Proteste in Iran, centinaia di morti. Ospedali «sopraffatti» dai feriti e blackout a oltranza. Trump: «Pronti ad aiutare i manifestanti»

«Morte a Khamenei». Proseguono le proteste in Iran, tra repressione e sangue, con centinaia di morti e feriti. Solo sei ospedali della capitale avrebbero registrato almeno «217 morti» tra i manifestanti, per lo più giovani, molti dei quali colpiti da proiettili veri. Lo ha dichiarato un medico di Teheran alla rivista Time. Ma i numeri non sono ancora definitivi e l’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency afferma che il numero delle vittime delle proteste in Iran è salito almeno a 65. Il sistema sanitario è sotto pressione estrema. Secondo quanto riferiscono i medici e gli assistenti sociali di due ospedali iraniani contattati dalla Bbc, le strutture sono «sopraffatte» dai feriti. All’ospedale Farabi, principale centro oculistico della capitale, i ricoveri e gli interventi non urgenti sono stati sospesi e il personale richiamato a gestire i casi di emergenza. Un medico di Shiraz ha confermato la carenza di chirurghi per far fronte all’afflusso, con molti pazienti colpiti alla testa e agli occhi. Intanto il presidente americano Trump sul suo social Truth ha scritto che gli Stati Uniti «sono pronti ad aiutare» i manifestanti iraniani: «Lottano per la libertà».
Blackout da oltre 36 ore
Il blackout nazionale di internet imposto dalle autorità iraniane, ormai in vigore da oltre 36 ore, complica ulteriormente la diffusione delle informazioni, come segnala l’osservatorio NetBlocks. Intanto, dalla comunità internazionale arrivano messaggi di sostegno ai manifestanti. «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha scritto su X il segretario di Stato Marco Rubio.
Khamenei alza il livello di allerta: chi protesta rischia l’esecuzione
L’ayatollah Ali Khamenei ha messo i Guardiani della rivoluzione in uno stato di allerta più alto che a giugno. Lo hanno indicato al Telegraph fonti della Repubblica islamica, secondo cui il leader spirituale iraniano ha ordinato ai Pasdaran «di rimanere al più alto livello di prontezza, anche più alto di quello durante la guerra di giugno». Il procuratore generale iraniano ha avvertito che chiunque prenda parte alle proteste sarà considerato un «nemico di Dio», un’accusa che può portare alla pena di morte.
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Il figlio dello Scià «pronto a tornare»
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha sollecitato stamattina con un videomessaggio online uno sciopero generale. «Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e, allo stesso tempo, interrompendo i canali finanziari, rovesceremo completamente la Repubblica Islamica e il suo logoro e fragile meccanismo di repressione». Il videomessaggio è stato riportato dalla tv pubblica israeliana Kan. «Invito i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia, in particolare nei trasporti, nel petrolio, nel gas e nell’energia ad avviare un processo di sciopero a livello nazionale. Chiedo inoltre a tutti voi di scendere in piazza oggi e domani dalle 18 con bandiere, immagini e simboli nazionali e di occupare gli spazi pubblici. Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza, ma prepararci a occupare e difendere i centri cittadini», ha detto. Pahlavi ha inoltre chiesto di prepararsi a rimanere in piazza a lungo e di fare scorta di provviste. «Mi preparo anche a tornare in patria e a essere con voi, la grande nazione dell’Iran, quando la nostra rivoluzione nazionale trionferà. Credo che quel giorno sia molto vicino», ha concluso.
Netanyahu: «Se l’Iran ci attacca, conseguenze terribili»
L’amministrazione americana è tornata a schierarsi al fianco dei manifestanti che da 14 giorni protestano contro il regime. «Gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano», ha scritto su X il segretario di Stato, Marco Rubio. Mentre il premier israeliano Benyamin Netanyahu attacca: «Questo potrebbe essere il momento in cui il popolo iraniano si assumerà la responsabilità del proprio destino. Le rivoluzioni si fanno meglio dall’interno. Se l’Iran ci attacca, e ciò potrebbe accadere, ci saranno conseguenze terribili».
Le proteste
Nonostante il regime abbia imposto un blocco a internet, le immagini della folla che sfilava ieri sera in diverse strade della capitale sono arrivate sui social network. Alcuni dimostranti battevano pentole e padelle, urlando slogan contro il governo tra cui «Morte a Khamenei». Nelle immagini girate nel quartiere di Sadatabad, nel nord-ovest di Teheran, si sentivano suonare clacson di auto in sostegno ai dimostranti. I canali televisivi in lingua persiana all’estero trasmettono video di molti manifestanti a Mashhad a est, Tabriz a nord e nella città santa di Qom. Ma con la rete oscurata, faticano ad arrivare anche le informazioni sulle dimensioni della repressione governativa.
Shirin Ebadi: «Temo il massacro»
La vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2003, l’avvocata iraniano esiliata Shirin Ebadi, ha dichiarato di temere un «massacro sotto la coltre di un blackout totale». La connettività è ridotta all’1% del livello abituale, secondo l’Ong Netblocks. La Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha avvertito ieri che il suo paese non si «tirerà indietro» di fronte alle proteste che sfidano la Repubblica Islamica, al potere dal 1979. E la magistratura ha avvertito che la punizione dei rivoltosi sarà durissima. Tra le tante immagini che circolano in rete anche quelle, non verificate, della moschea al Rasood di Teheran in fiamme.
