Pulsar, la cantante Ditonellapiaga: «Non scrivo canzoni politiche perché non mi sento adeguata. Ma vado alle manifestazioni»
«Quando escono le canzoni, poi non restano più solo mie e va bene così». A dirlo è Ditonellapiaga, ospite al Festival delle Stem 2026, organizzato da Open, in collaborazione con Iliad e tenutosi oggi, 8 marzo. La cantante ha raccontato come, in occasione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, sia stata utilizzata una parte della sua canzone «Che fastidio!», che ha raccolto un grande successo al Festival di Sanremo. «E dimmi cosa mi hai messo nel bicchiere, ha un gusto amaro e (non mi fido!) Perché mi gira la testa e tutta la stanza e finché non passa», è la strofa utilizzata. «Questo perché noi donne abbiamo sempre timore in certe situazioni», ha spiegato l’artista a Gabriele Fazio per Open. «È vero che non ci sentiamo mai del tutto sicure di andare in discoteca, perché devi sempre fare attenzione al fantasma del pericolo. Quindi sono contenta che questa parte sia stata utilizzata».
«Non scrivo canzoni politiche, ecco perché»
Riguardo alla sua partecipazione a manifestazioni e iniziative sociali, la cantante ci ha tenuto a riportare il suo impegno. «Quando posso partecipo, ma non penso mai al risultato o all’impatto. Da eventi come “Nessun dorma” a sostegno della Palestina, fino alle iniziative del 27, non scrivo canzoni politiche perché non mi sento adeguata. Aderisco, però, alle iniziative che mi sembrano importanti». Quanto alla direzione che prendono le sue canzoni, ha concluso: «Una volta che una canzone è pubblicata, non è più solo mia».
«Non ho studiato musica ma…»
Il post-Sanremo, per Ditonellapiaga è stato un po’ in salita: «Sono esaurita, però sta andando molto bene perché sto sicuramente raccogliendo tanti frutti di tutto il lavoro che ho fatto e che abbiamo fatto in
questo periodo». E ancora: «Il risultato di quello che c’è sul palco è un giusto equilibrio tra anni di esperienze più istintive e studi. Perché studiare troppo personalmente penso poi possa limitare un pochino la spontaneità. Non studiare ovviamente non ti permette di acquisire degli strumenti importantissimi. E la cosa che poi ho trovato assolutamente salvifica per me è studiare cose diverse. Quindi io in realtà… Vabbè, onesta, non ho studiato musica». «Ho studiato canto, ma non ho studiato musica. Però ho studiato recitazione, ho studiato danza, ho studiato storia del teatro. Tante cose che secondo me mi hanno stimolata molto nel poi creare quello che è un progetto musicale. Che non è soltanto le canzoni, non è soltanto la voce, ma gestire una squadra», sottolinea l’artista. «Credo che il mio primo approccio istintivo sia stato fondamentale nel rendermi spontanea e quindi anche nel sviluppare un po’ l’identità. Perché altrimenti poi si sta sempre a pensare solo alle regole», racconta. «Per alcune persone rischia di diventare un po’ una gabbia questa cosa. Invece l’approccio
istintivo è un modo per essere padroni della cosa. E quindi creare una cosa da zero anche non
sapendo come si fa».
Ditonellapiaga e il duetto con Tony a Sanremo
E proprio sul lavoro dietro a un concerto o una canzone a Sanremo che si concentra il racconto di Ditonellapiaga, per esempio quando ha cantato con TonyPitony: «Vi dico la verità, con Tony abbiamo provato un giorno, ci siamo visti e abbiamo detto facciamo questo pezzo, mettiamoci in mezzo un pezzo
italiano. Lui mi ha detto che avevamo già scelto di fare “Baciami piccina”, era una delle opzioni da
fare a prescindere da “The Lady is a Tramp”, e lui mi ha detto “mettiamola qui in
mezzo”. Poi gli ho proposto di fare una parte recitata, gli ho pensato a scriverla ed è venuto
molto naturale». E racconta: «Lui aveva studiato proprio a Londra, quindi ha fatto un’accademia teatrale molto più importante del mio percorso di studi. Sì, lui è un attore, è un attore formatissimo, balla il tip tap, cioè è una cosa che poi viene facile fare, viene un po’ più facile fare un’esibizione come quella nostra».
L’importanza dell’altro
«Ecco – aggiunge Ditonellapiaga – una cosa importante secondo me è studiare ciò che hanno fatto gli altri. Quindi io per tantissimo tempo ho fatto cover, ma un miliardo di cover e questa cosa mi ha permesso di trovare anche una mia vocalità nelle canzoni degli altri, quindi rubare, senza però poi mettermi a dire “adesso faccio una canzone uguale a quella”. Credo che sia stato il mio modo di apprendere forse, più che mettermi a studiare sui libri».
«La tecnologia? Un synth per me ha lo stesso valore di un violino»
L’artista ha raccontato a Fazio poi il lavoro sui pezzi, a partire anche da un particolare lavoro sulla voce anche in post-produzione. Un lavoro, fatto senza perdere l’essenza cantautorale, che diventa una perla dentro i pezzi come “Che fastidio”. «Beh, questo è a merito delle persone che fanno questo lavoro, ovviamente, dei miei producer, nello caso specifico, soprattutto in che fastidio voglio citare Alessandro Casanni che ha fatto la produzione, che è stato bravissimo. Cioè, la tecnologia è sempre un mezzo e non è un sostituto della creatività. Quindi un synth ha per me lo stesso valore di un violino. Poi sicuramente, magari, a premere il tasto e farlo suonare ci riesce chiunque, ma utilizzarlo in maniera creativa comunque ci vuole la padronanza, la conoscenza del mezzo, il gusto, che sono cose che comunque devi apprendere e devi allenare. E sì, sicuramente l’elettronica è un elemento abbastanza chiave della mia produzione». «Con Alessandro, per dire, andando a ritroso ci siamo meravigliati nel fatto che io e lui ci siamo conosciuti facendo cover soul e poi siamo finiti a fare elettronica senza averla mai ascoltata, perché non eravamo neanche particolarmente clubbers. Forse ci siamo appassionati al mezzo,
abbiamo trovato dei modi divertenti per esprimere la nostra creatività tramite i suoni, perché poi puoi generare un miliardo di suoni diversi, esistono addirittura dei plug-in in cui tu puoi inserire una sorta di tuo prompt in cui dici fondamentalmente a questo software che tu mi fai un suono di chitarra che suoni come un uccellino. E vi giuro che fate i riff che suono la chitarra ma sembra un uccellino, non so spiegare», racconta.
L’IA? Sì a patto che…
E sull’intelligenza artificiale? «Mah, ci sono ovviamente pre e contro, mi dispiace che magari sono dei mezzi che poi rischiano di farti rimanere più seduto, per dire ci sono artisti che non fanno più le armonie, non registrano più le armonizzazioni».
