Niscemi, la frana e i soldi del Ponte: «Nessuno ha mai presentato un progetto»

Il decreto per il Ponte sullo Stretto non sarà nel consiglio dei ministri di oggi. Ed è difficile non pensare che dietro la decisione di Giorgia Meloni ci sia la frana di Niscemi. Dopo che l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un ordine del giorno che chiede di usare gli stanziamenti per l’infrastruttura per i danni del ciclone Harry, il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri. Una frenata dettata dall’opportunità politica. Visto che anche Elly Schlein ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione. Intanto un’altra verità emerge dai decreti e dalle tabelle del Pnrr. Quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto.
La frana di Niscemi e il Ponte sullo Stretto di Messina
Dall’opposizione arriva la richiesta di usare i soldi del Ponte di Messina per il risanamento ambientale. Pd, Avs e M5s definiscono «uno spreco» finanziare il ponte quando invece tutto il denaro pubblico disponibile andrebbe destinato al dissesto idrogeologico e alla tutela del territorio. Ma il ministro alla Protezione Civile Nello Musumeci ha già sbarrato questa strada: «Perché non usare i soldi del ponte di Messina? Non sono iscritto al partito del Benaltrismo. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche», le sue parole al Corriere. «I soldi ci sono stati in passato, ma sono stati destinati altrove», ha aggiunto, ribadendo che «il governo Meloni farà la propria parte fino all’ultimo». Però il decreto Ponte non sarà nel Cdm oggi. Repubblica spiega che non si tratta di una bocciatura ma di una frenata.
L’elicottero di Meloni
La premier, arrivata ieri in elicottero a Niscemi dopo le critiche dell’opposizione e il viaggio di Schlein, sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un argomento sensibile. Infatti il voto segreto dell’Ars ha restituito la richiesta di deviarne i fondi con i voti anche del centrodestra. Meloni ha anche bloccato i tre emendamenti al Milleproroghe per riaprire i termini del condono edilizio. Anche questo per ragioni di opportunità. E va considerato che la Sicilia è un serbatoio inesauribile di voti per il centrodestra. Tanto che sarà decisiva alle elezioni politiche. La sospensione di Iva, ritenute, Imu è la prima mossa. Poi arriverà lo stanziamento adeguato ai danni sofferti da Sicilia, Calabria e Sardegna.
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I progetti mai presentati a Niscemi
Intanto emerge che il Recovery Plan non si è fermato a Niscemi. Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza. Il 12 ottobre di quell’anno una frana colpì i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Causando lo sgombero di 111 famiglie, ovvero 392 tra donne, uomini e bambini, e la demolizione di 48 abitazioni. Il giorno dopo il governo Berlusconi stanziò un primo fondo di 8,5 miliardi di lire, con promesse di risanamento e ricostruzione. Ai senzatetto vanno 600 mila lire al mese per un anno. L’emergenza poi venne prorogata per 10 anni, mentre il comune fu classificato a rischio geologico R4, il massimo. Nel 2004 il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose e così si sommano altri commissari, che però gestiscono l’ordinario. Nel 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato.
L’emergenza infinita
Ma i lavori non partono. E nel 2007, l’emergenza viene dichiarata conclusa. Un appalto da 9 milioni assegnato nello stesso anno si arena per un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da 9 milioni: finanziamento revocato, zero euro spesi. L’unico intervento strutturale arriva nel 2019: 1,2 milioni per un tratto del versante ovest e per la strada provinciale 12. Un progetto da 8 milioni, pronto dal 2016, non viene mai finanziato né inserito nella piattaforma Rendis. Tra il 2019 fino ad oggi nessuna richiesta viene inoltrata dal comune di Niscemi alla Struttura commissariale contro il dissesto.
Le spese per il dissesto idrogeologico
Dal 2014, dei circa venti milioni di euro programmati ne è stato speso appena 1,2: il resto è rimasto sulla carta. Naturalmente non è l’unico caso. La Stampa spiega che la struttura del commissario contro il dissesto idrogeologico della Regione ha finora potuto contare su circa 750 milioni; ne ha spesi 117. Di un miliardo e mezzo dal 2010 a oggi le risorse impiegate sono poco sotto gli 800 milioni. Poco meno di un terzo di questi fondi – 404 milioni – servivano proprio a contrastare il dissesto idrogeologico ma sono rimasti fermi per oltre cinque anni, dal 2019 al 2024.
E ancora: secondo l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) negli ultimi 25 anni sono stati stanziati 19 miliardi contro il dissesto. Ma solo un terzo è stato effettivamente speso. La Sicilia è tra le cinque regioni maggiormente finanziate. Ma è impossibile persino sapere per quale scopo i fondi sono stati stanziati.
