Carlo Calenda propone di aumentare il bilancio europeo: «Mettere insieme le competenze non vuol dire nuove tasse. Macron? Sulla difesa Ue ha sbagliato» – L’intervista

Il leader di Azione, la sfida per le Europee e i problemi del governo italiano: «Parlano d’altro ma c’è un buco da 20 miliardi»

Carlo Calenda ci ha pensato un po’ ma poi ha deciso di candidarsi personalmente in una sfida per niente facile. Per Azione, che corre da sola verso l’obiettivo del 4%, e per la posizione del gruppo a cui aderisce, Renew, la coalizione dei liberali che, dicono i sondaggi, è data in discesa. Noi, però, almeno questa volta gli chiediamo di partire dalla prospettiva europea.


I liberali sono in difficoltà in Europa, dicono i sondaggi. E’ preoccupato?


«Nella scorsa legislatura l’Italia non aveva eletto nessuno con Renew quindi la sfida è da giocare. Noi siamo l’unica lista di cui tutti i componenti andranno nello stesso gruppo, non sarà così per Stati Uniti d’Europa dove ognuno andrà chi coi socialisti, chi coi popolari e chi con Renew. E’ un gruppo fondamentale perché è il pilastro che lega i popolari con  i socialisti, indispensabile per riproporre una maggioranza Ursula. O meglio una maggioranza Draghi, che speriamo diventi il presidente della Commissione. Ma al di là dei nomi, vogliamo che quella maggioranza resti». 

Cosa si può migliorare? 

«Renew delle cose le ha sbagliate. Noi pensiamo che sulle case Green, su tutto il Green Deal molto spesso abbia seguito l’approccio dei socialisti e questo è sbagliato, un errore che abbiamo segnalato votando in dissenso dal gruppo». 

Il tema è strettamente collegato a quello delle alleanze post voto. E molto si discute di un accordo con Ecr, specie per il ruolo che potrebbe avere la premier, Giorgia Meloni. Cosa si può fare e che cosa non si può fare secondo lei?

«Quello che non si può fare è l’accordo con Ecr, nel senso che non si può fare perché i socialisti non ci starebbero mai e per noi sarebbe un problema. Specie se nei conservatori entra Orban, ma anche più in generale. Io credo che si riproporrà la stessa maggioranza che ha eletto l’attuale Commissione. Può essere che Meloni, e io lo spero, decida di sostenere la Commissione, ma che Ecr sia incluso tra i partiti della coalizione la vedo veramente molto difficile».

Ed Ecr sosterrebbe la Commissione senza chiedere nulla in cambio? 

«Mi aspetto che si produca una frattura in Ecr e che Meloni faccia una scelta di campo. Auspico  che nel tempo Meloni diventi una conservatrice europea vera quindi non, come dice attualmente, per l’Europa delle Nazioni e per Orban».

Meloni al suo comizio ha parlato di mettere la sinistra all’opposizione, quindi anche il Pse

«Sono chiacchiere da campagna elettorale. Questa prospettiva non c’è né nei numeri né politicamente. Se avvenisse sarebbe disastroso, perché prevarrebbe un modello in cui l’Europa sta ferma, non fa la difesa europea, non fa l’esercito comune, dà meno poteri alla Commissione. Un’Europa che declina in un momento in cui deve essere molto forte».

Macron ha usato parole molto forti sulla difesa europea, non escludendo che gli Europei possano combattere in campo aperto qualora necessario in Ucraina… Si sta spostando l’asse europeo? 

«Macron ha fatto due errori, di merito e di metodo. Di merito perché noi stiamo aiutando gli ucraini, che non hanno mai chiesto l’invio di truppe,  proprio per evitare di entrare in conflitto diretto con la Russia, come abbiamo fatto durante la guerra fredda. Di metodo perché non dici questa cosa da solo e ti fai smentire dagli altri leader europei. Così Putin ne giova.

Come si fa l’esercito europeo? Nel consiglio del ‘99 a Helsinki si era deciso di incominciare a mettere in comune otto divisioni partendo dagli eserciti esistenti quindi non bisogna immaginare persone con la stessa divisa, non si deve immaginare questo, ma persone che però rispondono alla stessa catena gerarchica europea. Bisogna ripartire da lì. È una cosa che si può fare, che non impiega budget in più. Se invece vogliamo porci il problema  dello scudo antimissile europeo, lì ci vorrà un budget europeo e quindi bisognerà emettere debito europeo».

Nuovo debito quindi più tasse? Lei tocca un tabù

«Il bilancio europeo è inconsistente. E’ meno di un quarto di quello italiano ed è chiaro che se noi lavoriamo su quella dimensione non avremo funzioni europee. Non dobbiamo pensare che ci siano più tasse: sono funzioni che si spostano dal finanziamento degli stati nazionali al contributo alla Commissione europea. Chiediamo che la politica industriale venga messa in comune. Se si cominciasse a ragionare sul fatto di trasferire competenze e contributi alla gestione europea probabilmente gli interventi sarebbero armonizzati e le  imprese italiane subirebbero meno concorrenza scorretta».

Azione, Italia Viva e +Europa: divisi in Italia, insieme a Bruxelles. Sarà dura? 

«E’ molto diffuso. In Belgio i partiti liberali sono tre. Certo si lavora insieme, io non ho condiviso del progetto Stati Uniti d’Europa è che non ha un programma ma molte contraddizioni: socialisti, popolari e liberali insieme, ha candidature a mio avviso stravaganti con gli Stati Uniti d’Europa, non c’entrano in niente, dal giorno dopo ognuno andrà per conto suo. E’ una cosa neppure dignitosa». 

Le hanno rimproverato di essersi candidato pur avendo promesso il contrario. Ci spiega? 

«Io ho proposto a tutti i leader di fare un patto per non candidarsi e ho aspettato fino all’ultimo che si candidasse la Meloni, poi ho dovuto agire. Abbiamo una lista che ha professori universitari, imprenditori, grandissimi scienziati, oppure, ad esempio, Camporini ex capo di Stato Maggiore della Difesa. Sono tecnici e in Europa devono andare persone tecniche ma io non le posso lasciare sole.  Non sono consiglieri regionali o politici che hanno fatto politica tutta la vita, hanno bisogno di un traino».

Scontro su Superbonus e sugartax nella maggioranza, cosa ne pensa? 

«Il Superbonus è stato il più grande disastro della storia repubblicana, votato da quasi tutti i partiti, sostenuto da quasi tutti i partiti. Quel quasi non include noi, e forse +Europa, visto che allora eravamo insieme, e va chiuso. L’unica cosa che non consiglio al ministro Giorgetti è spalmare gli incentivi, si espone a cause civili o amministrative, rischia di essere un boomerang e dare un senso di inaffidabilità. Quindi bene averlo chiuso. Ma attenzione a fare operazioni retroattive perché raramente riescono.

Penso che quello di cui si dovrà occupare la maggioranza è che gli mancano 20 miliardi di euro per fare la manovra. Tutte queste operazioni che si stanno facendo sono per coprire questo buco.  Noi abbiamo detto alla Meloni “guarda non dare 16 euro con il taglio dell’Irpef media agli italiani, fai un investimento sulla sanità che va a pezzi perché tutti abbiamo un genitore o noi stessi o un figlio, Dio non voglia, che può avere un problema di salute e a quel punto di 16 euro non ci fai niente, devi avere invece qualcuno che ti opera la cataratta oppure che ti fa una mammografia. Bisogna smettere di dare mance ma far funzionare quello che deve funzionare. Scuola e sanità innanzitutto insieme alla sicurezza, queste sono tre funzioni dello Stato che lo Stato non sta assolvendo».  

Un’ultima invece domanda sull’Europa. La revisione dei trattati sembra essere uno dei punti fondamentali che ha messo Renew al centro del suo programma. Perché è così importante?

«Oggi il Consiglio europeo cioè dove siedono gli Stati, che co-governa l’Europa insieme alla Commissione europea, su quasi tutte le materie vota a maggioranza qualificata o all’unanimità. Tantissime norme, dal fisco, alla  politica estera, la politica di difesa, l’immigrazione, si votano all’unanimità, che vuol dire che se si alza uno Stato, anche solo l’Ungheria come succede, ti può ricattare dicendo io non voto, non passa niente se non mi dai i soldi.  Questo è il problema. Insieme al fatto che il Parlamento europeo, a  differenza di tutti i Parlamenti nazionali, non può proporre leggi, può solo discutere e votare quelle proposte dalla Commissione e dal Consiglio. Questi paletti vanno modificati».

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