Cina, cos’è e perché non sta funzionando la politica zero-Covid mentre nel Paese esplodono le proteste

Dopo tre anni di guerra al virus, il presidente Xi Jinping deve ora affrontare l’aumento dei contagi e le manifestazioni di dissenso nelle piazze e nelle università

Sono passati quasi tre anni dall’implementazione delle severissime politiche di contenimento volute dal presidente Xi per affrontare il Covid, ma qualcosa non sta funzionando. Con più di 40mila casi al giorno, la Cina sta affrontando uno dei momenti peggiori dall’inizio della pandemia. Il record dei contagi giornalieri ha portato le autorità, dopo un timido allentamento delle misure, a moltiplicare i lockdown in tutte le regioni, costringendo ancora la popolazione a enormi sacrifici. La politica della tolleranza zero contro il Covid impone test, quarantena e isolamento per milioni di persone, e i numeri dicono che ciò non basta ad arginare il virus. Con l’economia che rallenta e il moltiplicarsi di proteste di piazza, il presidente Xi Jinping deve ora affrontare la prima vera crisi del suo terzo mandato.


Cos’è la politica zero Covid

Fin dall’inizio della pandemia, la strada scelta dalla Cina è stata quella di trattare il virus come fosse un nemico in carne ed ossa, da bloccare fisicamente. L’insieme delle misure adottate, riassunte dalla sigla Find, Test, Trace, Isolate, Support (Fttis) intendono isolare ogni singola persona che è – o potrebbe – essere entrata in contatto con il virus. Ricerca di positivi, test di massa, tracciamento fino al secondo contatto, quarantena, controllo: tutte pratiche utilizzate dalla maggior parte dei Paesi ma che in Cina sono state messe in pratica su vasta scala e con un rigidissimo controllo sulla loro applicazione. Già coi primi casi nel 2020, il regime cinese ha imposto che alla comparsa di un numero – anche esiguo – di contagi in una certa area, le autorità locali potessero imporre l’isolamento dell’intero quartiere o dell’intera città. Basti pensare che a settembre di quest’anno, con 349 nuovi casi di Covid, il governo cinese ha deciso di prolungare i semi-lockdown in vigore per quasi 40 milioni di residenti, con almeno 68 città in isolamento parziale o totale nelle regioni coinvolte.


Nelle aree sotto lockdown solo pochissime attività possono rimanere aperte, tra le quali i supermercati, mentre tutto il resto chiude: ristoranti, scuole, parchi pubblici. I residenti non possono uscire dalla loro abitazione in attesa che i tamponi effettuati a tappeto diano il loro esito. Solo pochi giorni fa l’aumento dei contagi ha causato l’applicazione delle chiusure nella capitale, a Pechino. Prima hanno chiuso i negozi, poi le scuole, poi le aziende hanno imposto alla maggior parte dei loro dipendenti di rimanere a casa. Poi è stato il turno di musei e parchi, e poi è entrato in vigore l’obbligo di esibire un test negativo eseguito nelle 48 ore precedenti per poter viaggiare sui mezzi di trasporto pubblici o entrare nei centri commerciali. Quello di Pechino è solo l’ennesimo di una serie di lockdown che hanno colpito moltissime città in tutto il Paese, da Shangai a Guangzhou e Chongqing. Per mesi poi il Paese si è chiuso al mondo esterno, prima impedendo i voli internazionali e poi imponendo test e quarantena per i turisti provenienti dall’estero.

Cosa dicono i dati

I numeri però non danno ragione al governo cinese: l’obiettivo di Xi è quello di portare i contagi a zero, imponendo sacrifici enormi alla popolazione, ma nelle ultime settimane i casi si stanno moltiplicando. E l’unica risposta che le autorità sembrano conoscere, è quella di imporre restrizioni ancora più dure. La scelta di chiudere tutto ha in parte funzionato, se è vero che – secondo la World Health Organization – fino a oggi sono stati registrati circa circa 9 milioni di casi totali in Cina, circa lo 0,6 per cento della popolazione – mentre in Italia sono stati circa 24 milioni su una popolazione di 60 milioni, il 40 per cento del totale. Ma dal 7 novembre scorso i nuovi contagi sono in costante aumento, nonostante tutte le misure messe in atto.

Secondo i dati dell’istituto Johns Hopkins, la media dei nuovi positivi settimanali è passata da circa 11mila a circa 40mila. Se è vero che sono stati diminuiti i giorni di quarantena per i contatti stretti di persone positive – 5 in strutture centralizzate più 3 a casa -, il governo ha espresso con convinzione la volontà di non rinunciare alla sua «guerra contro il virus», facendo finire nello sconforto centinaia di persone. Tra le preoccupazioni delle autorità c’è quella che le aperture potrebbero portare a un’ulteriore impennata dei casi da Covid, e quindi anche di vittime, sottoponendo il sistema sanitario a uno stress che diversi epidemiologi cinesi temono possa rivelarsi fatale.

Ma perché le misure, che pure hanno aiutato a contenere il numero dei positivi rispetto alla popolazione totale, si stanno rivelando ora meno efficaci? Quello su cui gli esperti sembrano concordare, come riportato anche da BBC e CNN, è che le basse percentuali di popolazione vaccinata, soprattutto nelle fasce più anziane e più deboli della popolazione, stanno sabotando la politica di contenimento: solo la metà dei cittadini con più di 80 anni ha ricevuto almeno una dose di vaccino. Non solo, un altro fattore che ha rallentato la copertura della popolazione è stata la decisione di non autorizzare i vaccini sviluppati nei paesi occidentali, preferendo invece di somministrare quelli prodotti dai propri laboratori ma risultati meno efficaci.

Le proteste

Con l’economia che rallenta e le restrizioni ancora in vigore, la stanchezza per la repressione e l’aumento dei casi sembrano aver acceso la miccia della protesta in diverse zone del Paese. La stanchezza per la repressione Pechino, Shanghai, Urumqi, Chengodu, Guangzhou Wuhan. Nelle piazze, davanti alle università, i manifestanti criticano le misure del governo e chiedono maggiori libertà. «No al confino, vogliamo la libertà», «no ai tamponi vogliamo il cibo», alcuni degli slogan cantati dagli studenti davanti all’università di Pechino. Alcuni giorni fa a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, i manifestanti erano scesi in strada dopo che in un incendio erano morte diverse persone. Secondo i residenti, i vigili del fuoco avevano tardato ad arrivare a causa delle barriere messe in strada per il lockdown.

Nelle scorse ore migliaia di manifestanti sono scesi per le strade e nelle piazze di Shanghai, chiedendo le dimissioni del presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, all’urlo di: «Xi Jinping, dimettiti! Abbasso il Partito Comunista!». E lunedì scorso una folla ha infranto il lockdown in vigore nella metropoli industriale di Guangzhou, nel sud della Cina, per protestare contro le misure imposte dal governo per il contenimento della pandemia. In seguito agli scontri, nella provincia dello Xinjiang le autorità hanno deciso di allentare le restrizioni, cercando di placare le proteste. Da domani i residenti potranno prendere i mezzi di trasporto per fare acquisti nel loro quartiere, e le consegne dei pacchi potranno riprendere.

Foto di copertina: EPA/WU HAO

Continua a leggere su Open

Leggi anche: