Viaggio nei commenti sulla serie su Fabrizio Corona. Così anche Netflix si fa complice del bad boy

Le piattaforme streaming, si sa, sono sempre avare di dati, prima di rilasciarli passa diverso tempo, ma quel si può affermare con certezza è che la docuserie in cinque puntate Fabrizio Corona – Io sono notizia in pochi giorni (24 ore per essere esatti) è schizzata in vetta alla classifica dei contenuti che più hanno interessato gli abbonati di Netflix, superando in scioltezza perfino il gran finale di Stranger Things, uno dei titoli che hanno fatto la fortuna della storia della piattaforma. Un risultato tutto sommato prevedibile considerata la curiosità per un personaggio che proprio di svelare curiosità, volendo non senza sforzo nobilitare il concetto di gossip, si occupa. La critica sembra unanime nella bocciatura del prodotto, che effettivamente sembra una puntata del podcast Falsissimo in cui Corona però stavolta racconta Corona. Il pubblico invece, andando a scorrere i commenti sul profilo Instagram ufficiale del protagonista, sembra aver gradito quasi tutto.
La triste verità di Nina Moric
Un «quasi» obbligato perché sono tantissimi i follower che hanno affollato la bacheca di Fabrizio Corona commentando i tristi retroscena sulla storia con l’ex moglie Nina Moric, sicuramente il personaggio più severo nel gettare ombre sulla moralità del padre di suo figlio Carlos. La modella croata racconta infatti con grande commozione e rammarico dell’aborto che Corona la convinse a compiere, ma anche di un rapporto in cui lei veniva utilizzata come mezzo per arrivare ad altro, il denaro prima di tutto, raccontato senza alcuna vergogna come una droga, e una sorta di status di vincente assoluto, in ogni ambito, anche sentimentale. Una narrativa totalmente confermata dallo stesso Corona, parrebbe, senza nemmeno grossi rimpianti. Fino al punto, racconta Nina Moric nel documentario, alla proposta dell’allora marito di infilarsi nel camerino di Eros Ramazzotti per avere un rapporto sessuale e creare uno scoop ad hoc, tanto «Una doccia e tutto passa». Sembra che sia questo l’unico punto su cui Corona non viene “salvato” dal suo pubblico, l’unico punto in cui non passa per «genio», «star», «l’unico che ha avuto il coraggio di denunciare», «perseguitato» o «fuoriclasse».


Le t-shirt Corona’s
Un’altra reaction parecchio gettonata tra i follower di Fabrizio Corona su Instagram riguarda le t-shirt Corona’s, non un marchio ufficiale (come poi succederà, senza rimanere memorabile, con la linea Si Puede) indossate dal suo esercito di paparazzi sul campo e dallo stesso Corona durante una delle diverse uscite dal carcere. Ma soprattutto, si tratta della t-shirt che il protagonista della docufiction pare abbia proposto di indossare ad Azouz Marzouk, padre e marito delle vittime della famigerata strage di Erba. Un capitolo, forse esemplificativo della narrativa di Io sono notizia, in cui il vanto che Corona esprime per aver avuto l’idea di avvicinare e gestire, in qualche modo sfruttare, il clamore mediatico, seppur macabro, di un lutto che ha sconvolto e continua a far discutere l’Italia, viene bilanciato dalla condanna ferrea della madre di Corona (una delle tante distribuite nelle cinque puntate della serie a dir la verità). Una sorta di effetto agrodolce che effettivamente lascia ipnotizzati. Ecco, scorrendo i commenti sul profilo Instagram di Fabrizio Corona sono tantissimi quelli che chiedono a gran voce la ristampa delle magliette e lo stesso Corona ha risposto che presto torneranno sul mercato.


Corona e Netflix
E così anche Netflix si rende partecipe, complice, della narrativa che Fabrizio Corona impone all’Italia da un ventennio. Io sono notizia fa molto comodo a Corona per istituzionalizzare il ruolo di bad boy sopra le righe, anche se piuttosto ridicolo in diversi frangenti. L’impressione che ne viene fuori è che con Corona non si possa vincere, non c’è modo di fare uscire definitivamente male un personaggio nel momento in cui lui stesso rilancia al ribasso su qualsiasi cosa negativa si possa raccontare sul suo conto. Io sono notizia, per intenderci, non sortisce lo stesso effetto che fu di Wanna, la docufiction su Wanna Marchi che ne certificò i reati e, soprattutto, l’intento che c’era dietro la scelta di compierli. Così, a mente lucida, al netto di chi subisce quella perversa fascinazione per il diabolico che sta tristemente segnando la cultura italiana dell’ultimo decennio tra Gomorre, Romanzi criminali e trap, si finisce quasi per credere davvero che lui sia effettivamente un perseguitato giudiziario che ha pagato (avrebbe potuto pagare) come un efferato assassino, per la naturale antipatia che mediamente suscita o forse, in questi termini lui sia in tribunale durante il processo Vallettopoli che nella serie lo racconta, per essersi spinto fin sopra le sue possibilità provando a sfiorare l’universo del potere assoluto, quello di una famiglia come gli Agnelli, quando Lapo Elkann sfiorò l’overdose nella casa della trans Patrizia. La docufiction non svela quasi nulla che già non sia stato ampiamente masticato e rimasticato in ambienti giornalistici di qualsiasi colore, ma si resta ugualmente ipnotizzati dalla (presumiamo) selezione di “coronate” del protagonista e alla fine, mentre lo osserviamo vantarsi platealmente dei suoi reiterati reati, si arriva ad una conclusione inequivocabile e indiscussa: Fabrizio Corona è uno dei pochi ad aver capito l’Italia del nuovo millennio e la sua capacità di sfruttare questa falla del sistema mediatico-culturale per molti diventa quasi un merito. Corona, di fatto, non sarebbe niente senza un paese disposto a dare credibilità a lui e un intero mondo, come spiega la stessa mamma di Corona nel documentario, di matrice totalmente berlusconiana, vuoto di contenuti e valori. Perché in fondo, sul finale lo dichiara senza mezzi termini Nina Moric, se decidiamo di non partecipare al gioco (impossibile) della verità e delle evidentemente colossali balle che sono state raccontate in questi anni: «È solo uno che lanciava mutande dal balcone».
