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La Spagna sfida Trump e «sloggia» gli aerei Usa: «La guerra in Iran? Non ha senso». La replica al veleno di Israele

03 Marzo 2026 - 16:07 Simone Disegni
Donald Trump Pedro Sanchez Usa Spagna
Donald Trump Pedro Sanchez Usa Spagna
Il governo di Pedro Sánchez unico in Europa a condannare apertamente l'operazione militare «unilaterale». Il precedente del no sulle spese Nato

Da quando sabato mattina i bombardieri americani e israeliani si sono alzati in volo per aprire la guerra all’Iran, tra le cancellerie europee serpeggiano dubbi e tentennamenti sulla linea da tenere: appoggio alle scelte degli Usa e timori per l’ennesimo colpo al diritto internazionale, gioia per l’eliminazione del dittatore Ali Khamenei e preoccupazioni per le ricadute anche economiche della guerra. C’è però un Paese tra i 27 dell’Ue che sembra aver preso fin dal primo minuto una posizione molto netta: la Spagna. «Condanniamo l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che pone le basi per un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile», ha scolpito il giorno stesso dell’avvio della guerra il premier Pedro Sánchez, chiedendo «una immediata de-escalation e il pieno rispetto del diritto internazionale». Parole chiare cui sono seguiti fatti quanto mai concreti. La Spagna ha infatti negato agli Stati Uniti l’uso delle sue basi di Rota e Morón per le operazioni di guerra all’Iran. «Non sono né saranno usate per alcunché che vada al di là dell’accordo (con gli Stati Uniti sul loro uso, ndr) o che non sia coperto dalla Carta Onu», ha detto lunedì al canale Telecinco il ministro degli Esteri José Manuel Albares. I comandi militari americani ne hanno preso atto e hanno spostato almeno 15 aerei militari altrove, principalmente verso la base di Ramstein in Germania.

Il no agli aerei Usa e il precedente sulle spese militari Nato

Con il suo niet ad operazioni di sostegno alla guerra in Iran, tecnicamente, la Spagna altro non ha fatto se non avvalersi degli accordi in essere: l’intesa bilaterale sulla concessione delle basi di Rota e Morón prevede che gli Usa non possono utilizzarle per condurre azioni unilaterali se non chiedendo previa autorizzazione. Stando a quanto ha riferito la ministra della Difesa di Madrid Margarita Robles, gli americani non avrebbero neppure perso tempo a inoltrare tale richiesta, avendo già capito l’antifona. «Gli aerei cisterna che erano di stanza a Morón e a Rota non hanno condotto né condurranno alcuna azione di manutenzione o sostegno. Sapendolo, probabilmente, avranno deciso in modo sovrano di andarsene verso altre basi». Resta al di là dei tecnicismi l’evidente strappo politico con gli Usa. Una scelta politica ben chiara, che fa seguito a quella operata meno di un anno fa in sede Nato. Al vertice di giugno dell’Aja il governo di Pedro Sánchez fu l’unico a chiamarsi fuori dall’«accordo» per aumentare le spese militari dei Paesi europei fino al 5% del Pil entro dieci anni, dichiarando esplicitamente quell’obiettivo insostenibile rispetto alla politica socio-economica della Spagna. Inutile dire che gli americani se la sono legata al dito. «C’è un Paese rimasto indietro, la Spagna, e non hanno scuse. Forse andrebbero buttati fuori dalla Nato», ha sbottato Trump un bel giorno di ottobre.

Aerei della US Air Force di stanza alla base di Moron, Siviglia – 1° marzo 2026 (Ansa/Epa/David Arjona)

La scommessa di Sánchez contro Trump

Sanchez d’altra parte è rimasto di fatto l’unico capo di governo di un grande Paese europeo – se tale non si considera la Danimarca di Mette Friedriksen, che ha avuto in questi mesi ben altre gatte da pelare. Per il beniamino della sinistra europea, andare allo scontro col leader della Casa Bianca diventa una mostrina da appuntarsi volentieri al bavero, oltre che una scommessa promettente sul piano elettorale – di fronte a tentennamenti e adulazioni di molti altri colleghi. «Dove ci sta scritto che dobbiamo stare con loro pure se sbagliano? Stanno sbagliando», ha detto un esponente del governo al Paìs sotto anonimato. «Molta gente la pensa come noi in tutta Europa e persino negli Stati Uniti. Questa guerra non ha senso e non è pensata per portare la democrazia in Iran. Parliamo di un politico, Trump, che si muove alla disperata dopo la sconfitta sui dazi, col rischio di una disfatta alle elezioni di mid-term, e ora minaccia di portarsi dietro tutto il mondo» nell’avventura iraniana. Valutazioni e scelte pesanti su cui la Casa Bianca, concentrata sulla guerra, per il momento glissa. A esprimersi per ora dal sottobosco di governo Usa è stato l’influente senatore repubblicano Lindsay Graham, secondo cui l’attuale governo spagnolo «si è trasformato nel modello di una leadership europea pateticamente debole, che ha perso la bussola».

Lo scontro totale Spagna-Israele

A puntare il dito platealmente contro il posizionamento della Spagna sulla guerra – lo scontro tra le due capitali è ormai conclamato – è invece il governo israeliano. Tramite una paradossale «triangolazione digitale» con l’Iran. L’ambasciata di Teheran in Spagna lunedì ha infatti pubblicamente lodato la scelta di Madrid di negare l’uso delle sue basi per le operazioni Usa. In Israele hanno strabuzzato gli occhi, e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha affondato rapido il colpo: «Prima Sánchez ha avuto gli apprezzamenti di Hamas. Poi quelli degli Houthi. Ora quelli dell’Iran. Sarebbe questo essere dal “lato giusto” della storia?». Dietro al veleno di questo sfogo ci sono come evidente due anni di frizioni crescenti tra Madrid e Gerusalemme attorno alla guerra di Gaza, le accuse di «genocidio», il boicottaggio dell’Eurovision e perfino gli assalti in strada al team israeliano in competizione alla Vuelta. La Spagna comunque ha respinto indignata le accuse di Sa’ar. «È assurdo e ridicolo», ha replicato il ministro degli Esteri Albares in un’intervista a Euronews, sottolineando come la Spagna «ha una politica estera coerente» e ha condannato in passato «ogni violazione dei diritti umani da parte del regime iraniano». Questione di punti di vista.

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