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Trump-Iran, venti di guerra: la più grande portaerei al mondo entra nel Mediterraneo. Teheran frena: «Accordo pronto in tre giorni»

20 Febbraio 2026 - 16:32 Ygnazia Cigna
trump iran guerra
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L'Iran scrive all'Onu dopo l'ultimatum degli Usa: «Non vogliamo il conflitto, ma se attaccano rispondiamo con forza»

Inizia a correre il cronometro di una potenziale crisi in Iran. Dopo l’ultimatum lanciato ieri dal presidente americano Donald Trump, che dal palco del Board of Peace ha concesso agli Ayatollah solo dieci giorni per un accordo definitivo, la risposta militare americana inizia a prendere forma. La USS Gerald R. Ford, ovvero la portaerei più grande del mondo, è entrata ufficialmente nel Mar Mediterraneo. E i siti online specializzati nel tracciamento del traffico navale indicano che il cacciatorpediniere USS Mahan, classe Arleigh Burke e parte del gruppo d’attacco della portaerei Ford, è in transito attraverso lo Stretto di Gibilterra. Un dispiegamento di forze che per dimensioni e rapidità non ha precedenti dall’invasione dell’Iraq del 2003.

Le intenzioni di Trump

«Capiremo entro dieci giorni se potremo trovare un accordo o se succederanno brutte cose». Le parole pronunciate ieri da Trump a Washington hanno trasformato la missione della Gerald Ford da semplice pattugliamento a potenziale avanguardia di un attacco. Supportata dal cacciatorpediniere USS Mahan, la portaerei si sta dirigendo verso il Medio Oriente per unirsi alla USS Abraham Lincoln e a diverse navi da guerra. Il fine ribadito in più occasioni da Trump è impedire che Teheran ottenga l’arma atomica. Ma il New York Times sottolinea un’anomalia storica. Raramente gli Stati Uniti si sono preparati a un atto di guerra di tale portata con così poco dibattito pubblico e spiegazioni strategiche così frammentate. Sollecitato dai giornalisti sulla possibilità di un attacco mirato contro l’Iran, Trump si è limitato a rispondere: «Credo di poter dire che lo sto prendendo in considerazione».

La bozza di accordo sul nucleare

Mentre la flotta americana avanza, Teheran tenta la carta diplomatica in extremis. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che una bozza di accordo sul nucleare «sarà pronta entro 2-3 giorni». Una mossa coordinata con Mosca, come confermato dal colloquio telefonico tra Araghchi e Sergej Lavrov, volta a dimostrare la «serietà» della Repubblica Islamica nel rispettare il Trattato di non proliferazione. Ma per la Casa Bianca il tempo delle rassicurazioni sembra scaduto. L’amministrazione Trump valuta ora una campagna aerea prolungata che potrebbe colpire non solo i siti nucleari, ma anche l’arsenale missilistico e le infrastrutture di supporto ai gruppi pro-Iran nella regione.

L’Iran all’Onu: «Se attaccano, rispondiamo con forza»

La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. In una lettera inviata al Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, la missione permanente di Teheran ha denunciato il «rischio reale di aggressione militare», avvertendo che, seppur non voglia la guerra, la Repubblica Islamica risponderà «con decisione» a un’eventuale aggressione militare. Ogni base, struttura o risorsa americana nella regione è stata dichiarata «obiettivo legittimo».

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