Così lo scudo penale “per la polizia” rischia di inguaiare… i poliziotti

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato lo scudo penale per la legittima difesa. Nel pacchetto sicurezza che verrà licenziato dal consiglio dei ministri ai primi di febbraio è previsto che chi agisce nell’adempimento del dovere o nell’uso legittimo delle armi non venga iscritto automaticamente e nell’immediato nel registro degli indagati. La misura punta a superare il meccanismo dell’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto. In particolare per coloro che garantiscono la sicurezza dei cittadini ma anche per tutti quei cittadini che invochino una causa di giustificazione. Ma, spiega oggi Marco Travaglio sul Fatto, può diventare un autogol proprio nei confronti di chi vuole tutelare.
Lo scudo penale
Nell’articolo 11 della bozza del ddl è previsto che «per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le forze di polizia, il pubblico ministero non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), disciplinando l’attività di indagine in presenza delle suddette scriminanti. Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro». Così com’è scritta, è una misura di carattere generale, che riguarda tutti i cittadini. L’obiettivo dichiarato è rafforzare le tutele complessive della cittadinanza, non creare un salvacondotto per una particolare categoria. Senza sottrarre o limitare le attività del magistrato, ma evitando automatismi.
Il problema
Ma c’è un problema. E lo spiega Travaglio sul suo editoriale. L’iscrizione nel registro infatti costituisce una garanzia per l’indagato. Fa scattare i termini delle indagini e l’assistenza di un avvocato. In più, quando sarà interrogato potrà avvalersi della facoltà di non rispondere. Con lo scudo penale cosa cambierebbe? In primo luogo le indagini resterebbero contro ignoti. Chi ha sparato, come nel caso del poliziotto di Rogoredo, verrebbe interrogato come testimone. Avendo quindi l’obbligo di dire la verità.
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Se tacesse (come sarebbe suo diritto fare da indagato, in base al principio universale in base a cui nessuno può essere obbligato ad autoaccusarsi) o mentisse (cosa che in Italia per gli indagati è lecita, diversamente dagli Usa dove possono solo tacere), rischierebbe di venire processato per reticenza e/o false dichiarazioni al pm.
L’ulteriore paradosso
E c’è un ulteriore paradosso. Nel caso di una sparatoria con feriti, ma senza morti, tra uomini delle forze dell’ordine e gruppi di criminali, i primi – non potendo essere indagati – dovrebbero rispondere e dire la verità anche contro se stessi. Mentre i secondi verrebbero indagati e assistiti da un avvocato, cioè potrebbero tacere o mentire. Per fortuna, conclude Travaglio, è una legge ordinaria. E verrà quindi cancellata dalla Corte Costituzionale. L’articolo dice espressamente che le garanzie per gli indagati rimangono. Ma anche questo rischia di costituire un paradosso. Come esercitarle, se un “testimone” non può nominare un avvocato difensore?
