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Leo Gassmann: «I voti dei giornalisti? Fanno male, ma li perdono. Non basta un ascolto per capire una canzone». L’intervista

05 Febbraio 2026 - 22:09 Gabriele Fazio
Naturale, il brano che canterà al Festival, rappresenta un passaggio a un genere nuovo per il figlio e nipote d'arte: il folk

Terza volta sul palco del Festival di Sanremo, terzo disco della carriera in uscita ad aprile (titolo: Vita vera Paradiso), tutto dopo aver conquistato critica e pubblico con un’interpretazione di Franco Califano degna del Nastro D’argento come rivelazione dell’anno. Tutto sta andando a gonfie vele a Leo Gassmann, a prescindere dal piazzamento che riuscirà a ottenere all’Ariston con la sua Naturale, primo passo di un percorso che lo porterà lontano dai luoghi musicali ai quali ci aveva abituato. Quello che verrà infatti sarà un Gassmann dichiaratamente folk e in questo passaggio dal teen drama ad un genere se non più nobile sicuramente più ricercato, si inserisce Naturale.

Quando hai saputo di essere tra i big in gara, ti sei detto: «Adesso vado a Sanremo per…»?
«In realtà la certezza ce l’ho avuta quando ho visto il telegiornale, stavo morendo di tachicardia perché io sapevo soltanto che a Carlo il pezzo era piaciuto, dopo non ho più saputo niente, quindi poteva essere successa qualsiasi cosa, è stata una grande sorpresa, il video che ho pubblicato certifica l’emozione. Ho detto “Adesso vado a Sanremo…” per far vedere a che punto del percorso sono arrivato a livello musicale. Sanremo è una vetrina meravigliosa che ti dà la possibilità di mettere al centro la musica, di mettere al centro i tuoi progetti, il tuo sentiero, e poi ovviamente le persone che desiderano percorrerlo con te sono sempre le benvenute».

Ci sarà anche un disco dopo, cosa possiamo aspettarci?
«Il disco che uscirà dopo il festival è un disco molto sincero, nato in maniera molto trasparente durante i miei viaggi. Io spesso scrivo durante i viaggi e durante i momenti di vita vera, ma questo è il primo disco dove credo di aver trovato finalmente un’identità anche sonora. Anche a livello comunicativo, di testi, di musica e ricerca. Ci tenevo che fosse un disco da ascoltare dall’inizio alla fine, mentre i primi dischi erano molto sperimentali, c’erano alcune canzoni che strizzavano l’occhio al rock, alcune al pop, alcune all’alternative pop, al dream pop, questo invece è un disco folk, ma anche world se vogliamo, perché ci stanno tanti tanti strumenti che ricordano il country moderno, come Noah Kahan, come Medium Build, che è il mio artista preferito, sconosciuto in Italia ma che io adoro tantissimo».

Nomi interessanti…
«Io ascolto tanti emergenti, mi ispirano tanto, mi piace il modo in cui comunicano, quindi sarà un disco in cui finalmente mi sono dato la libertà di essere me stesso dall’inizio alla fine, senza presunzione di dover scalare le classifiche o di dover piacere per forza. E questo mi alleggerisce il cuore, perché so che ciò che uscirà mi rappresenta al 100% per quello che sono oggi e che sono stato in questi ultimi anni. Questo disco l’ho scritto interamente io con dei miei amici, amici poco conosciuti dal mainstream che fanno delle cose molto belle».

Stai trovando anche una centratura tua come artista?
«Io lavoro ogni giorno per cercarla questa centratura, sicuramente dal punto di vista musicale con questo disco non mi si potrà dire di non essere centrato, poi, ripeto: potrà piacere, potrà non piacere, potrà passare inosservato o magari no, chi lo sa, questo non lo so ovviamente, oggi non si può più prevedere niente…».

Questo ormai è un problema anche di Bruce Springsteen
«Esatto».

I tuoi discografici avranno fatto i salti di gioia pensando a un tuo disco folk…
«In realtà mi hanno stupito, perché io inizialmente, quando dovevamo fare la riunione e dovevo raccontare questa virata verso il folk e il country, pensavo che il mio capo Mario Sala avrebbe detto tipo “Ma che cosa stai facendo?? Ma andiamo a Sanremo, non possiamo uscire col disco folk!”. E invece dopo aver ascoltato c’è stato un momento di silenzio e poi mi ha detto: “Allora, se vogliamo fare questa cosa vai proprio in fondo, prendi le zampogne, prendi strumenti mai suonati, prendi delle cose che ti differenziano”. Perché tanto, per quanto riguarda l’industria musicale di oggi, soprattutto in Italia, ci sono poche cose che funzionano, se ascolti la radio, e non è una critica nei confronti del pop che io trovo stupendo, noti che si sentono delle canzoni che potrebbe cantare x, y o b. Ma in Italia esistono tante cose fichissime che però a volte passano inosservate, non per chissà quale complotto, semplicemente danno meno nell’occhio perché c’è bisogno di tempo per comprenderle. E invece oggi viviamo in una società nella quale tutto va molto veloce, come le pagelle dei giornalisti che sono uscite su Sanremo: come fai a valutare 30 canzoni in così poco tempo al primo ascolto? Cioè, è una richiesta assurda poter dare una valutazione. Magari puoi capire le canzoni più immediate, quelle che c’hanno i ritornelli che sai che funzionano a livello radiofonico, ma tutte le altre?».

Effettivamente non è facile…
«Perché magari gli artisti ci hanno messo il loro cuore, ci hanno messo impegno, quindi è sbagliato secondo me il modo in cui viene valutata la musica oggi. E questo dopo però magari ci fa perdere per strada delle cose che una volta avrebbero potuto fare la differenza e sarebbero potute essere più valorizzate».

Quindi in linea di massima condividi il fatto che 30 canzoni in gara sono troppe?
«Be, con 30 canzoni sicuramente è stata data la possibilità a 30 artisti di poter portare la loro canzone, non lo so se sono troppe, io mi soffermo sul fatto che per valutare una canzone c’è bisogno di tempo. Poi comunque dopo riascolti e quello che hai scritto o detto magari te lo devi rimangiare, perché magari capisci che quella canzone la ascolti in un altro momento della tua vita e capisci di essere stato un po’ troppo catastrofico nel valutarla».

Quindi ti è dispiaciuto non aver avuto buoni voti dalla stampa dopo i preascolti?
«È una cosa che un pochino mi è dispiaciuta, ma non solo nei miei riguardi, mi è dispiaciuta anche per i miei colleghi. Quest’anno ne conosco tante di persone che stanno al Festival, siamo tutti amici, ci sono molte persone che stimo, e ho letto dei commenti che andavano un po’ fuori tema. Giudizi che andavano a mirare più la persona e quelli sono commenti che fanno male a un essere umano. Abbiamo un pochino dimenticato la generosità, la gentilezza, nei confronti di un essere umano, perché qua siamo tutti a fare il nostro lavoro, qua cerchiamo tutti quanti di fare del nostro meglio, e lo posso comprendere che magari una canzone a un primo ascolto possa non piacere, è giusto che sia così, però nel momento in cui te vai a scrivere, ad esempio, “Questo deve cambiare mestiere”, anche su testate importanti, no, allora lì vuoi che quel commento mi arrivi e mi faccia male, per chissà quale motivo. Ma che t’ho fatto? Io cerco di fare del mio meglio, questi sono commenti da bar, poi ognuno ragiona in maniera personale e lo rispetto e lo perdono, in qualsiasi circostanza, perché poi la sensibilità è un qualcosa sulla quale bisogna lavorare nella vita e a volte si perde anche per le ingiustizie che subisci e così dopo finisci ad avere una sensibilità ridotta, però comunque stiamo tutti a fare del nostro meglio. I giornalisti cercano di fare del loro meglio e di essere dei bravi giornalisti, i cantautori e le cantautrici fanno del loro meglio per scrivere delle canzoni belle che possano emozionare e possano permettere di sviluppare il proprio percorso. Nessuno si sveglia con la voglia di fare del proprio peggio durante la giornata».

Sulla tua canzone hai detto: “Spero che possa spingere le persone a volersi più bene” ma tu ci credi ancora in questo potere delle canzoni?
«Io penso che la musica sia una calamita, ad esempio: non ho mai incontrato una brutta persona ai miei concerti, sono tutte persone che negli occhi hanno la luce, sono persone che magari nella vita hanno sofferto, che stanno facendo le loro battaglie, chi per cose più leggere, come cercare di non essere spaventati per quello che avverrà dopo l’università, chi magari ha superato dei momenti difficili, anche in ospedale, o chi ha perso un genitore, chi ha perso un compagno, ma hanno tutti una luce negli occhi che è bello che esista ancora. La musica è una calamita, me ne accorgo anche da ascoltatore, quando leggo le interviste di artisti che mi piacciono tanto mi rendo conto che hanno una visione molto simile a quella che ho io nella vita, questa è la grande forza della musica secondo me. Già adesso ci sta chi ha paura dell’intelligenza artificiale, del fatto che possa sostituire i cantautori, ma è molto difficile, perché la musica non è un prodotto inscatolabile, non può essere rinchiusa in un contenitore, il modo in cui racconti delle storie è qualcosa di magico, è qualcosa che va oltre, che abbatte i muri».

Ho letto che avevi anche pensato di dare questa canzone a un altro artista…
«Si, io me la sono immaginata cantata da altri colleghi. È una canzone che mi ero immaginato potesse cantare Mengoni, che potesse cantarlo anche Elisa, comunque una bella voce, perché è una canzone difficile da cantare, sale molto a livello di fiati. Questa canzone per quanto mi riguarda segna il passaggio dal mondo pop al folk. Cioè, il folk in questa canzone si sente poco, ma si sentirà di più in una versione che poi uscirà dopo, con l’aggiunta del banjo e altri strumenti più campagnoli, chiamiamoli così. Comunque è una canzone molto difficile da interpretare, anche la struttura richiede una preparazione di un certo tipo, infatti me la sto provando tantissimo tutti i giorni, perché ci tengo a fare una bella figura e raccontarla bene».

Serata cover: perché Aiello? Perché Era già tutto previsto di Cocciante?
«Aiello perché è un amico, è una persona che ho conosciuto in questi anni durante i quali ho scritto questo nuovo disco e ci tenevo tantissimo ad avere un caro amico accanto, uno con cui ho un rapporto sincero. Questa è una grande opportunità sia per me che per lui, a parte il fatto che siamo affezionatissimi entrambi, così come anche il maestro Melozzi, a questo brano di Cocciante. Perché è un brano molto sincero, iconico, tornato in voga dopo il film di Sorrentino».

Come nasce il rapporto con Aiello?
«Antonio l’ho conosciuto in treno, durante un viaggio Milano-Roma, eravamo seduti vicino e abbiamo iniziato a parlare, ci siamo confrontati tantissimo sulla musica, sulle letture che facevamo, ci siamo raccontati anche delle cose molto molto intime, tutto nel giro di poche ore. È venuto fuori anche che ad entrambi piace tantissimo ogni tanto prendere l’aereo e andare a Londra, tanto che poi dopo qualche mese io ero andato a Londra per incidere una canzone con una band inglese, così gli scrissi “Anto io sto a Londra, sto qua altri due giorni, ti va di venire?”, lui il giorno dopo ha preso l’aereo ed è venuto. È un amico, una persona che stimo, un cantautore che scrive benissimo, che interpreta in una maniera unica le sue canzoni e le racconta in una maniera unica sul palco».

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