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Iran, l’ambasciatore d’Israele: «La guerra sarà breve, non faremo cadere il regime. Milizie curde? Non interferiamo»

06 Marzo 2026 - 16:35 Simone Disegni
Jonathan Peled Israele ambasciatore
Jonathan Peled Israele ambasciatore
Jonathan Peled a Open sulla fine della guerra: «La vittoria? Quando Teheran non rappresenterà più una minaccia per noi e l'Europa»

«Non sarà una guerra senza fine, ma un’operazione breve». A una settimana dal lancio dell’azione militare preventiva in Iran, Israele prova a sgombrare il campo dai dubbi che restano sugli obiettivi ultimi della «missione» e dunque sulla durata e dimensione del conflitto. Lo fa per bocca del suo ambasciatore in Italia Jonathan Peled. «Per 47 anni il regime iraniano ha ucciso americani, sparso il sangue degli ebrei da Israele fino all’Argentina e massacrato il suo stesso popolo», premette Peled parlando con un gruppo ristretto di testate, tra cui Open, accreditando una stima di 35mila vittime iraniane nella repressione di massa delle proteste di quest’inverno. In questo quadro, l’operazione «guidata dagli Usa» lanciata sabato 28 febbraio «pone le condizioni e dà l’opportunità agli iraniani di liberarsi da questo regime brutale». Tuttavia, precisa Peled, l’obiettivo della campagna militare «non è il cambio di regime, ma la rimozione della minaccia di sicurezza rappresentata dall’arsenale di missili balistici e dal programma nucleare». Quanto al futuro dell’Iran, se cioè sarà guidato ancora da una Repubblica islamica “ridimensionata” o da un altro tipo di governo o regime politico, «spetterà agli iraniani tracciarlo», rimarca Peled a Open. Valutazioni che non sembrano coincidere del tutto con quelle della Casa Bianca.

Regime change? La versione di Trump e quella di Israele

Nelle ultime 24 ore, in due diverse interviste a media Usa, Donald Trump ha detto di voler avere eccome a che fare con la scelta di chi governerà l’Iran dopo la morte di Ali Khamenei. «Vogliamo che abbiano un buon leader, e ci sono persone che penso potrebbero fare un buon lavoro», ha detto il presidente Usa dopo aver “respinto” la scelta di Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’Ayatollah eliminato, come nuova Guida Suprema. Chi sarebbe dunque per Trump il prossimo leader ideale dell’Iran? «Non lo so, ma a un certo punto mi chiameranno per chiedermi chi mi piace», ha detto Trump a Nbc, prima di precisare che lo diceva in modo «un po’ sarcastico». A tentare seriamente Trump, ammette lui stesso, è il modello Venezuela, in cui gli Usa dopo aver fatto fuori un dittatore impongono di fatto un successore gradito, sotto la minaccia della coercizione militare ed economica. È la prospettiva americana, che d’altronde ha in mano il pallino, non quella israeliana, fa capire Peled. «La Persia non è mai stata invasa nella sua storia, e l’Iran presenta tutt’oggi un mosaico etnico estremamente variegato. Non abbiamo alcun interesse ad interferire in esso. Abbiamo un enorme apprezzamento per il popolo iraniano, che ha una profonda connessione con il nostro. Speriamo in un futuro migliore per loro, ma spetterà a loro tracciarlo», dice l’ambasciatore rispondendo a una domanda di Open sul possibile ruolo delle milizie curde nel “completare il lavoro” di Usa e Israele dando la spallata al regime sul campo.

I limiti della guerra e il futuro dell’Iran

Su un punto per lo meno, d’altronde, Stati Uniti e Israele sembrano essere perfettamente allineati: il fatto che non ci saranno boots on the ground – nessun ingresso di truppe straniere in Iran per tentare di buttare giù il regime. Sarebbe una scommessa rischiosissima, di fronte alle centinaia di migliaia di uomini fedeli al regime tra esercito e Guardiani della Rivoluzione. Di più, l’autostrada per una nuova guerra senza fine in Medio Oriente come quelle in cui l’Occidente è rimasto ingarbugliato nel primo scorcio di secolo in Afghanistan e Iraq. Dunque, fa capire Israele, meglio riporre nel cassetto i sogni di cambio di regime – magari tramite ardite manovre della Cia – e lasciare che a gestire la drammatica resa dei conti con la teocrazia islamica siano gli iraniani stessi, se ci riusciranno. Il che non significa lavarsi le mano del loro destino. «Nessuno crede si possa vincere solo con una campagna aerea o solo con le armi», ammette Peled. «Poi ci va strategia politica. Ora è il momento della campagna militare, poi speriamo si creeranno le condizioni per successivi processi politici e diplomatici». Se così stanno le cose, dunque, come definire quando Usa e Israele potranno dichiarare «missione compiuta»?

Il nodo dei missili e la fine della guerra

Per trovare la risposta bisogna andare alla radice delle motivazioni dietro la guerra. Israele sostiene che l’operazione si è resa necessaria perché l’Iran ha dimostrato, in buona sostanza, di non aver appreso la lezione della guerra dei Dodici Giorni del giugno scorso. Dopo quel conflitto, «Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito speravano che l’Iran sarebbe stato disponibile a negoziare. Invece hanno rimesso in moto il programma nucleare e accelerato la produzione di missili, creando perfino delle città sotterranee di missili e inviando armi e aiuti per miliardi di dollari a Hezbollah e altri», spiega Peled. Gli Ayatollah avrebbero usato lo spazio negoziale aperto per prendere tempo e negli ultimi incontri con gli inviati Usa si sarebbero perfino vantati di aver nel frattempo rafforzato le loro capacità. Secondo fonti militari israeliane Teheran aveva accumulato a fine febbraio circa 3mila missili balistici – in grado di colpire Israele, i Paesi del Golfo e la stessa Europa – e se non si fosse fermato sarebbe arrivato ad averne circa 8mila entro il 2027. Una «minaccia regionale e globale», dunque, considerato pure il rifornimento costante di droni e altre armi alla Russia nella guerra all’Ucraina. Vittoria sarà la neutralizzazione di quel programma, dunque? «Non pensiamo che potremo distruggere tutti i loro missili», risponde Peled ancora a Open. «L’endpoint sarà fare in modo che non abbiano più la capacità di lanciare missili mettendo a repentaglio la sicurezza regionale, e che capiscano che devono cambiare strada».

In copertina: L’ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled – Roma, 7 ottobre 2024 (Ansa/Ettore Ferrari)

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