Sanremo, il ritorno di Malika Ayane: «Hit? Non vale la pena svendersi per una cosa che non dura per l’eternità». L’intervista

Quello di Malika Ayane a Sanremo è un ritorno a sorpresa. Non solo perché negli ultimi anni ha esplorato lati del suo fare musica lontani dai meccanismi del pop mainstream, ma soprattutto perché Animali notturni, il brano per cui Carlo Conti l’ha accolta nel cast del suo Festival, ci propone una Malika Ayane non inedita ma certamente distante da quella altissima, elegantissima, che applaudiamo ormai da anni come una delle nuove signore della musica italiana. Animali notturni invece è un pop ottimamente pensato, coinvolgente, frizzante ma senza perdere mai di intensità. Un pop d’autore insomma, la dimostrazione che può esistere, cosa che rende la sua presenza sul palco dell’Ariston in questa edizione, di particolare interesse e, si, anche importanza.

Quando hai saputo di essere nel cast di questo festival, ti sei detta: “Adesso vado a Sanremo per…”?
«Per tornare. Quando è stato dato l’annuncio io ero a Ferrara con la tournée di Brokeback Mountain, quindi ero al giro di boa in termini di repliche, così stavo già cominciando a chiedermi: “Allora? Sarà ora di tornare a fare i dischi, Ayane?”, e mi sono detta: “Sì, è ora di tornare a fare i dischi”. È proprio bello, vedo questo momento come una nuova curva, vediamo a quale capitolo nuovo porterà. Però intanto mi godo la musica come non mi capitava da tanto».
Quando parli con te stessa ti chiami Ayane?
«Quando sono cose serie, certo».
Quindi questo periodo lo hai visto come un periodo di allontanamento dalla musica?
«No, in realtà. Perché tutto è estremamente coerente, trovo che gli album siano una cosa molto importante, soprattutto quando il presente in cui viviamo è così bombardato di stimoli da ogni fronte, tanto che è anche molto difficile tenere l’attenzione su quello che si sta facendo nel momento in cui lo si sta facendo. E quindi, non potendo fare come i Beatles, un disco all’anno tutto di bombe, penso che vada molto ragionato, vada trattato con molto rispetto il “luogo” disco. Contemporaneamente, però, sono anche una persona che ha bisogno di fare tantissime cose per definirsi, ho fatto un sacco di concerti l’estate scorsa e tutto questo serve ad alimentare il meccanismo per cui poi si costruisce un album. Quindi più che un allontanamento è stata proprio un’ossessione, un non identificarsi esclusivamente in questa forma di linguaggio».
Questa, cinicamente, potrebbe anche essere considerata una strategia, un modo per differenziarsi da chi nella discografia è ossessionato da questo presenzialismo a tutti i costi…
«Se io fossi una fine stratega starei al posto di Bad Bunny, però no. Forse, banalmente, più passano gli anni e più si capisce come siamo fatti. Per me non è un problema andare in scena 90 volte come in Cats e a un certo punto non capire dove finisco io e inizia il personaggio, per me non è minimamente destabilizzante, non mi toglie nulla, anzi, trovo che quel senso di ripetizione mi salvi da un certo tipo di paranoia, quella che quando cerchi la strada delle canzoni da scrivere a volte ti può prendere, perché identifichi te stesso solo in una cosa ed è terribile e credo che non sia neanche realistico».
Con questa Animali notturni ci hai stupiti tutti, pensavamo di sentire una di quelle tue raffinatissime ballad e invece…
«Guarda, ne abbiamo discusso tanto, però quello che emerge molto spesso quando le persone hanno a che fare con me è che sono un’adorabile cazzara e questo aspetto, più arioso, più leggero, lo raccontiamo troppo poco, sebbene poi ci siano Tempesta, Senza fare sul serio, Feeling Better stessa, che ha rappresentato il lancio reale della mia carriera. Ed è un peccato, no? Sarà che vivo un momento della vita in cui non ho tanta voglia di piangere, o meglio: se dobbiamo piangere, lo facciamo nella pista da ballo, che è bellissimo».
In realtà, chissà quante hit ti avranno proposto in questi anni…
«Ti posso dire, sinceramente? Penso che in questo momento storico anche il concetto di hit ha preso una dimensione decisamente intangibile, non ha dei contorni veri, è una cosa che diventa rappresentativa di un momento storico e basta. Non sono più sicura di averne sentite molte di canzoni cantate sia dal vecchietto che dal bambino. Secondo me una vera hit si riconosce se i signori pittori la fischiettano mentre lavorano. E ultimamente, secondo me, non è uscita roba che fosse così fortemente rappresentativa di tutti. Quindi, vale la pena svendersi per un qualcosa che poi non è neanche l’eternità?».
Carlo Conti poi ti ha spiegato, magari con calma, dopo l’annuncio, come mai ha scelto la tua canzone?
«Ci siamo incontrati solo alla foto di Sorrisi e canzoni, ed è stato molto divertente, perché ero molto in crisi con la cover e quindi mi sono detta: “Ok, parliamoci un attimo, dammi una mano”. Ho usato quei minuti che mi spettavano per sottoporgli quelli che erano i miei dubbi rispetto alla serata dei duetti, che io prima di quest’anno non avevo mai fatto un duetto a Sanremo. Poi glielo chiederò direttamente a Sanremo perché ha scelto la mia canzone».
A proposito della serata e delle cover, inutile chiederti il perché della scelta di Mi sei scoppiato dentro al cuore dato che parliamo di un capolavoro totale, però mi interessa sapere perché farti accompagnare da Claudio Santamaria e se lo utilizzerai solo come musicista (bravissimo) o anche come presenza scenica…
«Lui canta da Dio, io penso che già avere un ospite che canta da Dio, che riesce ad essere emozionante, è tantissimo. Poi lui è così intenso che non puoi non credergli, quindi io penso che se quando canteremo quel brano verrà fuori una cosa credibile, nel senso che si sentirà che quelle parole hanno un valore, messe una dopo l’altra, che tu creda che un incontro del genere possa esistere, che l’effetto di una persona dopo che la vedi la prima volta può essere così devastante, allora andrà benissimo. Se riusciamo a fare questo, io sono a posto per i prossimi 7-8 anni, non chiedo più niente alla vita. E quindi il fatto che lui sappia usare tutto, la sua fisicità, i suoi occhi, quell’energia che emana anche quando non sta forzando niente, è un bene. Se questa cosa arriverà potente alla gente come è arrivata addosso a me, io posso fare bene il mio e lì può avvenire qualcosa di molto poetico».
Tu sei legata a una delle scene più famose della storia del Festival, quando nel 2010 l’orchestra si ribellò alla tua esclusione dal podio finale. Tu che ricordi hai di quel momento e, anche se poi sei tornata in gara, hai mai avuto l’impressione che Sanremo possa rappresentare una trappola per bravi artisti che poi devono confrontarsi con performer televisivi?
«Contrariamente a tante cose che si possono dire, di fatto, tutti si sono di nuovo resi conto che la musica in televisione non ha tanto spazio, che il festival di Sanremo te ne dà uno gigantesco e, per quanto sia travestito da competizione, io non mi sento minimamente in una gabbia. Sanremo mi ha permesso di avere un grande strumento che mi permette di far arrivare la musica che faccio e nel caso di Ricomincio da qui in particolare. Era un brano su un tempo dispari, quell’anno avevo rifiutato degli autori incredibili perché io volevo dire quella cosa, volevo usare la mia lingua, volevo provare ad esprimermi liberamente. Il fatto che fosse riconosciuto più o meno universalmente dal pubblico di Sanremo che quel brano meritasse una grande storia poi si è trasformato in premio della critica, radio/tv, vendite clamorose e concerti pieni per i due anni successivi in Italia e all’estero, quindi direi trappola televisiva un gran tubo, anzi, sarò grata per sempre a quell’episodio, perché lo racconterò ai miei nipoti un giorno».
Finisci la frase: “Se vinco Sanremo…”?
«Vado in vacanza, scappo, perché almeno vuol dire che si può dilazionare un pochino la promo del disco, quindi mi prendo qualche giorno di ferie, vado al caldo, almeno poi la faccio abbronzata la promo, più carina».
