Crescere bambini vegani è un rischio per la salute? Lo studio su oltre un milione di casi

Negli ultimi anni il tema delle diete vegane in gravidanza e nella prima infanzia è diventato uno dei terreni più sensibili del dibattito nutrizionale. Da un lato cresce il numero delle famiglie che scelgono un’alimentazione plant-based per ragioni etiche, ambientali o di salute: secondo il rapporto Italia Eurispes 2024, circa il 7% degli italiani si definisce vegetariano o vegano, con una quota vegana intorno al 2–3%. A livello globale il trend è in aumento, soprattutto nei Paesi ad alto reddito. Dall’altro lato, società scientifiche e pediatri richiamano alla prudenza: nei primi mille giorni di vita il fabbisogno di nutrienti è concentrato e rapido, e carenze di vitamina B12, ferro, iodio, vitamina D, calcio o omega-3 possono avere conseguenze sulla crescita e sullo sviluppo neurologico. È qui che la discussione si accende: una dieta vegana è davvero sicura per un neonato? È solo una questione di integrazioni corrette o esistono rischi strutturali? Un nuovo studio pubblicato su JAMA Network Open ha analizzato la crescita di quasi 1,2 milioni di bambini seguiti dalla nascita ai due anni, confrontando famiglie onnivore, vegetariane e vegane.
Lo studio e il confronto tra crescite
Quando si tratta di pro e contro del veganismo in giovane età, piccoli studi hanno fornito risultati contrastanti. Per affrontare la questione su una scala più ampia, Kerem Avital della Ben-Gurion University insieme al suo team di ricercatori ha analizzato i dati su 1,2 milioni di bambini raccolti dal 2014 al 2023 basandosi sulle misurazioni di lunghezza, peso e circonferenza cranica registrate dalla nascita ai 24 mesi. Gli scienziati hanno ha quindi confrontato questi tassi di crescita con il tipo di dieta che i genitori dei bambini hanno riferito di avere quando i piccoli avevano circa 6 mesi, per un totale di 18mila bambini nati in famiglie con alimentazione vegana. Nei primi 60 giorni di vita, i parametri di crescita, lunghezza, peso e circonferenza cranica, risultano molto simili tra i tre gruppi. Per confrontare bambini di età e sesso diversi, i ricercatori non guardano solo ai centimetri o ai chili, ma utilizzano i cosiddetti “punteggi z” dell’Organizzazione mondiale della sanità: un sistema che indica di quanto un bambino si discosta dalla media di riferimento per la sua età. Uno scarto di 0,2 o 0,3 punti significa una differenza molto piccola, spesso clinicamente irrilevante. Ed è proprio questo che emerge: le differenze medie tra bambini di famiglie onnivore, vegetariane e vegane sono minime.
Riequilibrio del peso entro i due anni
Il segnale più interessante non riguarda però la media ma gli “estremi”. Nella prima infanzia i bambini di famiglie vegane hanno una probabilità leggermente più alta di risultare sottopeso rispetto ai coetanei onnivori. A parità di altre condizioni, come reddito familiare, età della madre o allattamento al seno, il sottopeso è un po’ più frequente nel gruppo vegano. Il sottopeso risulta circa il 37% più frequente nel gruppo vegano rispetto a quello onnivoro. «Non si tratta di un aumento enorme, né di un’ondata di malnutrizione», spiegano i ricercatori, «in termini assoluti i casi restano pochi. Inoltre, la bassa statura per età, quella che in ambito medico viene chiamata “stunting”, cioè una crescita lineare rallentata, è risultata simile tra i gruppi». Secondo l’ampio studio con il passare dei mesi, anche questa differenza tende a ridursi. «Intorno ai 24 mesi le curve di crescita si sovrappongono quasi del tutto: peso e lunghezza sono sostanzialmente comparabili e non emergono più differenze significative nei tassi di sottopeso, sovrappeso o rallentamento della crescita», si legge nel documento. In altre parole, se nei primissimi mesi può emergere una maggiore vulnerabilità al sottopeso tra i bambini di famiglie vegane, entro i due anni le traiettorie si riallineano. «Questo non implica un via libera incondizionato ma suggerisce il dato che in un contesto sanitario adeguato la crescita può risultare complessivamente simile», spiega il team di ricerca. Un ulteriore elemento che aiuta a interpretare i numeri riguarda il peso alla nascita. In media, i bambini di famiglie vegane sono risultati leggermente più piccoli già al momento del parto, circa 100 grammi in meno rispetto ai coetanei di famiglie onnivore: «Una differenza statisticamente rilevabile ma clinicamente contenuta», commentano gli scienziati. Quando l’analisi tiene conto del peso alla nascita e quindi confronta bambini che partono dallo stesso valore, le differenze nei primi mesi si attenuano ulteriormente. «Per questa ragione il dato suggerisce che una parte della maggiore probabilità di sottopeso nella prima infanzia potrebbe riflettere una dimensione di partenza leggermente inferiore, più che una crescita postnatale più lenta o problematica».
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Non una via libera incondizionato
Gli autori parlano di «risultati rassicuranti nel contesto dei Paesi sviluppati», ma aggiungono che la qualità della dieta e la consulenza nutrizionale restano decisive. Il punto, più che l’etichetta “vegano” o “onnivoro”, sembra essere la densità nutrizionale dei pasti e l’attenzione con cui vengono costruiti nei primi mesi di vita. In molti Paesi ad alto reddito, dove il problema più diffuso è il sovrappeso infantile, «le traiettorie di crescita osservate suggeriscono che una dieta plant-based ben pianificata non penalizza l’accrescimento medio». Ma i primi mille giorni restano una finestra biologicamente delicata: «Qui anche piccoli squilibri possono pesare di più». Per questo i ricercatori insistono su monitoraggio regolare della crescita, integrazione mirata quando necessaria e accompagnamento pediatrico. «Non un via libera incondizionato, dunque, ma nemmeno una bocciatura: il messaggio che i dati confermano è che la sicurezza dipende da come la dieta viene costruita e non necessariamente da cosa esclude».
