La pace e la Repubblica al centro del messaggio di fine anno di Mattarella: ecco l’undicesimo discorso del Capo di Stato

«Si chiude un anno non facile». Sergio Mattarella apre così il suo messaggio di fine anno, trasmesso in diretta alle 20.30 dallo Studio alla Vetrata del Quirinale. Un discorso lungo e denso, che guarda al presente ma soprattutto alla storia della Repubblica, in vista degli ottant’anni dalla nascita dello Stato repubblicano, che cadranno nel 2026. Un messaggio che tiene insieme memoria, valori costituzionali e futuro, con un filo conduttore chiaro: la pace, dentro e fuori i confini nazionali.
Un pensiero rivolto alla pace
«La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace», afferma il capo dello Stato, richiamando le immagini delle guerre in corso: «Di fronte alle case, alle abitazioni devastate dai bombardamenti nelle città ucraine, di fronte alla distruzione delle centrali di energia per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori, di fronte alla devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati, il desiderio di pace è sempre più alto». E aggiunge: «Diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte».
Per Mattarella la pace non è solo una questione diplomatica, ma culturale: «La pace, in realtà, è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza pretendere di imporre loro la propria volontà». Una mentalità che riguarda la vita quotidiana, i rapporti sociali, la politica interna e internazionale. E che parte dalle parole: ricordando l’appello di Leone XIV, il Presidente invita a «respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione» e a «disarmare le parole», perché «se ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali non si esprime una mentalità di pace».
La responsabilità dei cittadini di fronte alla Repubblica
Il discorso si allarga poi alla responsabilità dei cittadini. «Di fronte all’interrogativo: “cosa posso fare io?” dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza», dice Mattarella, ricordando che «l’affermazione della libertà, la costruzione della pace sono nell’atto fondativo della nostra Repubblica». Una Repubblica che nel 2026 compirà ottant’anni: «Ottant’anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia ma sono stati decenni di alto significato».
Il Presidente invita così a «sfogliare un album immaginario della storia della Repubblica». Il primo fotogramma è quello delle donne: «Il segno dell’unità di popolo […] fu simbolicamente impresso dal voto delle donne». Poi l’Assemblea costituente, capace di trovare una sintesi alta pur nelle contrapposizioni politiche: «Di mattina i costituenti discutevano […] nel pomeriggio, insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale».
La Repubblica, ricorda Mattarella, è «uno spartiacque nella nostra storia»: «Non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone». Da lì passano la ricostruzione, l’Europa dei Trattati di Roma, il lavoro come «leva fondamentale dello sviluppo», lo Statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale che garantisce «universalità e gratuità delle cure».
Il ricordo di Falcone e Borsellino
Non manca il ricordo delle pagine più buie: «Le stragi. Il terrorismo. Ricordiamo i volti e i nomi delle vittime. Magistrati, giornalisti, uomini delle istituzioni, esponenti delle forze dell’ordine. E poi tanti, troppi giovani che cadono per mano di ideologie che fanno della violenza il loro unico strumento. Verrà definita la notte della Repubblica». Ma anche qui il messaggio è netto: «L’Italia prevale. Le istituzioni si dimostrano più forti del terrore». Così come restano centrali le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, «simboli della legalità e della lunga lotta contro la mafia».
Nel mosaico degli ottant’anni repubblicani trovano spazio anche lo sport, la cultura, il ruolo della Rai, la proiezione internazionale dell’Italia: «L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi». Un successo costruito dal contributo di generazioni diverse: «Ognuno ha messo la sua tessera in quel mosaico. In ogni casa, in ogni famiglia c’è una storia da raccontare».
«La Repubblica siamo noi»
Ma Mattarella non nasconde le crepe del presente: «Vecchie e nuove povertà, diseguaglianze, ingiustizie, comportamenti che feriscono il bene collettivo, come corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali: crepe che rischiano di compromettere quella coesione sociale che consideriamo un bene prezioso». Un bene che «non è mai acquisito definitivamente» e per cui «siamo chiamati a impegnarci, ognuno secondo il suo livello di responsabilità». Perché, ribadisce, «la Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi».
Il messaggio ai giovani
Il passaggio finale è dedicato ai giovani. «Qualcuno vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi», dice il Presidente. «Siate esigenti, coraggiosi. Scegliete il vostro futuro. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì l’Italia moderna». Il discorso si chiude con un augurio semplice e solenne insieme: «Buon 2026!». Un invito a entrare nel nuovo anno con memoria, responsabilità e fiducia nella democrazia.
