Sanremo, Ermal Meta: «Non riesco a voltarmi dall’altra parte, ecco perché al Festival porto una canzone poco furba». L’intervista

Venerdì 27 febbraio, il giorno prima della finale del Festival di Sanremo 2026, uscirà Funzioni Vitali, il nuovo album di Ermal Meta. Si tratterà di un momento speciale per il cantautore e scrittore 44enne italo-albanese, perché all’interno del disco si trova Stella stellina, il brano con cui della kermesse ligure Meta sarà uno dei protagonisti. Un disco sul rapporto che l’uomo ha con il tempo, una storia, la propria, per provare a raccontare quella di tutte sotto ogni prospettiva possibile, con la solita delicatezza e poetica molto accessibile, quella che ha permesso a Meta di essere uno dei più amati musicisti del circuito italiano.
In che modo questo disco e anche questa partecipazione al festival si incastra nella tua carriera?
«Beh, questo è un disco che io reputo sulla scia dell’ultimo, di Buona Fortuna, ma lo ritengo ancora più maturo».
Il tema del disco è il tempo…
«Si, visto sia come scrigno di ricordi e sensazioni, relazioni, ma nel contempo anche come un monito, cioè che il tempo sa benissimo come ingannare l’essere umano. Soprattutto il tempo riferito al passato, perché poi il passato non è quasi mai come noi ce lo ricordiamo per davvero, perché la mente tende a fare questi scherzi, a mettere in risalto alcune cose e a oscurarne altre, così abbiamo l’illusione che sapendo da dove stiamo arrivando possiamo capire meglio dove stiamo andando o quello che siamo diventati».
Non credi sia così?
«Il passato arriva, bussa alla porta, ma l’invito è a non aprire questa volta, perché è ingannevole. Tutto quello che sai di te stesso ti può ingannare, ti può portare ad avere una visione sbagliata del tuo presente. Noi siamo abituati a pensare al tempo come una linea stesa, orizzontale, fra passato e futuro, fra quello che siamo stati e quello che magari saremo, quello che è stato o quello che sarà, la verità è che il tempo è soltanto una convenzione, è un’invenzione, come dico in DeLorean, “per vendere orologi alle persone”, è il tempo che ci attraversa, noi viviamo un eterno presente. Lo sguardo al passato è confortante, perché noi sappiamo quello che siamo stati, anche se ci sono state delle sfide notevoli che abbiamo perso, ci sono delle cose che ci bruciano. Come entrare nella tua cameretta d’infanzia: il primo impatto che hai è quello di una commozione, immaginandoti lì piccolo fra i tuoi desideri, le tue passioni, i tuoi sogni e anche le tue paure, ma un attimo dopo sopraggiunge un pensiero, “Questa stanza me la ricordavo più grande di quello che era veramente”. Il futuro ha questa capacità di ingrandire le cose».
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Da cosa nasce anche umanamente questa necessità che si percepisce forte nel disco di questo sguardo al passato?
«Io penso che l’esigenza si divida in due parti, un po’ come un’isola: c’è una parte sommersa e una parte visibile. La parte sommersa non riesco a comprenderla veramente, ma quello che vedo è che probabilmente dentro di me è cambiato qualcosa da quando sono finito nella periferia della mia esistenza. Perché nel momento in cui tu hai dei figli non sei più al centro del tuo mondo, finisci altrove. E quindi prendi una grande distanza da tutto quello a cui davi un valore di un certo tipo, al di là del valore in sé. E nel momento in cui ti allontani dal centro della tua esistenza ridimensioni tante cose, ridimensioni praticamente tutto, quindi fai i conti anche con il tempo, con tutte le occasioni che credi di aver perso, che credi di aver sprecato a causa dei pensieri che hai in quel momento. Quindi non c’è niente di cui darsi colpa. Noi siamo frastornati e frantumati dalle colpe con le quali costantemente viviamo, perché sarebbe potuto essere meglio, perché sarebbe potuto andare diversamente. “Ah, se solo avessi avuto il coraggio in quel momento di fare quella cosa lì! Oppure di dire di no, oppure di dire di sì, o di accettare quella proposta, o di fare quel viaggio”».

Ascoltando il disco effettivamente Stella Stellina non è la scelta più furba per un contesto come Sanremo, c’erano canzoni molto più immediate, accessibili…Come mai questa scelta?
«Perché non sono una persona furba, non lo sono mai stato nella vita. Ho sempre preferito fare il giro largo nelle cose, quantomeno mi sono goduto una vista incredibile, a volte da giù e a volte da su. Io penso che ogni cantautore, non voglio usare il termine “artista” perché è troppo abusato, ha il dovere di non tradire se stesso. Perché già nel momento in cui scrivi una canzone tu metti in atto un tradimento: la traduzione in musica e parole di un sentire e tradurre è un po’ tradire ovviamente. È per questo che poi, quando provi qualcosa e senti l’esigenza di raccontare, lo devi fare velocemente, per tradire il meno possibile. Detto questo non bisogna mettere in atto un secondo tradimento. Quello è molto più pericoloso, ti presenta il conto a lungo andare. Hai ragione tu, probabilmente non è stata una scelta furba, ma furba per chi? Ogni cantautore deve essere in grado di difendere quello che fa. E poi, ti dirò, all’interno del pool di canzoni che ho scritto, all’interno di questa storia, all’interno di questa linea, di questa estrazione narrativa, c’erano tante canzoni che potevano essere adatte a quel contesto lì, però questa canzone mi è sembrata quella che più mi sarei sentito in grado di difendere, per cui lottare. Probabilmente perché, non essendo il figlio furbo, era quello più da proteggere in qualche modo».
Si tratta anche di una canzone con una tematica scomoda…
«Si, quando l’ho scelta mi sono chiesto: perché bisogna voltarsi dall’altra parte? In fin dei conti è sotto gli occhi di tutti. L’ho scelta perché non voglio fare lo struzzo, mettere la testa sotto la sabbia, lasciando il culo scoperto all’aria, non fa parte di me. Io non l’ho mai fatto e non voglio iniziare a 44 anni a farlo, anche perché poi sono in quella fase della vita in cui ho iniziato da un po’ a pensare a come educare i miei figli. Ma se non mi sento a posto con me stesso, come faccio poi a impartire quelle che possiamo definire “lezioni”? È davvero una questione molto personale questa, magari sbaglio anche a dirla così, però insisto: non sono furbo. Trovo molto disdicevole, per non usare altri termini, per un cantautore, per uno che racconta il mondo, non raccontare una parte del mondo. E poi la cosa che mi ha colpito sempre dall’inizio è questo: c’è un popolo che è sulla bocca di tutti, ma dimenticato. E com’è possibile che possa capitare? Dimenticato ma sulla bocca di tutti. Mi ricorda il regime dittatoriale in Albania, dove tutti sapevano quello che accadeva ma non si poteva dire a voce alta. Certo, là finivi nei campi di rieducazione politica e qui viviamo in realtà in quella che pensiamo essere una democrazia, perlomeno ci crediamo tutti quanti, quindi essendo un’idea condivisa, finché ne avrò la possibilità, io voglio raccontare quello che penso, senza furbizie. Poi, sai com’è: “Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre”. Io voglio essere fedele a me stesso, al mio sentire, al modo in cui vedo il mondo, è il mio obbligo e dovere nei confronti di me stesso, di coloro che ho ancora la fortuna che mi ascoltino: non avere filtri e raccontare esattamente quello che sento così come lo sento».
La scelta poco furba deriva dal fatto che si tratta di un brano che ha bisogno di respiro, di attenzione, rispetto ad altri che sono più radiofonici, sei preoccupato che si perda in questa playlist così grande?
«No, onestamente no. Non ho questa preoccupazione perché credo che ogni canzone avrà il suo spazio. Ogni canzone ha una storia a sé. Queste 30 piccole navicelle spaziali troveranno il loro viaggio, verranno lanciate e poi quel che sarà sarà. Non ho paura che possa affogare, ma non è presunzione, nella maniera più assoluta, sono fermamente convinto che comunque in quella settimana ci sarà spazio per tutte le canzoni. Poi naturalmente il pubblico è sovrano, lo abbiamo visto in tutti questi tantissimi anni di Festival di Sanremo, anche le canzoni che lì per lì non hanno incontrato il gusto della classifica, poi hanno trovato la loro strada. Se pensassi al pubblico e basta, se pensassi a come poi viene accolta, non farei un buon servizio. Non farei un buon servizio alla musica in generale. Se cominci a pensare a come può andare, meno radiofonico/più radiofonico, a quel punto cominci a disperderti come l’olio nell’insalata».
L’esperienza con il Concertone del Primo Maggio è andata bene, tu lo faresti il direttore artistico e conduttore del festival dopo Conti?
«Io? No, assolutamente, non sono matto. Ma sai che tipo di professionalità richiede e che tipo di preparazione richiede? Non c’è un’altra risposta se non: assolutamente no. Ma perché il pubblico che guarda il Festival, che ha una tradizione lunghissima, merita qualcuno di davvero preparato. Figurati! Magari potrei consigliare sulla scelta delle canzoni, lo farei stravolentieri, però non ancora, lo farei più avanti, non adesso, perché adesso a me piace andarci al Festival e cantare. Penso di avere ancora tante canzoni da scrivere, da cantare, tante cose da raccontare, di cui parlare. Il pubblico di Sanremo merita qualcuno di davvero preparato, così come Carlo, come Amadeus e come lo sono stati quelli che li hanno preceduti».
Finisci la frase: “Se vinco Sanremo….”?
«Festeggio con la mia famiglia, che sarà lì. Non sono uno dalle grandi esternazioni, onestamente. Non sono in grado di ubriacarmi, non più, perché non reggo niente. Pazzie non ne ho mai fatte, perché sono una persona abbastanza noiosa su diversi aspetti, non ho vizi di nessuna natura, se non quello della musica, e quindi se vinco festeggio con la mia famiglia. E questo è quanto».
