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Cosa c’è nella «borsa da guerra» delle donne libanesi che scappano dai bombardamenti

13 Marzo 2026 - 06:17 Roberta Brodini
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Cosa mettono nella loro borsa le donne che scappano dagli attacchi missilistici su Beirut? Ne parla un quotidiano libanese, ma non tutti sono contenti del servizio

Cosa si porta in borsa in tempi di guerra e bombardamenti continui? È quello che ha voluto approfondire il quotidiano libanese An-Nahar che ha intervistato diverse donne sfollate. La domanda era una e semplice, e l’intento quello di capire come un gesto elementare, ma intimo, continui a rappresentare e preservare la loro femminilità in un mondo in guerra.

«Cosa hai nella tua borsa da guerra?»

Ad essere colpiti in modo massiccio dagli attacchi negli ultimi giorni sono stati il Libano meridionale e anche a Sud della capitale Beirut e la valle della Bekaa, in particolare nella zona di Balbeck. La giornalista di An-Nahar ha scelto di girare per alcuni sobborghi di Beirut e di intervistare brevemente diverse donne sfollate, costrette dai bombardamenti a trovare riparo fuori dalle loro abitazioni, ormai bombardate o non più sicure, armate solo di una borsa con dentro ciò che per loro risultava essenziale al momento della corsa fuori casa. Ciò che emerge dalle loro risposte rivela un’abitudine alla quale ormai si sono arrese. Sono molte a fare riferimento alle «altre guerre» nelle quali hanno imparato a scappare e ripararsi.

Le scelte delle donne in fuga

Non tutte però hanno avuto tempo o necessità di preparare una borsa: «Quando inizia un’emergenza, non penso a niente. Ho solo lo stretto necessario. Se arrivano degli allarmi, prendo la borsa con i nostri documenti e i documenti che riguardano la nostra casa. Andiamo in un posto sicuro e non portiamo altro». Ha poi aggiunto: «Ho vissuto molte guerre e tutto si ripete: la stessa paura, lo stesso bisogno di fuggire e la stessa sensazione di impotenza. Alla fine, non c’è niente da portare se non ciò che garantisce la nostra sicurezza». Altre donne hanno, però, scelto di portare con sé oggetti e beni essenziali che continuassero a farle sentire bene e a loro agio, in un momento in cui la cura della loro femminilità poteva risultare secondaria: «Ho messo in valigia un sacco di cose: i nostri documenti, il mio beauty case perché mi fa sentire a mio agio e mi fa sentire come se mi stessi prendendo cura di me stessa».

Il kit di emergenza

Intervistata anche Ghida Anani, fondatrice e direttrice dell’ABAAD Resource Center for Gender Equality, che ha ricordato come il kit di emergenza debba includere documenti di identità, atti di proprietà, i documenti alla casa della famiglia, soprattutto quelli dei figli. Essenziali poi cellulari, caricabatterie, batterie di riserva, «vestiti di base o biancheria intima di ricambio, così come una bottiglia d’acqua o uno spuntino leggero come biscotti o datteri, sono articoli indispensabili». Evidenzia poi come le borse da guerra varino nel loro contenuto, a seconda che appartengano a donne giovani o single, a madri e per finire a donne anziane. Per le madri, non possono mancare latte, pannolini e altri indumenti per i bambini. Per le donne più anziane, farmaci e referti medici. Per le donne incinte o che allattano, farmaci per la gravidanza o prodotti essenziali per il neonato. Alia Awada, direttrice esecutiva di Nuqta – The Women’s Lab, ha ricordato come molte donne scelgano di portare con sé anche oggetti legati alla spiritualità, come libri o testi religiosi, o qualunque altro oggetto dia loro pace e serenità.

Il disappunto di altri sfollati libanesi

Non mancano, però, nei commenti al video sui social persone che si sono lamentate del campione selezionato per rappresentare la difficile situazione che sta vivendo il Libano. Il servizio è stato accusato di aver scelto appositamente donne povere, accanendosi su di loro e strumentalizzando la loro immagine per un racconto della guerra e degli attacchi. Un utente chiede che si parli anche delle persone comuni, che sono state costrette a trasferirsi e cambiare casa, ritrovandosi a pagare cifre da capogiro. Secondo le stime oltre un milione di persone sono state costrette a scappare dal sud del Libano. Tra loro, riporta l’utente, la stragrande maggioranza sta ora pagando per case affittate a cifre altissime, nonostante gli affittuari siano a conoscenza della situazione. «Ho affittato un posto a Brummana [un comune del Libano, situato nel distretto di Metn, ad est di Beirut, ndr] – racconta l’utente – l’affitto è di 3.000 dollari e il proprietario del supermercato mi ha detto che ora guadagnano quello che prima vendevano in un anno intero».


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