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Diritti lgbt, per la prima volta in Italia riconosciuta dopo la morte la madre intenzionale: ora le figlie potranno ricevere la pensione di reversibilità

05 Febbraio 2026 - 17:13 Ugo Milano
lgbt primo riconoscimento madre intenzionale
lgbt primo riconoscimento madre intenzionale
La storia di Federica Fontana ed Emanuela Murgia e del riconoscimento arrivato al termine di «un’azione di stato», procedura che solitamente viene utilizzata per accertare la paternità

Il tribunale di Trieste ha riconosciuto per la prima volta in Italia la maternità post-mortem di una donna omosessuale, permettendo così alle sue figlie di ottenere tutti i diritti previsti per i figli di un genitore deceduta. Inclusa la pensione di reversibilità. La sentenza riguarda Federica Fontana, professoressa di Archeologia greca e romana all’università di Trieste, scomparsa il 19 maggio 2024 a 61 anni dopo una lunga malattia. La donna non aveva potuto riconoscere le bambine avute con la moglie, Emanuela Murgia, a causa delle limitazioni della legge italiana sulle famiglie omogenitoriali. Il riconoscimento è arrivato grazie a «un’azione di stato» avviata da Murgia, procedura che solitamente viene utilizzata per accertare la paternità. «Per me è stato un modo per portare a compimento qualcosa che avremmo voluto fare insieme. Un grande motivo di vita, di fronte a una perdita così grande», ha dichiarato Murgia.

La storia della coppia

Come riferisce il Corriere della Sera, Fontana e Murgia si erano conosciute vent’anni fa all’Università di Trieste e, dopo dieci anni di relazione, avevano deciso di allargare la famiglia tramite fecondazione assistita in Spagna. La legge italiana non riconosceva Federica come madre intenzionale, rendendo le bambine prive di tutele in caso di lutto, dai benefici scolastici alla previdenza sociale. Murgia, ricercatrice universitaria precaria, si è trovata in difficoltà nel crescere da sola le due figlie, con mutuo e contratto in scadenza. Il sostegno legale è arrivato dalle avvocate di Rete Lenford, che hanno seguito la causa pro bono.

Le conseguenze della sentenza

Il tribunale ha stabilito che «il rapporto di filiazione può essere accertato anche nei confronti di una madre ormai deceduta, quando risulti provata la volontà procreativa condivisa». La decisione sancisce l’equivalenza dei diritti tra figli di famiglie omogenitoriali e quelli di famiglie eterosessuali, garantendo alle bambine l’accesso a tutte le prestazioni previdenziali e assistenziali del genitore defunto. «Quando siamo andate a cambiare i documenti per mettere anche il cognome della mamma Chicca le bambine erano entusiaste. Io sono sollevata. So che è quello che voleva Federica», conclude Murgia.

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