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Roberto Vecchioni e la morte del figlio: «Il tempo passa, il dolore rimane»

21 Gennaio 2026 - 09:39 Alessandro D’Amato
roberto vecchioni figlio arrigo vecchioni
roberto vecchioni figlio arrigo vecchioni
Il cantautore parla di Arrigo, morto dopo una malattia mentale, e della sua fondazione

«Si dice che il dolore passi con il tempo, ma è il contrario: è il tempo che va avanti, mentre il dolore resta sempre lì». Lo dice Roberto Vecchioni in un’intervista a La Stampa riferendosi alla morte del figlio avvenuta nel 2023 dopo aver lottano per diciassette anni contro una malattia mentale. Un dolore che l’artista ha trasformato, insieme alla moglie, in un aiuto per gli altri costituendo la Fondazione Vecchioni. «Le malattie mentali esistono, non ignoriamole», afferma il cantautore.

La Fondazione Vecchioni

L’iniziativa ha l’obiettivo di combattere i pregiudizi che accompagnano le malattie mentali attraverso la cultura. In questo senso, la Fondazione nasce per fare sentire meno sole le famiglie di coloro che affrontano un disagio mentale. «Tendiamo a mettere le malattie mentali in un angolo e a non considerarle, invece sono frequentissime e la sofferenza si quadruplica se pensiamo a chi è vicino a chi vive questi disturbi, che sia un genitore o un fidanzato. Non si possono dare delle risposte, ma fornire costruzioni di alternative. Anche se sono marginali e superficiali: il nucleo rimane sempre il dolore che si prova. Nei fatti lo possiamo coprire ogni tanto, ma non se ne andrà mai. A volte è eccessivo, ti perfora. Specie quando sei solo, magari la sera quando vuoi dormire. Ma in altri momenti una piccola possibilità di coprirlo c’è».

Il dolore

Ovvero: «Ti occupi di altre cose, ami moltissimo, ami tutti quelli che hai intorno: i tuoi figli e i tuoi nipoti. E, perché no, ti lasci andare anche alla cultura, alla lettura, al cinema. Alle cose che, alla fine, fanno l’umanità. Questo ti dà sempre forza». Poi parla di chi gioca online: «Poker, bridge, scacchi o altro in versione digitale. Questo perché non hanno un vero avversario: è vergognoso perdere con un avversario, ma non con una macchina. Dovremmo invece recuperare la cultura della sconfitta. Non è una fine, ma è un confronto. Molti ragazzi sono fragili, fragilissimi, e appena hanno un momento di crisi si sentono persi. Invece le crisi avvengono a tutti, e noi adulti dobbiamo spiegare che c’è sempre una soluzione».