Chi è Alessandro Rivera, il direttore generale del Tesoro al centro dello spoils system che spacca la maggioranza

Da oltre vent’anni al ministero di Economia e Finanza, in passato si è occupato di alcuni dei dossier più scottanti: dalla ricapitalizzazione di Mps, al salvataggio di Banca Etruria e degli istituti veneti

Se finirà sotto il machete di Crosetto è ancora da vedere. Ma secondo indiscrezioni di Palazzo, è uno dei principali indiziati a ricevere il ben servito dal nuovo governo entro fine gennaio. Alessandro Rivera, da quattro anni e mezzo direttore generale al ministero del Tesoro, è una delle figure che potrebbe saltare nello spoils system a cui il governo Meloni non ha intenzione di rinunciare. Secondo la legge Bassanini sulla pubblica amministrazione, gli «incarichi di funzione dirigenziale cessano decorsi novanta giorni dal voto di fiducia del governo», quindi il prossimo 24 gennaio. Dopo il commissario straordinario alla ricostruzione del Centro Italia Giovanni Legnini e il dg dell’Aifa Nicola Magrini, il prossimo indiziato a non ottenere la conferma potrebbe essere proprio Rivera. Ma nella maggioranza non tutti sono d’accordo: se Fratelli d’Italia vorrebbe sostituirlo, il ministro Giorgetti fa invece scudo al suo direttore generale, una garanzia nelle negoziazioni con Bruxelles. Anche perché l’allontanamento di Rivera, in via XX settembre, verrebbe visto come un attacco indiretto alla linea del moderato leghista titolare del dicastero.


I salvataggi di Banca Etruria e degli istituti veneti

Alessandro Rivera, nato a L’Aquila cinquant’anni fa, è conosciuto e riconosciuto come uomo delle istituzioni, discreto e silenzioso. Oltre vent’anni fa ha partecipato al primo concorso della Scuola superiore della pubblica amministrazione, e in questi anni ha lavorato con ministri di ogni colore: da Piercarlo Padoan a Vincenzo Visco, da Domenico Siniscalco a Tommaso Padoa-Schioppa, da Mario Monti a Fabrizio Saccomanni. In passato si è occupato anche della regolamentazione sulle Offerte pubbliche di acquisto e di corporate governance, è stato presidente del comitato di controllo del Fondo di garanzia degli intermediari finanziari. Al ministero, come tecnico, ha gestito alcuni dei dossier più scottanti, soprattutto alla direzione del Sistema bancario e finanziario del ministero del Tesoro. Fu lui a portare a casa, nel ruolo di negoziatore per l’Italia, il via libera all’aumento precauzionale per Monte dei Paschi di Siena con debito pubblico e il salvataggio dei due istituti veneti Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca nel 2016, vendute poi a Banca Intesa. Ma non solo.


Un anno prima, in un report inviato alla Commissione Ue – al quale il consulente della direzione concorrenza Bernhard Windisch rispose con una mail ringraziando il suo ufficio per le preziose informazioni fornite – avrebbe inciso sulla decisione finale della commissaria Vestager all’autorizzazione sul decreto di salvataggio di Banca Etruria (e delle altre tre, Banca delle Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e di Chieti). Per il salvataggio di questi istituti, già commissariati da Banca d’Italia, venne fatto ricorso al burden sharing, che tutela i depositi dei correntisti e delle obbligazioni senior azzerando però il valore di azioni e obbligazioni subordinate.

La Commissione, sulla scia di casi analoghi in Spagna, Slovenia e Irlanda, stava ragionando su una svalutazione dei crediti dei quattro istituti del Centro Italia tra il 20 e il 25 per cento. L’ufficio di Rivera si premurò in quei giorni di contrattazione di girare a Bruxelles l’informazione che i gli NplNon performing loans, crediti deteriorati dei quali è assai difficile disfarsi – di Banca Etruria erano stati ceduti al 14,7 per cento del loro valore, facendo intendere che il mercato italiano fosse disponibile a fare un’offerta più bassa. Dando l’okay all’operazione, la Commissione abbassò quindi le stime dell’offerta al 17,5 per cento, che poi è la cifra contenuta nel decreto di risoluzione del governo italiano. Il nuovo prezzo di mercato così individuato non permise però di coprire anche il valore delle obbligazioni subordinate, e gli obbligazionisti di questi titoli -che con le stime della Commissione avrebbero avuto i crediti garantiti – non vennero rimborsati. Facendo esplodere il caso Banca Etruria e costando a Renzi e Boschi un enorme problema politico.

L’opposizione di Giorgetti

L’intenzione di Fratelli d’Italia, che esprime la premier ed è azionista di maggioranza della compagine di governo, è quella di sostituirlo con una figura più vicina. Sui giornali si fa il nome di Antonino Turicchi, da maggio del 2016 direttore generale per Finanza e privatizzazioni del ministero di Economia e finanza e già dg di Cassa e depositi e prestiti dal 2022 al 2009, ma con alle spalle una lunga carriera al ministero e membro del cda di Autostrade per l’Italia e Leonardo. Il 24 gennaio si avvicina, e senza una comunicazione di segno opposto, Rivera dovrà lasciare la carica. Giorgetti però non vorrebbe privarsene, ed è in corso un braccio di ferro sotto traccia per tentare di tenerlo nella sua posizione. Nessuno è insostituibile, e Rivera non è certo uomo di destra. Ma in queste settimane il ministro ne ha apprezzato il lavoro e soprattutto ne riconosce la caratura internazionale, specialmente in Europa. Negli anni ha più volte rappresentato l’Italia come mediatore ai tavoli di Bruxelles, ed è quindi una garanzia di affidabilità per l’Ue. Giorgetti sa di essere il rappresentante dell’ala moderata della Lega, minoritaria in un partito che è minoranza nell’esecutivo e in forte difficoltà nei sondaggi. Che Fratelli d’Italia voglia mettere un’altra persona, uomo o donna che sia, potrebbe essere un tentativo di arginare e indebolire l’attuale capo dicastero di via XX settembre. O almeno così sarebbe percepito da quelle parti, e tanto basta a provocare l’irritazione.

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