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«Una foto fatta con l’intelligenza artificiale ha spinto il mio fidanzato a uccidere il mio amico»

21 Gennaio 2026 - 06:48 Alessandro D’Amato
atif zouahair abu youssef omicidio foto intelligenza artificiale
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Parla la ragazza di Zouhair Atif, una minorenne che si autodefinisce «con diverse fragilità»: «Quella foto è stata creata con l'intelligenza artificiale da amici di "Aba", poi ha girato ed è arrivata sul cellulare di Zouhair»

Una foto di Abanoub Youssef con la fidanzata di Zouhair Atif abbracciati. Che però non esiste. Nel senso che lo scatto non è autentico. È stato creato con l’intelligenza artificiale. Da amici di Aba che poi l’hanno girato sul cellulare di Zouhair. Sarebbe questa la causa scatenante dell’omicidio dell’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia. O almeno è quello che racconta la ragazza oggi a Repubblica. In attesa di dirlo agli inquirenti. Lei, una minorenne che si autodefinisce «con diverse fragilità», si sente in condizione di raccontare quello che è successo.

La fidanzata di Zouahir Atif

«Temo sia tutta colpa di una foto di me e Abanoub abbracciati. Colpa di qualcosa che non è mai accaduto. Quella foto è stata creata con l’intelligenza artificiale da amici di “Aba”, poi ha girato ed è arrivata sul cellulare di Zouhair. Credo sia partito tutto dal suo orgoglio. Qualche altra provocazione, gli ha fatto perdere la ragione», racconta. Dal giorno dell’omicidio, spiega, «vivo un incubo. Il mio amico di infanzia è stato ucciso. Il mio fidanzato è un assassino. E io sono insultata, minacciata. Non posso uscire di casa, vivo nella mia cameretta. Sono sola. Chi mi attacca non sa cosa stessi passando nella mia vita. Ora ho paura per me stessa. E se non reggo? Se non riesco a sopportare tutto questo? C’è chi arriverebbe a togliersi la vita, per una cosa del genere».

I genitori e la scuola

«I miei genitori sono terrorizzati, si guardano sempre intorno quando escono di casa. Mia mamma ha paura di andare al lavoro. Mio papà teme di fare una figuraccia davanti ai colleghi, perché tutti parlano di questa vicenda». Qualcuno la sta aiutando? «Ho da tempo la psicologa della scuola per problemi personali seri, mi segue anche una psichiatra gratuita. Oggi (ieri, ndr) durante la seduta ero troppo fredda. Non provo emozioni. Sono tutti preoccupati di questo mio peggioramento da venerdì scorso». Dalla scuola cosa le dicono? «Molti insegnanti mi contattano ogni giorno, per sapere come sto. Mi hanno detto di fare un lungo periodo di assenza che non verrà segnato. Quando tornerò sono certa che mi tuteleranno: sanno bene cosa stessi passando prima di questa tragedia. Mi hanno detto “fra tutti proprio a te, povera stella”».

I rapporti con Zouhair Atif e Abanoub Youssef

Con i due ragazzi, spiega lei, «andiamo tutti a scuola insieme, anche se in classi diverse. Io e Aba eravamo amici di infanzia, ci siamo conosciuti in terza elementare. Io e Atif stiamo insieme da due mesi, l’ho conosciuto una sera che ero molto arrabbiata. Avevo bisogno di sfogarmi e ho parlato con quel ragazzo che vedevo nei corridoi, sempre serio. Da lì abbiamo iniziato a vederci. E a capirci». Le liti sono nate «quando io e Aba abbiamo cominciato a riparlarci dopo anni, circa dieci giorni prima dell’omicidio. Aba mi ha chiesto una foto di classe di quando eravamo bambini, perché non la aveva più. Gliel’ho fatta vedere solo dal telefono, perché Zouhair non voleva che gliela inviassi. Aba mi ha poi mostrato una foto di quando ero piccola. Quella fatta con l’intelligenza artificiale invece non ce l’ho, ma so che è arrivata a Zouhair, forse per istigarlo. Sarà per questo che quella mattina era così strano?».

Omicidio per una foto falsa?

È possibile che Zouhair abbia ucciso per delle foto: «Sembra assurdo, ma è partito da lì. Avevano litigato, poi li avevo fatto fare pace. Dicendo a entrambi di smettere, visto che tutti e due conoscono persone un po’ così, capaci di picchiare diciamo». Quella mattina «sembrava tutto risolto. Poi ho sentito Aba urlargli una frase in arabo e ridere con i suoi amici. Zouhair mi ha raccontato che “Aba” lo ha minacciato, dicendogli che aveva amici di Aulla e Massa capaci di picchiarlo e ammazzarlo. Passano due ore. Sentiamo bussare alla porta della classe. È Zouhair. Ha il fiatone. Non entra, mi dice “avvicinati alla porta” e mi fa vedere il coltello sporco di sangue. Io rimango pietrificata. Un prof lo fa sedere. Lui rideva, comodo e menefreghista. Non era lui. Sembrava posseduto. Ora mi chiedo se volesse uccidere anche me».

Un abisso dentro

L’Atif che lei ha conosciuto è «un ragazzo con un abisso dentro, pieno di dolore, sofferenza e paura di sé stesso. In Marocco ha passato tante cose bruttissime. Dice che preferisce stare in carcere che a casa, perché la sua famiglia non lo accetta com’è. È un ragazzo premuroso, ma anche geloso e possessivo. Mi diceva “o mia o di nessuno”». Oggi, dice, «vorrei poterlo incontrare e parlargli, perché ha bisogno di aiuto. Ma so che me lo impediranno. Non giustifico il gesto che ha fatto, possono dargli l’ergastolo. Ma come voglio giustizia per Abanoub, voglio anche un sostegno psichiatrico per Zouhair. Non è colpa sua se è nato così. Non è cattivo, è malato». Domani non andrà ai funerali di Aba: «Vorrei con tutto il cuore, è stato il mio migliore amico d’infanzia. Ma mi odiano tutti, compresi i suoi familiari. Li lascio salutarlo in pace».

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