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L’isola di Kharg, l’uranio, il regime change, l’implosione: 4 scenari per la fine della guerra in Iran

fine guerra iran isola di kharg
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Il conflitto costa a Washington un miliardo al giorno. E l'isola può diventare un'arma. Mentre sul tavolo c'è ancora l'ipotesi di attacco ai siti dell'uranio. Ma ci vogliono sbarchi, raid e blitz

Uno spazio in mezzo al mare di 20 chilometri quadrati che si trova a 25 km dalle coste dell’Iran e a meno di 500 dallo Stretto di Hormuz. Ma è il terminale del 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran. L’isola di Kharg non è ancora stata colpita dai bombardamenti. E se gli Usa ne prendessero il controllo potrebbero chiudere i rubinetti delle entrate del regime. Bloccando così gli stipendi ai soldati e ai dipendenti pubblici. Per questo è strategicamente così importante. E per questo la sua conquista è uno dei quattro scenari possibili per la fine della guerra in Iran. Che finora sta costando a Washington un miliardo di dollari al giorno.

L’isola di Kharg

A oggi l’isola di Kharg non viene bombardata per due motivi. Il primo è che è troppo importante per essere distrutta. Il secondo è che può diventare un’arma se gli Usa e Israele riescono a conquistarla. Il generale David Petraeus, che è stato comandante delle forze Usa in Iraq oltre che direttore della Cia, dice di sì. Anche al Pentagono sono convinti che l’Iran abbia concentrato tutte le risorse altrove e che l’isola sia sguarnita. Ma un’azione di terra è difficile da organizzare. Ci vogliono elicotteri e sbarchi sulla costa. Il dilemma dell’attacco all’isola fa il paio con quello dei siti nucleari. Dove c’è l’uranio che potrebbe essere preda di guerra e contribuire alla sua fine disarmando il regime. Ma anche qui ci sono molti problemi di prospettiva.

L’uranio

Intanto non è chiaro dove sia il minerale. Si sospetta che si trovi nei bunker di Isfahan oppure nei centri di Fordow e Natanz. Sempre interrato. È complicato anche il trasporto. Serve un intervento di specialisti. Una sua distruzione potrebbe essere pericolosa. Il Corriere della Sera ricorda che Jimmy Carter aveva pensato a occupare Kharg nel 1979 e alla fine rinunciò. Lo stesso presidente democratico subì, nell’aprile del 1980, il disastro del fallito raid per liberare gli ostaggi dell’ambasciata a Teheran. Infine, Donald Trump non ha ancora deciso se ricorrere all’opzione terrestre o meno. Anche se invece il senatore democratico Richard Blumenthal, dopo un briefing a porte chiuse al Congresso, l’ha paventata.

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Il sito di Isfahan

Gli scenari

Per la fine della guerra ci sono 4 scenari. Il più ottimista è il cambio di regime. Poi c’è la modifica del regime in stile Venezuela. Se gli Usa prendono l’isola di Kharg, però, il regime potrebbe resistere al massimo un altro paio di settimane prima di firmare la resa. In questo terzo scenario «tutti potrebbero cantare vittoria», anche se la realtà non si farà attendere: le sanzioni contro l’Iran non saranno rimosse e qualsiasi tentativo di Teheran di reagire con attentati si tradurrebbe in una nuova guerra. Il quarto scenario è il più preoccupante e prevede un collasso dello Stato che potrebbe somigliare a quanto accaduto in Siria durante gli anni di guerra civile.

L’implosione

«La mia idea è che Trump dovrebbe impadronirsi dell’isola di Kharg, minare o bloccare i porti iraniani e distruggere quanta capacità militare iraniana possibile nelle prossime due settimane. Oltre a minacciare il regime di ulteriori bombardamenti se massacra i propri cittadini», afferma l’editoralista del New York Times Bret Stephens. «Questa è la via più realistica per la vittoria al minor prezzo in termini di vite umane e risorse. E offre al popolo iraniano la migliore possibilità di conquistare la libertà».

I costi

Intanto c’è anche il tema del costo della guerra. Il presidente della Commissione per gli Stanziamenti della Camera degli Stati Uniti, il repubblicano Tom Cole, ha detto che costerà «un sacco». Per ora il Pentagono non fornisce dati ufficiali. Ma ci sono le stime, come quella che si trova sul sito iran-cost-ticker.com. Nella cui homepage c’è un contatore che mostra il costo della guerra per «i contribuenti americani». E ieri sera si avvicinava agli 11 miliardi di dollari (dopo quasi 11 giorni di combattimento).

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Una immagine cartografica dello Stretto di Hormuz tratta da Google Maps. Lo stretto divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran, e mette in comunicazione il Golfo di Oman a sud-est, con il Golfo Persico ad ovest

Un documento del think tank Csic dice invece che le prime 100 ore di conflitto sono costate 3,7 miliardi di dollari. E oggi ogni giorno costa 891 milioni. Alcuni funzionari del Pentagono sentiti dal New York Times hanno fatto valutazioni simili: la prima settimana sarebbe costata 6 miliardi di dollari (4 dei quali per la difesa). Alcuni repubblicani sentiti da Politico parlano di due miliardi al giorno. La spesa più ingente è quella per intercettare missili e droni iraniani. Che spesso sono low cost.

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