Da «Iraqi Freedom» a «Epic Fury», dove nascono e come sono cambiati i nomi delle operazioni di guerra degli Usa: «Trump punta sulla letalità»

Le parole sono importanti. Anche – e forse soprattutto – quando hanno a che fare con la guerra. Un nome può attenuare, esaltare o giustificare. Può persino evocare eroismo, vendetta o furia. E questo è il caso della dicitura scelta dall’amministrazione Trump per l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: “Epic Fury” (Furia Epica). Ma anche quella decisa per i raid contro i siti nucleari iraniani nel giugno 2025, chiamata “Midnight Hammer” (Martello di Mezzanotte). Entrambe caratterizzate dall’idea di una potenza letale e di una forza brutale che gli Stati Uniti, come appare evidente, sono in grado di dispiegare. Ma come nascono questi nomi? E in che modo il loro significato e il loro stile sono cambiati nel tempo?
Il potere delle parole in guerra
Negli ultimi anni, sotto la presidenza di Donald Trump, diverse operazioni militari hanno attirato attenzione non soltanto per i loro obiettivi, ma anche per la forza evocativa delle loro denominazioni. Nel 2025 – spiega Chandelis Duster sul sito di Npr – il segretario della Difesa o, come è stato significativamente ribattezzato, alla Guerra, Pete Hegseth annunciò l’operazione “Southern Spear”, tradotto “Lancia del Sud”, rivolta contro quelli che definì «narcoterroristi», responsabili «dell’ingresso di droga negli Stati Uniti». Operazione che ha provocato oltre 100 morti, senza però incidere in modo significativo sul traffico di stupefacenti.
Nello stesso periodo, anche il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) lanciò a Charlotte, in North Carolina, l’operazione “Charlotte’s Web”, dal titolo del celebre libro per ragazzi “La tela di Carlotta”, dove la tela è un ragnatela e Charlotte un ragno che salva un maialino. L’obiettivo dichiarato era colpire immigrati privi di documenti. La scelta del nome suscitò fin da subito indignazione: «Non c’è genitore che abbia letto Charlotte’s Web a un bambino che non possa rimanere indignato», scrisse su X l’ex ambasciatore statunitense in Israele Dan Shapiro.
Una tradizione lunga decenni
L’uso di nomi in codice per le operazioni militari statunitensi risale alla Seconda guerra mondiale. All’inizio servivano soprattutto per ragioni di sicurezza. Secondo il tenente colonnello Gregory C. Sieminski, autore del saggio The Art of Naming Operations, inizialmente si utilizzavano i colori – come Operation Indigo – per poi passare a sistemi più articolati che includevano progetti e località. Dopo la guerra del Vietnam, il Pentagono introdusse un sistema informatico per coordinare soprannomi e parole in codice: il Code Word, Nickname, and Exercise Term System (NICKA). Le esercitazioni di routine vengono ancora denominate attraverso questo meccanismo.
Le operazioni più devastanti, e per di più deliberate per essere rese pubbliche, rispondono però a una logica differente. Spesso hanno nomi composti da due parole, scelti per il loro impatto comunicativo e simbolico, legato ad esempio alla liberazione da qualcosa. Più spesso da qualcuno. “Just Cause” a Panama nel dicembre del 1989, “Iraqi Freedom” nel 2003, “Enduring Freedom” nel 2001 contro i Talebani in Afghanistan. Non è un caso, spiega Mark Cancian, ex colonnello dei Marines e consulente senior del Center for Strategic and International Studies che «i nomi vengano scelti per trasmettere un messaggio. Con Iraqi Freedom ed Enduring Freedom il messaggio era la libertà. Con nomi più recenti come Midnight Hammer o Southern Spear, il messaggio è invece la letalità». Anche “Epic Fury” sembra inserirsi in questa tendenza: un’espressione che richiama forza, potenza e distruzione, più che obiettivi politici o strategici.
February 28, 2026
Quando il nome diventa un problema
Le polemiche sui nomi non sono una novità. L’operazione oggi conosciuta come “Enduring Freedom”, avviata dagli Stati Uniti, per designare alcune operazioni militari avviate dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in particolare contro i Talebani in Afghanistam, inizialmente si chiamava “Infinite Justice”, ma il nome fu cambiato dopo le critiche di chi lo riteneva offensivo nei confronti dei musulmani, evocando un concetto – la giustizia infinita – tradizionalmente attribuito solo a Dio. «Oggi, considerando la retorica aggressiva dell’amministrazione Trump, è comprensibile che si registri una reazione più critica – osserva Cancian, citato da Duster -. Tuttavia, l’attenzione alla scelta dei nomi è sempre esistita». E questo, forse, perché in guerra, oltre alle armi, parlano anche le parole. E un nome – specie quando evoca “Furia Epica” – non è mai neutrale.
