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Il giudice Vitelli che assolse Stasi: «Perché per me è innocente». La vicina che lo scagiona e cosa ancora non torna su bici e pc

29 Gennaio 2026 - 11:48 Giovanni Ruggiero
Il giudice Vitelli che assolse Alberto Stasi
Il giudice Vitelli che assolse Alberto Stasi
Ancora oggi sono troppi gli elementi che non tornano nell'indagine sul delitto di Garlasco secondo il magistrato che assolse in primo grado Alberto Stasi. La sua posizione spiegata in un libro, in cui racconta anche le fasi più delicate del processo, prima di dover prendere l'ultima decisione

Non ha cambiato idea il giudice Stefano Vitelli sull’innocenza di Alberto Stasi, anche a distanza di anni dalla sentenza definitiva che lo ha condannato a 16 anni per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi. È stato lui il giudice che nel processo di primo grado che decise per l’assoluzione, convinto dell’innocenza dell’imputato. Oggi, con la pubblicazione del suo libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme editore) scritto insieme al giornalista Giuseppe Legato, Vitelli torna sul caso che ha diviso l’opinione pubblica. Nelle interviste rilasciate a Stampa e Repubblica, il magistrato ribadisce la sua posizione: secondo lui, Stasi non ha ucciso. Una convinzione che resiste anche dopo il ribaltamento della Corte di Cassazione, che ha reso definitiva la condanna.

Le prove che secondo Vitelli scagionerebbero Stasi

Il nodo centrale della difesa riguarda l’alibi informatico. Secondo quanto emerso dalla perizia disposta da Vitelli, Stasi quella mattina lavorava effettivamente alla tesi con «sostanziale continuità e impegno». Il giudice spiega che la valutazione fu sia quantitativa che qualitativa, dimostrando un lavoro reale al computer. «Se l’omicidio è avvenuto nella prima parte della mattina, lui sarebbe dovuto tornare a casa in fretta e furia per mettersi a lavorare», argomenta Vitelli. Un elemento che non convince. Altro tassello era stata la testimonianza di una vicina che vide davanti al muro una bicicletta da donna, diversa da quella di Stasi. La teste, secondo quanto riporta il magistrato, non conosceva l’imputato ed era certa di quanto affermava. Anche gli iniziali sospetti degli inquirenti andavano in direzione opposta: i carabinieri, rivela Vitelli, «inizialmente pensavano fosse un incidente domestico».

Il principio del ragionevole dubbio

«Il ragionevole dubbio non è una sconfitta, la verità assoluta non è di questo mondo», afferma Vitelli anche nel suo libro. Per il magistrato, assolvere quando non si ha certezza della colpevolezza rappresenta una vittoria dello Stato liberal-democratico, non una resa. Nel corso del processo, racconta, più approfondiva il caso e più emergevano incongruenze: dalla bicicletta alla vicina, troppi elementi non combaciavano. «Su un caso così complesso e misterioso, decisi di partire dalla base. Non solo norme e codici: misi in discussione me stesso e ogni indizio con approccio socratico – racconta a Repubblica – E mi confrontai con poche persone che seppero ascoltarmi e che non avevano interessi: mia madre e pochi fidati amici. Consigliarono umiltà e prudenza nel giudizio, le due virtù che il presidente Mattarella ha invitato a coltivare, pochi giorni fa, in un suo bellissimo discorso ai giovani magistrati». E poi spiega: «Un insieme di piccoli ramoscelli non può reggere il peso di un vaso di fiori». Quindi prove deboli, anche se numerose, non bastano per una condanna. «Meglio un colpevole fuori che un innocente dentro», conclude il giudice citando un principio cardine del diritto.

Quando i media condizionano i processi

Uno dei passaggi più critici dell’intervista riguarda il ruolo dell’informazione nei processi. Vitelli pensa che il pericolo che i media distorcano la giustizia esiste ed è concreto. «Nel processo mediatico l’indagato diventa presunto colpevole», denuncia. Il magistrato punta il dito anche contro consulenti e periti che, invece di limitarsi a risposte tecniche, si lasciano influenzare dalla pressione esterna e «vogliono risolvere il caso». Per questo, secondo Vitelli, il giudice deve «chiudere la porta, anche ad avvocati e pm, se necessario». Il caso Garlasco, con il soprannome mediatico del «biondino dagli occhi di ghiaccio», rappresenta l’esempio perfetto di come la convinzione più popolare possa aver condizionato il giudizio nel corso dei successivi gradi. Nonostante la Cassazione abbia ribaltato la sua sentenza (e lo stesso procuratore generale aveva chiesto l’annullamento della condanna in Appello), Vitelli resta convinto della sua posizione.

Le lezioni del caso Garlasco per la giustizia italiana

«Quello che sembra essere può non essere», scrive Vitelli nel suo libro. Una frase che sintetizza l’intera vicenda: dall’impronta sul dispenser che poteva essere stata lasciata la sera prima, alla telefonata fredda che poteva essere il modo personale di Stasi di reagire al trauma. Il magistrato usa il caso per lanciare un messaggio ai giovani che non hanno vissuto la soppressione delle garanzie fondamentali: il peso della privazione della libertà va compreso fino in fondo. Riguardo alle polemiche politiche sul caso, Vitelli è netto: usare Garlasco per sostenere o bocciare riforme come la separazione delle carriere significa perdere un’occasione. Sulle critiche della famiglia Poggi, il magistrato evita di commentare. Infine, sull’ipotesi di corruzione che riguarderebbe il collega Venditti coinvolto nel processo, Vitelli si dice «ripugnato» all’idea che qualcuno possa «vendere la propria funzione, soprattutto in un caso di omicidio e possibile errore giudiziario».

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