L’Iran dichiara «terroristi» gli eserciti Ue. Khamenei minaccia: «Attacco Usa scatenerà guerra regionale». Libero il leader della protesta

Il Parlamento iraniano ha designato gli eserciti dei Paesi dell’Unione europea come «gruppi terroristici». Una mossa presentata come risposta diretta alla decisione dei Ventisette di inserire i Guardiani della Rivoluzione islamica (pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ad annunciarlo è stato il presidente dell’Assemblea consultiva islamica, Mohammad-Bagher Ghalibaf. Secondo Teheran, l’Unione europea «ha obbedito ciecamente agli ordini del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e dei leader israeliani», assumendosi così la responsabilità delle conseguenze di una scelta definita «irresponsabile». Nei giorni precedenti, anche il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, aveva confermato che gli eserciti dei Paesi coinvolti nella risoluzione Ue sarebbero stati considerati terroristi dall’Iran.
Teheran pubblica una lista di persone uccise nelle proteste
La scelta europea è maturata dopo la dura repressione delle manifestazioni delle ultime settimane in cui sono stati uccise migliaia di persone. Oltre 30 mila vittime solo nei giorni dell’8 e 9 gennaio per Iran International, 10 mila per alcune ong. Diverso il bilancio diffuso oggi dall’ufficio presidenziale sui media statali: 2.986 persone morte durante le proteste. Un lungo elenco che riporta nome e cognome dei manifestanti, nome del padre e parte del loro codice nazionale. «La pubblicazione dell’elenco, fornito dalla polizia Scientifica dello Stato, è avvenuta su ordine del presidente Masoud Pezeshkian, in base ai principi di trasparenza, responsabilità e rendicontazione», ha dichiarato domenica l’ufficio, citato da Irna. Intanto, il giovane simbolo delle protesta, Erfan Soltani, è stato rilasciato su cauzione. Lo fa sapere l’avvocato. Il 26enne era stato arrestato l’8 gennaio e subito condannato a morte con l’accusa di propaganda contro lo Stato.
L’avvertimento di Khamenei
Nel frattempo, la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, riapparso in pubblico ieri, ha lanciato un duro monito a Washington, mettendo in guardia dal rischio di una «guerra regionale» in caso di un attacco americano. «Qualsiasi aggressione contro l’Iran trascinerebbe inevitabilmente l’intera regione in un conflitto», ha affermato l’Ayatollah, sottolineando che Teheran non intende colpire altri Paesi, ma risponderà con decisione a chiunque la attacchi. Parlando all’apertura delle celebrazioni per l’anniversario della Rivoluzione islamica del 1979, Khamenei ha anche ricordato come le minacce statunitensi non rappresentino una novità: «Da anni si parla di guerra, di aerei e di navi. Gli americani hanno più volte detto che tutte le opzioni restano sul tavolo».
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L’attacco non imminente
Ciò che appare evidente è l’assenza di una linea chiara da parte degli Stati Uniti sulla possibilità di un intervento in Iran. Secondo il Wall Street Journal, un attacco non sarebbe però imminente. Il Pentagono starebbe concentrando i propri sforzi sul rafforzamento delle difese aeree in Medio Oriente per proteggere Israele, le basi militari americane e gli alleati regionali. Funzionari statunitensi spiegano che il dispiegamento dei sistemi difensivi «serve a fronteggiare eventuali ritorsioni iraniane e l’ipotesi di un conflitto prolungato». Pur non escludendo attacchi aerei mirati, Trump avrebbe chiesto al Pentagono di pianificare «un’operazione decisiva», che però richiederebbe un ulteriore potenziamento dello scudo difensivo in vista di un possibile attacco iraniano. In questa direzione va il previsto dispiegamento di nuove batterie missilistiche Thaad e Patriot nel Golfo, destinate a proteggere le principali strutture statunitensi. Una mossa che conferma come, mentre la diplomazia prova a guadagnare tempo, la macchina militare resti comunque in stato di allerta.
Il possibile ruolo della Turchia
E in un modo o nell’altro la Turchia finisce sempre per avere un ruolo nella partita. Un attore che, direttamente o sullo sfondo, torna puntualmente in scena. Secondo un’analisi di Haaretz, la minaccia di un attacco statunitense potrebbe essere infatti rinviata in attesa di un nuovo round negoziale guidato da Ankara. Senza una giustificazione immediata per un’azione militare, Trump potrebbe attribuire alla Turchia il merito di aver contribuito a disinnescare la crisi, considerandola un mediatore più efficace dell’Arabia Saudita.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan mantiene contatti diretti sia con Trump sia con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, e si sarebbe persino offerto di ospitare un incontro trilaterale in videoconferenza, ipotesi al momento poco realistica. Secondo fonti turche citate dal media israeliano, sarebbe stato proprio Erdoğan a suggerire di suddividere il dialogo con Teheran in diversi «capitoli negoziali». Sul fronte più delicato, quello nucleare, Ankara potrebbe proporre di trasferire in Turchia l’uranio arricchito iraniano – inclusi circa 440 chilogrammi al 60% – con l’impegno a non restituirlo mai all’Iran, nel tentativo di ridurre le tensioni e offrire a Washington un’alternativa diplomatica all’escalation.
