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Jannick Sinner non lava i piatti: «Ho gli stessi difetti di tutti i ragazzi»

08 Aprile 2024 - 08:10 Alba Romano
epa11247512 Jannik Sinner of Italy celebrates after his win against Tomas Machac of the Czech Republic during their men's quarterfinals match at the 2024 Miami Open tennis tournament, in Miami, Florida, USA, 27 March 2024.  EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH
Il tennista: «Sono sempre stato così, la differenza è che ora ho più telecamere puntate addosso»
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Jannick Sinner non lava i piatti. Li lascia sporchi nel lavandino. E per questo, dice, non è che sia così perfetto come dicono i giornali. Anzi. «Eh, forse un po’ state esagerando. Perché sono tutte cose che faccio in maniera spontanea, senza pensarci: se uno spettatore sta male in tribuna è ovvio soccorrerlo. Poi in campo sono serio, ho i miei rituali, ma quando finisce la giornata o piove e devi interrompere il match io scherzo, rido. Sono sempre stato così, la differenza è che ora ho più telecamere puntate addosso», dice in un colloquio con La Stampa.

Il difetto

«Ho gli stessi difetti di tutti i ragazzi, quando finisco di mangiare non lavo i patti, li lascio lì due giorni…E a volte mi arrabbio anch’io. Ma va capito il momento, ce n’è uno per scherzare e uno per arrabbiarsi. Come tennista a volte ho troppa fretta di imparare, di aggiungere cose, mentre la fretta è il nemico più grande perché ti fa perdere lucidità. E invece di aiutarti, ti frega», dice Sinner. Dice che le cose sono cambiate da quando ha imparato a vincere i match che contano: «All’inizio era impossibile. Se ci riesco ora vuol dire che ho imparato da ciò che ho vissuto. Non è detto che vinca tutte le partite nemmeno ora, ma è vero che la differenza sta proprio lì. Per mesi ho fatto sempre quarti, ottavi, qualche volta semifinale, tutti risultati ottimi, soprattutto nei grandi tornei. Mancava l’ultimo passo, ora è arrivato ed è cambiato tutto».

Il salto di qualità

Sinner dice che il salto di qualità «è stato sia fisico sia tattico. Ora riesco a giocare senza pensare tanto. Prima invece sì, e non ero fluido. Adesso sono in grado di applicare la tattica giusta a seconda degli avversari. Ma per riuscirci devi essere consapevole di poter eseguire certi colpi, che prima non sapevo fare. E in questo c’entra molto Simone (Vagnozzi, il suo coach, ndr)». Mentre dice che la terra rossa «non è la mia superficie migliore. In passato mi è capitato di faticarci un po’, e la scorsa stagione non è stata fra le migliori. Ma i miei primi quarti in uno Slam li ho raggiunti al Roland Garros, e li ho fatti anche a Roma. Sarà una stagione lunga e complicata, ma credo di poter giocare bene anche sul rosso».

Portabandiera alle Olimpiadi

Anche sulla possibilità di essere il portabandiera delle Olimpiadi si schermisce: «Secondo me è giusto che lo faccia chi ha già vinto una medaglia d’oro. Per me sarà la prima volta. Sento di aver contribuito insieme ad altri a far crescere il nostro tennis, ma ci sono atleti che hanno costruito la carriera sulle Olimpiadi, e lavorano quattro anni per una gara. Ho letto una intervista a Usain Bolt in cui diceva: “io lavoro quattro anni per correre in meno di 10 secondi, e c’è chi vorrebbe risultati dopo due mesi’. Per loro è un appuntamento fondamentale. Per noi tennisti anche, ma fra Slam, Masters 1000 e Coppa Davis abbiamo più occasioni. Detto questo, se mi chiedono di farlo, mi farà molto piacere».

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