Il Cpr in Albania verso la capienza massima, arrivati 60 migranti in una settimana. Scarpa (Pd): «Alcuni lavorano in Italia da 10 anni»

Il Cpr in Albania di Gjader non è più così vuoto. Se ne è accorta subito la deputata del Pd, Rachele Scarpa che oggi, 23 febbraio, è tornata nel centro italiano per una ispezione parlamentare. Da quello che risulta dai registri che ha potuto consultare, nell’ultima settimana e mezza sarebbero arrivati circa sessantacinque migranti, che si sommano alla trentina che era già presente. In totale quindi, ci si avvicinerebbe per la prima volta alla capienza massima del centro, di 94 persone, che non è la capienza sulla carta, di 144 posti, ma quella leggermente inferiore che tiene conto della necessità di avere degli spazi extra per motivi di sicurezza.
Cosa è cambiato con il voto europeo
Il voto del Parlamento europeo dello scorso 10 febbraio per l’Albania ha, almeno per il momento, cambiato poco il quadro normativo di riferimento, anche se il senso politico di quel voto riguarda anche l’accordo tra Roma e Tirana. Il nuovo Patto su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore a giugno, prevede infatti che l’Europa faccia dei patti con i paesi candidati ad entrare nell’Unione per il trattenimento dei migranti in transito. Francesco Ferri di ActionAid che partecipava alla visita al Cpr spiega però che l’Italia, per applicare quel patto, dovrà firmare un nuovo protocollo: «Al momento in Albania l’Italia gestisce ogni cosa che riguardi il Cpr, secondo il regolamento Ue sarà il paese terzo a gestire procedure e costi e bisognerà vedere se l’Albania, che ha comunque il suo dibattito interno, accetterà un modello in cui costi, sicurezza e gestione del migrante fuori dal Cpr saranno sulle sue spalle».
Il centro riempito
Sembra però che ci sia stata la scelta di utilizzare il Cpr albanese a pieno regime, anche davanti ad un quadro normativo invariato, con effetti paradossali, dice Scarpa a Open. Perché nel Cpr albanese sono finite persone che difficilmente potranno essere rimpatriate, per motivi diversi. «Io ho avuto quattro colloqui tutti con persone che difficilmente torneranno nel paese di origine, alcuni hanno famiglia in Italia e persino un lavoro che non riescono a regolarizzare».
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È il caso di un cittadino del Senegal che vive a Brescia da 10 anni, qui lavora e ha famiglia ed era già stato in Albania, era certamente a Gjader in ottobre: «Tornato in Italia per delle ferite frutto di un incidente in Senegal ha trovato un nuovo lavoro come operaio, si è presentato in Questura per regolarizzarsi e l’hanno riportato in Albania, anche lui, come nel caso dell’algerino risarcito, senza un provvedimento motivato». Un migrante proveniente dal Togo ha una situazione simile, lavora in Italia da anni come operaio, e difficilmente sarà rimpatriato visto che l’Italia non ha accordi con il Togo.
L’iraniano
Tra i trattenuti c’è anche un cittadino iraniano: «Lui – dice Scarpa – che ha vissuto anche in Belgio vorrebbe tornare in Iran, ma vista la situazione non ci sono accordi di rimpatrio, ci ha detto molto chiaramente che se non fosse stato nel Cpr non avrebbe avuto di che vivere, a riprova di come aiutiamo i cittadini iraniani». A Gjader è arrivato nei giorni scorso a anche un migrante che la scorsa settimana, nel Cpr di Bari, ha assistito ad una morte per overdose che potrebbe essere collegato ad un traffico di farmaci interno alla struttura. Anche per lui il rimpatrio sarà difficile, se dovrà testimoniare al processo.
