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Il mancato allarme, la fuga, le ustioni assenti: perché Jessica Moretti ora rischia il carcere per Crans-Montana

13 Gennaio 2026 - 05:25 Alessandro D’Amato
crans montana le constellation jacques moretti jessica maric
crans montana le constellation jacques moretti jessica maric
La frase a una cameriera: «C'è poca gente, fanne entrare di più». La sequenza di immagini sulle scale. E le mancate ustioni al braccio

Per la procura di Sion può rimanere nello chalet di famiglia a Lens. Con il braccialetto elettronico. Ma la posizione di Jessica Maric nell’indagine su Le Constellation e la strage di Crans-Montana si aggrava. Per una testimonianza che la vede dire a una cameriera poi deceduta: «C’è poca gente, fanne entrare di più». E, soprattutto, per una sequenza di immagini che la vede «salire rapidamente le scale e allontanarsi» dal locale ancora intatto, con una grossa borsa scura tra le mani. Senza ustioni a un braccio, senza dare l’allarme, senza invitare i clienti a uscire o aiutarli mentre cadevano a terra. Per questo ora potrebbe finire in carcere anche lei oltre al marito Jacques Moretti.

Le indagini su Crans-Montana

Quando è scoppiato il rogo nel locale c’era solo Jessica. Il marito era nel ristorante Le Senso. D’altro canto lei dal 2024 era la direttrice generale di Le Constellation. Mentre Jacques nel 2022 diventa socio al 50% della srl che amministra i loro esercizi. Perché in Svizzera una legge impone ai gestori di locali pubblici di presentare un certificato di “buona moralità”, oltre a fedina penale pulita. E lui aveva inchieste in Francia per truffa, sequestro di persona e sfruttamento della prostituzione. Il suo salone di massaggi “Coniglio caldo” era a Ginevra, due ore di auto da Crans-Montana. La ristrutturazione ha seguito le idee della direttrice. A partire dagli spazi più ampi e dalla scala più stretta, fino all’uscita dal seminterrato sbarrata dall’interno e nascosta dietro un paravento. Mentre gli estintori si trovavano al primo piano dell’edificio, in un appartamento che era diventato l’ufficio di Maric.

Le indagini su Crans-Montana

Quando è scoppiato il rogo nel locale c’era solo Jessica. Il marito era nel ristorante Le Senso. D’altro canto lei dal 2024 era la direttrice generale di Le Constellation. Mentre Jacques nel 2022 diventa socio al 50% della srl che amministra i loro esercizi. Perché in Svizzera una legge impone ai gestori di locali pubblici di presentare un certificato di “buona moralità”, oltre a fedina penale pulita. E lui aveva inchieste in Francia per truffa, sequestro di persona e sfruttamento della prostituzione. Il suo salone di massaggi “Coniglio caldo” era a Ginevra, due ore di auto da Crans-Montana. La ristrutturazione ha seguito le idee della direttrice. A partire dagli spazi più ampi e dalla scala più stretta, fino all’uscita dal seminterrato sbarrata dall’interno e nascosta dietro un paravento. Mentre gli estintori si trovavano al primo piano dell’edificio, in un appartamento che era diventato l’ufficio di Maric.

Le testimonianze delle ex cameriere

Una ex cameriera ha detto di aver preferito licenziarsi: «Mi rifiutavo di salire a cavalcioni sulle spalle dei colleghi con la testa nel casco griffato Dom Pérignon e le candele scintillanti infilate nella vodka che sfioravano i pannelli fonoassorbenti del soffitto. Jessica diceva che i soldi si fanno così: mi sono dimessa», ha raccontato Sarah agli inquirenti. Repubblica racconta che il sito Inside Paradeplatz e la tivù elvetica hanno mostrato una sequenza in cui Jessica Moretti sale «rapidamente le scale e allontanarsi» dal locale ancora intatto, con una grossa borsa scura tra le mani. Nei giorni scorsi, testimoni hanno riferito agli inquirenti di averla vista «scappare subito con l’incasso». I video smentiscono invece la prima versione di Jessica ai magistrati.

I video di Jessica

Maric non ha ustioni, non dà allarmi e nemmeno chiama il 118. Così come i racconti dell’inizio della serata la vedono arrabbiata perché in sala c’era appena un centinaio di ragazzi. «Dobbiamo farne entrare di più per creare l’atmosfera giusta», dice a Cyane Panine, una delle 40 vittime della strage. A trovare il suo corpo è stato Jacques Moretti dopo aver forzato l’uscita di sicurezza del locale: «L’ho cresciuta come se fosse la mia bambina. Io e il suo ragazzo abbiamo cercato di rianimarla in strada per oltre un’ora, finché i soccorritori non ci hanno detto che era troppo tardi», dirà ai magistrati. Poi ci sono le fontane pirotecniche. Jacques ha ammesso che è vero che le utilizzavano, «ad esempio ai compleanni dei clienti», ma non c’era mai stato un incidente. Precisa che durano tra «30 e 40 secondi».

Le candele pirotecniche

Eppure nei filmati si vedevano invece i clienti che maneggiavano le bottiglie e le fontane luminose. Sull’abitudine di far salire le cameriere sulle spalle dei camerieri parla Jessica: «Non era una cosa che facevamo sistematicamente. Non gliel’ho mai impedito, ma non li ho mai costretti». L’istituto forense di Zurigo che ha ispezionato il locale dopo l’incendio, ha trovato 25 bengala già utilizzati. La maggior parte erano vicino ai tavoli accanto alle bottiglie su cui erano stati posizionati. Gli investigatori hanno anche trovato, in uno stanzino adibito a deposito, 100 bengala ancora confezionati all’interno di uno scatolone. E anche un borsone, forse portato da un cliente, con 14 petardi, tra cui 6 potenti «Thunder King».

Le porte bloccate

«Ho sentito un’ondata di calore. Potevo sentire la mia mano letteralmente disintegrarsi». «La gente diceva che il proprietario aveva bloccato le porte per impedire ai clienti di entrare e uscire da quelle laterali, dato che la serata era a pagamento», dice un’altra testimonianza riportata dal Corriere della Sera. Durante l’emergenza uno dei presenti ha trovato la porta sul retro: «Abbiamo forzato la maniglia. La porta si è aperta e i corpi sono caduti fuori. Alcuni gemevano».

Poi racconta un episodio strano: «Una persona che parlava italiano era nel corridoio, vicino alla porta sul retro, mentre stavamo tirando fuori le vittime dal fumo. È intervenuto dicendo che non dovevamo mai toccare le vittime. Quando sono tornato per prenderne un’altra, ho urtato un tavolo che bloccava il passaggio. Per quanto mi riguarda, il tavolo è stato messo lì per impedire l’evacuazione dei feriti». E perché la porta era chiusa? Lo spiega un cameriere che lavorava nell’altro locale dei Moretti, Le Senso: «Dato che la sicurezza filtrava gli ingressi, penso che lo facesse per permettere a tutti di passare dalla stessa porta e facilitare il lavoro, forse».

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