Trento, si fa operare per non avere figli ma l’intervento fallisce e rimane incinta: risarcita con 114mila euro

Quella di non voler più diventare madre era stata una scelta ponderata e definitiva. Eppure, per una donna di Trento, il percorso di autodeterminazione si è trasformato in un paradosso clinico e in una successiva battaglia legale davanti alla Corte dei Conti. Dopo essersi sottoposta a un intervento per la chiusura delle tube di Falloppio, la paziente è infatti rimasta incinta. Il motivo è emerso solo a fatto compiuto: i sanitari non avevano eseguito la legatura delle tube e, ancora più grave, non avevano informato la donna dell’esito parziale dell’operazione, lasciandola nell’errata convinzione di non essere più fertile.
Il risarcimento
Il caso, finito sotto la lente della magistratura contabile lo scorso anno, ha portato l’azienda sanitaria (Asuit) a dover pagare un ingente risarcimento danni per la gravidanza indesiderata della paziente. I giudici hanno ravvisato una palese violazione del diritto all’autodeterminazione nelle scelte sulla procreazione. Per il danno subito dall’azienda, la Procura ha citato in giudizio i due medici responsabili: uno dei sanitari ha scelto di pagare una quota di circa 47mila euro, mentre per l’altra professionista la responsabilità è stata sancita dai giudici a fine novembre, portando il risarcimento complessivo a quota 114.941 euro.
Le altre irregolarità
L’attività della Procura regionale ha però scoperchiato altre irregolarità nel sistema sanitario e amministrativo trentino. Una dottoressa ha dovuto risarcire oltre 51mila euro ad Asuit per aver trasformato l’ambulatorio pubblico in uno studio privato in nero. La professionista mascherava le visite private facendole passare per prestazioni di telemedicina esenti da ticket, sfruttando le normative emanate durante la pandemia, ma è stata scoperta grazie a una segnalazione partita dalla stessa azienda sanitaria.
La consulenza di Deloitte
Sullo sfondo delle indagini contabili resta poi il capitolo legato a Trento Rise e alla maxi consulenza da oltre 7 milioni di euro affidata a Deloitte. Nonostante la condanna in primo grado emessa a dicembre 2024 contro i vertici del consorzio e la società di consulenza per circa 743mila euro, la Procura ha deciso di impugnare la sentenza in appello. Secondo i magistrati contabili, la cifra stabilita dai giudici non sarebbe congrua rispetto ai danni contestati, e la richiesta di risarcimento per il fallimentare progetto di ricerca e innovazione sale ora a 1 milione e 646mila euro.
