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Perché un lutto può provocare attacchi di dolore anche dopo molto tempo

06 Febbraio 2026 - 12:51 Gemma Argento
cimitero
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Le riacutizzazioni improvvise del dolore del lutto non sono solo reazioni emotive. Uno studio recente ne chiarisce le basi neuro-psicologiche e il rapporto (non così stretto) con ansia e depressione. Comprendere la differenza cambia il modo in cui ci prendiamo cura di questa specifica sofferenza

È uno studio recentissimo, pubblicato nel 2025, condotto su un ampio campione di adulti italiani in lutto, a riportare l’attenzione scientifica su un’esperienza che molte persone riconoscono ma faticano a collocare: il dolore che torna all’improvviso, anche molto tempo dopo una perdita, senza un motivo apparente. I ricercatori partono da un punto chiave: il lutto non segue sempre un decorso lineare e non può essere letto solo come uno stato emotivo soggettivo. Oggi la scienza interpreta queste riemersioni come il segno di un cervello che continua a fare i conti con un legame interrotto, attraverso meccanismi osservabili e misurabili che coinvolgono i sistemi dello stress, della memoria e dell’attaccamento. È in questo quadro che prende forma ciò che in letteratura viene  descritto come “attacco di dolore”: un episodio acuto di sofferenza legato alla riattivazione di questi circuiti, capace di emergere anche in assenza di trigger e stimoli evidenti. Proprio questo inquadramento neuro-psicologico ha spinto la ricerca a studiare il fenomeno in modo sistematico, per distinguere le normali risposte al lutto da quelle che possono assumere caratteristiche croniche e più complesse.

Come si elabora la perdita di una persona cara

Nell’ultimo lavoro sul tema, gli autori collocano l’attacco di dolore all’interno di un modello neuro-psicologico preciso che riguarda il modo in cui il cervello elabora la perdita nel tempo. Il punto di partenza è che il lutto implica un processo di adattamento complesso: il sistema nervoso deve riorganizzare rappresentazioni di attaccamento, aspettative di vicinanza e schemi di regolazione emotiva costruiti attorno alla persona scomparsa. Quando questo processo resta incompleto, alcuni sistemi rimangono cronicamente sensibili, in particolare quelli coinvolti nella risposta allo stress, nella memoria autobiografica ed emotiva e nei circuiti dell’attaccamento. Lo studio mostra che questa condizione non si esprime in modo costante, ma può riattivarsi in forma episodica: un’attivazione acuta e coordinata di questi sistemi, misurabile attraverso scale standardizzate, che produce un picco improvviso di sofferenza. Dal punto di vista neuro-funzionale, l’ipotesi è che il cervello continui a trattare il legame come emotivamente attivo, riattivando meccanismi di separazione e ricerca della figura perduta, mentre il sistema dello stress amplifica l’urgenza dell’esperienza. Da questi meccanismi cerebrali emergono le manifestazioni clinicamente osservabili: pensieri intrusivi centrati sulla persona scomparsa, angoscia prolungata e desiderio ansioso di contatto, sensazioni di vuoto o di blocco, spesso in grado di condizionare in modo significativo il funzionamento delle attività quotidiane.

Cosa succede al cervello durante un lutto

Ma cosa succede esattamente al nostro cervello? Uno dei segnali più interessanti emersi nella letteratura sul dolore prolungato riguarda i circuiti dell’attaccamento. I ricercatori spiegano come i richiami alla persona scomparsa non attivino solo aree legate al dolore e alla memoria, ma anche il nucleus accumbens, un nodo centrale del sistema dopaminergico della ricompensa: lo stesso circuito che, nei legami vivi, sostiene la motivazione a cercare l’altro e la sensazione che quella relazione abbia un valore irrinunciabile. Quando questo circuito resta reattivo anche dopo la perdita, il dolore non si limita a “far male”: diventa una spinta di ricerca che rende il legame psicologicamente presente e può riaccendersi in forma acuta. È su questa base che alcuni autori hanno proposto di leggere il dolore prolungato come un fallimento dell’adattamento alla perdita, in cui il cervello fatica a integrare l’assenza e continua a trattare la relazione come attiva.

Perché non è un attacco di panico

Un attacco di dolore può spesso assomigliare a una crisi d’ansia: l’intensità è improvvisa, il corpo reagisce, il controllo sembra sfuggire. Ma a livello neuro-psicologico la logica è un’altra. Gli studiosi spiegano come nell’attacco di panico il fulcro sia la paura, un allarme che si accende senza un oggetto preciso e che spinge l’organismo a reagire a una minaccia percepita. Nell’attacco di dolore preso in esame l’attivazione nasce invece dalla separazione: «Il sistema dello stress si riaccende in risposta alla riattivazione del legame, mentre memoria e attaccamento riportano al centro l’assenza della persona perduta». L’esperienza può essere altrettanto travolgente ma il significato che la sostiene è diverso. Non è l’anticipazione di un pericolo a dominare ma la persistenza di un legame che il cervello fatica a collocare nel passato. I ricercatori evidenziano come riconoscere questa differenza non sia solo una questione teorica ma la possibilità di «evitare che esperienze profondamente diverse vengano lette attraverso categorie di diagnosi e cura improprie». Confondere un attacco di dolore con una crisi di panico o con un disturbo dell’umore può portare a interpretazioni che trascurano il ruolo centrale del legame perduto e i meccanismi neuro-psicologici che lo sostengono: «In questi casi, il rischio è quello di intervenire sulla sola componente ansiosa o depressiva, senza affrontare il processo di adattamento alla perdita che continua a rimanere incompleto».

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