Sea Watch, il braccio di ferro tra governo e magistrati continua. Piantedosi: «Impugneremo le sentenze»

«Noi fino adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio e quando è stato possibile l’abbiamo impugnato, quindi anche in questo caso faremo così». Queste le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulle recenti sentenze che riguardano le navi della ong Sea Watch. «Quello che voi chiamate blocco navale è un’ipotesi normativa che adesso farà il suo giro nelle aule parlamentari e quindi è una cosa completamente diversa – ha aggiunto – Io segnalo solo che con le politiche di questo governo c’è una progressiva riduzione degli arrivi irregolari. Guardate i numeri che riguardano anche quest’anno il calo degli sbarchi, quindi vuol dire che il complesso delle iniziative che stiamo mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie, sta dando ragione alle politiche del governo».
La vicenda Sea Watch
Il tribunale di Palermo ha condannato in primo grado lo Stato Italiano a risarcire la ONG Sea-Watch con oltre 76.000 euro (più interessi e spese legali) per il fermo illegittimo della nave Sea-Watch 3 avvenuto nel giugno 2019. E ha inoltre disposto la revoca per il fermo di un’altra nave della Ong. La sentenza è stata resa nota il 18 febbraio 2026, scatenando lo sdegno politico della maggioranza, in primis della premier Giorgia Meloni e del vicepremier Salvini, al tempo dei fatti ministro dell’Interno. Nel 2019 si tenne uno scontro tra il leghista e la comandante della nave ONG Carola Rackete, colpevole di aver portato in porto i migranti soccorsi in mare. La vicenda si è conclusa con una serie di sentenze giudiziarie tra cui l’assoluzione di Rackete nel 2020, dalle accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (sentenza confermata in Cassazione).
