intervenire soltanto quando esiste un effettivo pericolo per le persone a bordo. Anche quando si effettua il soccorso di persone in pericolo la procedura avrà come cardine l’avviso alle autorità del paese più vicino. Chi non rispetterà il codice sarà multato. Ma nei suoi confronti prima di tutto scatterà il divieto di entrata nelle acque territoriali. Poi la sanzione amministrativa. Ma non quella penale. Così come lo strumento per varare le nuove regole non sarà il decreto legge. Più probabile una regolamentazione varata di concerto tra i ministeri interessati. Che entri in vigore da subito. Il codice varato nel 2017 dall’allora ministro Minniti prevedeva l’impegno a non entrare in acque libiche, quello a «non effettuare comunicazioni o inviare segnalazioni luminose per agevolare la partenza e l’imbarco di natanti che trasportano migranti». Ma anche quello di «non trasferire le persone soccorse su altre navi». Infine anche la disponibilità a far salire a bordo funzionari di polizia giudiziaria.


La Consulta

Il governo va verso quindi il ripristino di gran parte delle norme abrogate dalla ministra Lamorgese durante il secondo governo Conte. Le misure erano andate incontro alle bocciature della Corte Costituzionale. E all’intervento dello stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Intanto il ministro degli Esteri Antonio Tajani spinge sul Piano Marshall per l’Africa. Che prevede accordi con i paesi del Nordafrica sulla falsariga di quelli con la Turchia. Secondo il governo questi consentirebbero di gestire i flussi migratori direttamente nei paesi di partenza. Realizzando hotspot in Africa, così come più volte proposto dalla premier Giorgia Meloni. Da lì poi avviare una selezione delle richieste di asilo e allocare i migranti equamente tra i 27 Stati che fanno parte dell’Unione Europea.

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