Perché sugli sci sottovalutiamo il pericolo? Ecco cosa succede al nostro cervello quando siamo in alta quota e al freddo

La stagione sciistica è ancora in corso e, mentre l’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 riporta le montagne al centro dell’attenzione, migliaia di persone continuano a frequentare le piste ogni fine settimana. Sport amatissimo, dal punto di vista della salute, lo sci è soprattutto un’attività che espone l’organismo a condizioni peculiari: freddo, quota, velocità, fatica. Negli ultimi giorni la cronaca ha registrato incidenti gravi sulle piste, dall’uomo rimasto ferito all’Abetone al giovane sciatore morto a soli 21 anni dopo un impatto contro un albero a Courmayeur. Non si tratta di eventi rari o marginali: ogni anno, sulle piste italiane, si verificano oltre 30.000 incidenti, e circa 1.500 richiedono il ricovero o l’intervento ospedaliero. Le stime della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia (SIOT), basate sui dati del sistema nazionale di sorveglianza degli infortuni in montagna dell’Iss, parlano di un fenomeno ricorrente che associa a uno sport amatissimo e praticato da molti un rischio sulla salute tutt’altro che marginale. Per comprendere le cause di dati così elevati non basta però richiamare l’imprudenza individuale o il livello tecnico: sempre più ricerche suggeriscono che una parte della spiegazione vada cercata in ciò che accade al cervello quando si scia, e in come freddo, quota e velocità possono modificare attenzione, giudizio e percezione del rischio.
Il ruolo dell’alta quota
Negli ultimi anni, la ricerca ha iniziato a guardare agli incidenti sugli sci non solo come a una questione di tecnica, condizioni della pista o comportamento individuale, ma come al risultato di interazioni complesse tra ambiente e cervello. Freddo, quota e velocità non sono semplici “fattori esterni”: agiscono direttamente sui meccanismi neurofisiologici che regolano attenzione, autocontrollo e valutazione del rischio. Ed è qui che entra in gioco un punto chiave per la salute: possiamo sentirci lucidi e in controllo proprio mentre alcune funzioni cognitive iniziano a funzionare peggio. Uno dei primi fattori in gioco è la quota. Anche a livelli relativamente moderati, tipici di molte località sciistiche, l’organismo può sperimentare una ipossia lieve, cioè una riduzione non patologica ma significativa dell’ossigeno disponibile per il cervello. Vuol dire cioè che la riduzione non è tale da provocare sintomi clinici evidenti come vertigini o cefalea, ma è sufficiente a produrre effetti misurabili sulle funzioni cognitive.
Gli studi
Studi sperimentali di neuropsicologia mostrano che una riduzione lieve dell’ossigenazione cerebrale è sufficiente a produrre alterazioni misurabili nel modo in cui prendiamo decisioni. In un lavoro pubblicato sulla rivista Neuropsychology, i ricercatori hanno simulato una condizione di ipossia lieve e valutato il comportamento dei partecipanti con il Balloon Analogue Risk Task (BART), uno dei test più utilizzati per studiare la propensione al rischio in condizioni controllate. ll compito è semplice: sullo schermo compare un palloncino virtuale che può essere gonfiato progressivamente. Ogni “gonfiata” aumenta il guadagno potenziale, ma anche la probabilità che il palloncino scoppi, facendo perdere tutto. Il partecipante deve decidere quando fermarsi, bilanciando beneficio immediato e rischio di perdita. Per queste ragioni il BART è considerato un buon modello sperimentale di situazioni reali in cui spingersi un po’ oltre può sembrare conveniente, ma riduce progressivamente il margine di sicurezza. I risultati hanno mostrato come, in condizioni di ipossia lieve, i partecipanti tendevano a gonfiare il palloncino più a lungo, assumendo quindi decisioni più rischiose rispetto alla normossia. «Dal punto di vista neurofisiologico, questo comportamento è coerente con un’alterazione del controllo inibitorio, la capacità di fermarsi prima di superare un limite», spiegano i ricercatori.
Ti potrebbe interessare
- Federica Brignone alle Olimpiadi: «Sarò l’outsider. L’infortunio mi ha rubato una gamba»
- Mattarella consegna la Bandiera tricolore agli atleti olimpici di Milano-Cortina – Il video
- Morta assiderata a pochi metri dalla vetta, il compagno accusato di omicidio colposo: la partenza in ritardo, i vestiti inadeguati e lei lasciata sola
Il freddo e le prestazioni cognitive
Anche il freddo gioca un ruolo centrale nel modificare il modo in cui il cervello funziona in pista, ed è uno dei fattori più sottovalutati quando si parla di rischio. Non si tratta di ipotermia clinica, ma di esposizione a temperature basse compatibili con la pratica sportiva, che tuttavia possono incidere sui processi cognitivi. Un primo riferimento fondamentale è uno studio di fisiologia ambientale del 2012 guidato dal ricercatore Matthew D. Muller, che ha analizzato gli effetti dell’esposizione a circa 10 °C sulle prestazioni cognitive. I risultati mostrano un peggioramento significativo di memoria di lavoro, tempi di reazione a scelta e funzioni esecutive: in altre parole, le capacità che permettono di tenere aggiornate le informazioni mentre si agisce, scegliere rapidamente come rispondere a uno stimolo e inibire una risposta automatica quando le condizioni cambiano.
Un elemento particolarmente rilevante, dal punto di vista della sicurezza, è che questi deficit persistono anche nella fase di riscaldamento, quando la temperatura corporea e la sensazione soggettiva di freddo stanno tornando verso valori normali. Questo significa che il cervello può continuare a funzionare in modo meno efficiente anche quando la persona si sente di nuovo “a posto”.
Gli studi
Le evidenze più recenti confermano e ampliano questi risultati. Una revisione sistematica pubblicata nel 2021 sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha analizzato in modo comparativo 18 studi sperimentali sugli effetti dell’esposizione al freddo sulla cognizione. La maggior parte degli studi inclusi mostra che, prima ancora di raggiungere condizioni di stress termico clinicamente rilevanti, il freddo è associato a un peggioramento dell’attenzione, della velocità di elaborazione, della memoria di lavoro e delle funzioni esecutive, soprattutto in compiti complessi e dinamici.
Un’ulteriore conferma del legame tra freddo e funzionamento del cervello arriva da una ricerca recente, pubblicata nel 2025 sulla rivista Biosensors dal gruppo di Youngsun Kong, che ha cercato di capire se lo stress da freddo lasciasse tracce misurabili non solo nei test cognitivi, ma anche nei segnali fisiologici del corpo. Lo studio è stato condotto in un ambiente a circa 10 gradi e ha coinvolto partecipanti sottoposte a compiti su memoria, attenzione e tempi di reazione, mentre indossavano sensori in grado di registrare in modo continuo alcune risposte automatiche dell’organismo. Tra queste, i ricercatori hanno misurato la variabilità della frequenza cardiaca (HRV), cioè le piccole oscillazioni nel tempo tra un battito e l’altro; e l’attività elettrodermica (EDA), che riflette le variazioni della sudorazione della pelle legate all’attivazione emotiva e fisiologica, anche quando non ce ne accorgiamo. I risultati mostrano che, con il protrarsi dell’esposizione al freddo, le prestazioni cognitive peggiorano in modo misurabile e che alcune di queste modifiche possono essere anticipare osservando proprio i cambiamenti nell’HRV. In altre parole, prima ancora che emergano errori evidenti nei test, il corpo segnala che il cervello sta lavorando con minore efficienza. Studi come quello di Kong suggeriscono però un passo ulteriore: che alcuni segnali fisiologici possano diventare indicatori indiretti dell’efficienza cognitiva sotto stress ambientale come il freddo. Non si tratta di strumenti oggi utilizzati per “decidere” in pista, ma di evidenze che aprono alla possibilità, ancora sperimentale, di intercettare il calo di attenzione e capacità decisionale prima che si traduca in un errore.
Velocità: quando l’aumento di arousal rompe l’equilibrio cognitivo
La velocità è uno degli stimoli più potenti per il cervello quando si scia. Dal punto di vista neurofisiologico, muoversi rapidamente in un ambiente complesso aumenta il cosiddetto arousal, cioè il livello di attivazione del sistema nervoso centrale in risposta agli stimoli ambientali. Questo stato di attivazione rende il cervello più vigile e reattivo, ma solo finché resta in equilibrio con le richieste del compito. In neuroscienza, la cosiddetta “soglia critica” dell’arousal non è un valore numerico preciso, né una velocità definita: è il punto in cui si rompe l’equilibrio tra livello di attivazione e capacità del cervello di integrare informazioni in modo flessibile.
Quando l’attivazione diventa troppo elevata rispetto alla complessità dell’ambiente, per esempio per l’aumento della velocità, del carico sensoriale e delle decisioni da prendere in tempi molto brevi, il cervello cambia strategia. È in questo passaggio che emerge il fenomeno dell’attentional narrowing, cioè la restrizione del campo d’attenzione.
Gli studi
Il concetto è stato descritto per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta dallo psicologo statunitense John A. Easterbrook. Easterbrook osservò che, quando l’arousal aumenta, il cervello tende a concentrarsi sugli stimoli più salienti e immediati, riducendo progressivamente l’attenzione verso segnali periferici o meno evidenti. Ricerche successive hanno confermato questo meccanismo con metodi sperimentali moderni. Una ricerca pubblicata su Frontiers in Psychology ha mostrato che l’aumento dell’arousal, misurato attraverso la dilatazione della pupilla, un indice fisiologico dell’attivazione, è associato a una maggiore selettività dell’attenzione: il cervello privilegia alcuni stimoli centrali ma perde efficienza nel monitorare informazioni secondarie o periferiche.
Applicato allo sci alpino questo significa che a velocità elevate il cervello tende a concentrare le risorse dell’attenzione quasi esclusivamente su ciò che è immediatamente davanti: la traiettoria successiva, il punto di appoggio degli sci, la linea più fluida per proseguire la discesa. È una risposta funzionale: in un contesto rapido, il sistema nervoso privilegia ciò che serve a mantenere continuità e stabilità del movimento. Il rovescio della medaglia è che altre informazioni, meno centrali ma fondamentali per la sicurezza, vengono elaborate con minore efficacia o con un leggero ritardo. Può trattarsi di un cambiamento improvviso della neve, di uno sciatore che entra lateralmente nel campo visivo, di una segnalazione o di un restringimento della pista.
Non è distrazione né incapacità tecnica. È il risultato di una selezione automatica degli stimoli operata dal cervello quando il livello di attivazione è elevato: per restare rapido e coordinato, riduce il numero di segnali considerati e si affida a schemi motori e decisionali già consolidati.
