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Sal Da Vinci e l’equivoco sulla musica neomelodica: ecco perché piace così tanto

06 Marzo 2026 - 11:45 Gabriele Fazio
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Non c'è solo Sal da Vinci: i cantanti neomelodici sono tantissimi e premiatissimi dagli ascolti. Tanto che il neomelodico ha contagiato anche artisti provenienti da altre regioni

Attorno alla vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 si sta creando, con un effetto valanga piuttosto spigoloso, un grosso equivoco. Probabilmente perché quando abbiamo a che fare con la musica, così come avviene anche nel calcio e nella politica, prendiamo tutto dannatamente sul personale, siamo incapaci di rimanere generici, di distinguere ciò che proviamo, del tutto legittimo, e ci mancherebbe, da ciò che effettivamente è. Se Sal Da Vinci non avesse avuto l’ardire di accaparrarsi un posto nell’albo d’oro del Festival della Canzone Italiana, nessuno avrebbe alzato lo sguardo sulla sua Per sempre sì, un brano indubbiamente minore, invece il cantautore classe 1969 ha letteralmente sbancato.

Perché ha vinto Sal Da Vinci

Carlo Conti all’indomani del Festival, a Radio Firenze ha detto: «Non avrei immaginato quando ho scelto la sua canzone che potesse arrivare così in alto, magari era da prime 10, ma d’altra parte lui è un artista che ha fatto una lunghissima gavetta e ha indovinato un brano che è entrato nel cuore del pubblico. In questo caso tra l’altro non è stato decisivo il televoto, come qualcuno lamenta che succeda spesso, ma sono stati i voti accumulati tra televoto, voti della sala stampa e della giuria delle radio». Tutti i giornalisti che hanno partecipato ai preascolti possono testimoniare che Conti dice il vero, è sembrato a tutti abbastanza evidente che non credesse troppo nel brano di Sal Da Vinci vista la grassa risata alla fine dell’ascolto e quel commento sarcastico «Oh, ci vuole anche questo!». La realtà delle cose però è un pochino diversa, e oggi, a mente fredda, più lucida, lo possiamo affermare senza grossi timori di essere smentiti: la vittoria di Sal Da Vinci è da attribuire quasi esclusivamente a Carlo Conti. Il motivo è presto detto: in una playlist infestata di ballad o brutte o noiose, nella maggior parte dei casi entrambe le cose, chiaro che, per esclusione, ad emergere è un brano neomelodico, fresco, intenso (come solo un brano neomelodico sa essere), servito sul palco dell’Ariston con tanto di coreografia, che sta diventando, in maniera piuttosto preoccupante, un elemento fondamentale per mettersi in luce in quello che assomiglia sempre più ad un inutile circo mediatico fine a sé stesso, una giostra che gira, gira e gira ancora, senza arrivare mai fondamentalmente a nulla.

Il caso dei Ricchi e Poveri

Nel 2021 i Ricchi e Poveri, privi di un contratto discografico da tre decadi, brillarono su quello stesso palco con Ma non tutta la vita, che si rivelò un tormentone estivo che rivitalizzò, a sorpresa e non poco, una carriera che non aveva evidentemente più niente da dire se non attraverso loro immortali classici. Un piano ben architettato quello, dato che a quello che oggi è un duo fu affidato un pezzo pensato ad hoc da Cheope, Stefano Marletta e Edwyn Roberts, tre hitmaker pop. Per sempre sì è firmata da Sal Da Vinci e suo figlio, ma anche da Alessandro La Cava e Federica Abbate, due cinture nere di tormentone moderno all’italiana. Ma non tutta la vita, che in termini di trash non ci sembra seconda a nessuno, si classificò al ventunesimo posto della classifica finale del Festival, Per sempre sì invece ha vinto.

Quanto contano gli avversari

Non dipenderà mica dal fatto che nel 2021 la playlist, per quanto deprecabilmente troppo radiofonica, era più sensata e vivace? La noia di Angelina Mango, I p’ me, tu p’ te di Geolier, Sinceramente di Annalisa, Casa mia di Ghali, Tuta Gold di Mahmood, Vai! di Alfa, Apnea di Emma, Un ragazzo una ragazza dei The Kolors, Onda alta di Dargen D’Amico, Click boom! di Rose Villain, perfino Diamanti grezzi di Clara e Pazza di Loredana Berté; ci sentiamo di dire che in quella playlist nessuno si sarebbe nemmeno accorto di Per sempre sì. Diversa la situazione in un Festival, quello di quest’anno, in cui a giocarsela con gli unici brani decenti sono tre artisti (Sayf, Ditonellapiaga e, ci sentiamo di aggiungere, Fulminacci) sconosciuti al pubblico televisivo. Appare chiaro che l’effetto convenzionalmente chiamato trash non solo si mette in evidenza da solo ma assume connotati perfino intellettuali. Uno su tutti: Sal Da Vinci ha cantato da Dio in un Festival in cui qualche big in gara, senza soffermarci sui nomi, ha cantato a livello del tutto amatoriale.

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La polemica di Aldo Cazzullo

Due sono i lati positivi della vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo, a parte la storia commovente del ragazzo che dopo decenni di gavetta e dedizione totale alla canzone nazionalpopolare guadagna il proscenio. Il primo riguarda l’Eurovision Song Contest, al quale Sal Da Vinci non ci pensa nemmeno a rinunciare. Il secondo è dare la possibilità di spiegare la matrice del neomelodico, dato che l’analisi attorno a questa interessante ramificazione del pop è annebbiata da quello che non possiamo altro che definire pregiudizio. Un pregiudizio che tocca apici del tutto folli, come Aldo Cazzullo, secondo cui «Per sempre sì’ potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra», rimanendo attaccato a luoghi comuni anacronistici.

Cosa rappresenta la musica neomelodica a Napoli

Il neomelodico è un movimento culturale che poteva nascere solo a Napoli, nel capoluogo campano infatti la musica non è una disciplina che si applica, non è solo intrattenimento, non è solo cultura, non è solo linguaggio, non è solo tradizione, non è solo business, è tutte queste cose assieme, se a Milano la musica arriva, trasformandosi dunque in mercato, in manifestazione glamour, popolarità, follower, copertine patinate e, in pratica, discografia; dal capoluogo campano invece la musica arriva, perché troppo forte l’esigenza, secolare, della città di raccontarsi attraverso il canto. Un canto sguaiato, ultraromantico, la fascinosa esasperazione sentimentale, metafora della ricchezza del Sud, traduzione musicale di una tavola imbandita, accogliente in quello che è il più comune dei sentimenti umani: l’amore. Non esiste un solo luogo in Italia che, musicalmente parlando, si autocelebri come Napoli. Per dire: quante macchine percorrono le vie di Milano pompando al massimo, fino a far tremare i vetri O mia bela Madunina? Quanti ragazzi aspettano il passaggio della prossima metro a Roma ascoltando nelle cuffiette stornelli in romanesco? Probabilmente queste situazioni non esistono e non perché la tradizione sia meno tradizione, ma perché la tradizione è solo tradizione, ed è stata messa in soffitta, a ben ragione o meno, comprensibilmente o meno, ad impolverarsi come uno di quei vestiti che non calzano più. Ecco, appunto, a Napoli no, a Napoli la tradizione calza ancora perfettamente, perché facendo parte del patrimonio genetico dei napoletani, in maniera del tutto naturale si è trasformata, declinata, in qualcosa di estremamente presente, estremamente legato alla realtà odierna; non a caso infatti la più solida e strutturata scena rap in Italia è proprio quella napoletana.

Una questione di gusti

Puntare il dito contro la storica penna del Corriere della Sera però non sarebbe giusto, le critiche per la vittoria di Sal Da Vinci sono piovute addosso all’artista nato a New York da ogni parte. Forse perché, andando a ritroso nell’albo d’oro del Festival, notiamo che l’ultima volta che un genere che non fosse spudoratamente pop ha trionfato a Sanremo è stato nel 2021, la canzone si intitola Zitti e buoni e a cantarla sono i Maneskin che spiazzano tutti con un pezzo rock lontano dalla solita liturgia da musica leggera. Prima ancora forse gli Avion Travel, che vincono il primo Festival del nuovo millennio con Sentimento, canzone dalle tinte world balcaniche; vittoria anche quella accompagnata da una serie di proteste, fun fact, diametralmente opposte a quelle che popolano social e giornali in questi giorni per una canzone troppo poco nazionalpopolare. Ognuno ha i suoi gusti, men che meno quelli di oggi sono tempi in cui si può sindacare su ciò che piace essendo ogni possibile composizione musicale a totale e gratuita disposizione; però sarebbe bene specificare che il neomelodico è un approccio musicale dalla straordinaria potenza.

La schiera dei neomelodici

Saltiamo a piè pari Gigi D’Alessio, re indiscusso della disciplina, tanto da aver mantenuto certe caratteristiche anche quando se ne è un po’ allontanato per andare incontro ai gusti del pubblico fuori dalla Campania. Prendiamo in esame Spotify, ottimo termometro dell’andamento della discografia italiana. La lista degli artisti neomelodici è lunga e i numeri: impressionanti. Anthony, nuova stella in questo senso, sfiora i 500mila ascolti mensili, Rosario Miraggio supera i 450mila, così come Andrea Sannino, mentre Alessio viaggia sui 300mila, seguito da una caterva di ragazzi che viaggiano sui 200mila click al mese e non scendono quasi mai sotto i 100mila. Per intenderci, molto più di diversi capisaldi del pop italiano. Un genere, se così ci è permesso considerarlo, talmente potente da aver contagiato perfino artisti provenienti da altre regioni che hanno scelto di dedicarsi al canto in dialetto napoletano ottenendo un successo strepitoso. La Sicilia, per dire, ha adottato totalmente il neomelodico, non a caso Tony Colombo, considerato un must per tutti gli appassionati, è uno dei più seguiti volti della categoria ed è palermitano. Da Catania invece arrivano Gianni Celeste, Gianni Vezzosi e anche quel Niko Pandetta che poi ha fatto il balzo verso la trap. Sbolognare l’argomento con sufficienza dunque non è solo segnale che l’analisi, se c’è, è portata avanti in maniera maldestra, ma soprattutto non consente di comprendere un fenomeno dai tratti particolarmente intriganti e che è ingiusto stuzzichi subito l’associazione mentale con la povertà di cultura o, addirittura, il crimine organizzato. Sal Da Vinci ciò che sa fare lo sa fare proprio bene. Se non è di vostro gradimento va bene, figuriamoci, ma attenzione a sbandierare il proprio snobismo musicale, potreste rimanere sorpresi.

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