Cosa determina le allergie alimentari? Un maxi studio individua i fattori che aumentano il rischio fin dalla prima infanzia

Per alcune famiglie basta una traccia di arachidi, latte o uova per trasformare un pasto quotidiano in un rischio medico. Le allergie alimentari oggi riguardano circa un bambino su dodici nei Paesi occidentali e circa un adulto su dieci, percentuali che negli ultimi decenni sono cresciute fino a trasformare queste condizioni in un vero tema di salute pubblica. Eppure la domanda chiave resta aperta: perché alcuni bambini sviluppano allergie alimentari mentre altri, esposti agli stessi alimenti non ne sviluppano nessuna? Una risposta arriva ora da una delle analisi più ampie mai realizzate sul tema. In una nuova revisione sistematica pubblicata su JAMA Pediatrics, i ricercatori hanno analizzato 190 studi per un totale di circa 2,8 milioni di bambini in 40 Paesi, ricostruendo i principali fattori di rischio che possono entrare in gioco già nei primi mesi di vita.
Dalla barriera cutanea agli antibiotici
L’obiettivo dichiarato dai ricercatori è stato chiarire quali fattori, tra quelli presenti già durante la gravidanza o nei primi anni di vita, risultassero più fortemente associati allo sviluppo di allergie alimentari nei bambini. Secondo il documento pubblicato su JAMA pediatrics, tra i fattori associati con maggiore forza allo sviluppo di allergie alimentari emerge soprattutto la dermatite atopica nei primi anni di vita, risultata uno dei predittori più consistenti in tutta l’analisi. «In particolare, i bambini con eczema presentavano un rischio significativamente più elevato rispetto ai coetanei senza manifestazioni atopiche precoci», spiegano gli scienziati. «Un risultato che rafforza quella che negli ultimi anni è diventata una delle principali ipotesi patogenetiche: la cosiddetta “ipotesi della barriera cutanea”». Si tratta di un’alterazione precoce della funzione protettiva della pelle, spesso visibile attraverso un aumento «della perdita d’acqua transepidermica», un parametro che misura quanto la pelle riesca a trattenere l’idratazione e quindi quanto sia efficace come barriera protettiva. Diversi studi inclusi nell’analisi mostrano che i bambini con una maggiore perdita d’acqua transepidermica presentano un rischio più elevato di sviluppare allergie alimentari. Un altro fattore determinante è il ruolo del gene filaggrina: una proteina fondamentale per la struttura dello strato più esterno della pelle. «Alterazioni di questo gene, già note per essere associate alla dermatite atopica, possono rendere la pelle più fragile e meno compatta», spiegano i ricercatori, «facilitando il contatto del sistema immunitario con allergeni ambientali».
Il ruolo della pelle
Da queste evidenze la revisione arriva alla conclusione che il primo contatto con l’allergene potrebbe avvenire «proprio attraverso la pelle e non attraverso il cibo». E dal punto di vista pratico rafforza l’importanza di una gestione precoce delle condizioni allergiche cutanee, in particolare della dermatite atopica, «non solo per controllare i sintomi ma anche come possibile elemento di prevenzione del rischio allergico». Accanto ai fattori legati alla barriera cutanea, la revisione ha individuato anche altri elementi associati a un aumento del rischio, tra cui la presenza di una storia familiare di allergie, il parto cesareo, l’essere primogeniti e l’uso di antibiotici nel primo anno di vita, tutti fattori che secondo gli autori potrebbero influenzare lo sviluppo del sistema immunitario e del microbiota intestinale nei primi mesi di vita.
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L’introduzione tardiva degli alimenti
Tra i risultati più rilevanti emerge anche il ruolo dei tempi di introduzione degli alimenti potenzialmente allergenici. Diversi studi inclusi nella revisione indicano che una introduzione molto tardiva di alcuni alimenti, in particolare oltre il primo anno di vita, potrebbe essere associata a un rischio maggiore di allergia rispetto a una introduzione più precoce e controllata. Il risultato si inserisce in un cambiamento progressivo delle raccomandazioni pediatriche degli ultimi anni. Se in passato si tendeva a ritardare l’introduzione di alimenti come uova, arachidi o pesce nei bambini a rischio, oggi molte linee guida suggeriscono che una esposizione alimentare non eccessivamente posticipata, quando clinicamente appropriata, possa favorire lo sviluppo della tolleranza immunologica, cioè la capacità del sistema immunitario di riconoscere quegli alimenti come non pericolosi. Un esempio spesso citato in questo ambito è lo studio clinico LEAP (Learning Early About Peanut Allergy) che ha mostrato come nei bambini ad alto rischio l’introduzione precoce e controllata delle arachidi fosse associata a una riduzione significativa dello sviluppo di allergia rispetto all’evitamento prolungato. Un risultato che ha contribuito a rivedere l’approccio preventivo adottato per anni in pediatria.
Fattori modificabili
Alla luce di quanto emerso nella maxi revisione, appare fondamentale per i ricercatori distinguere tra fattori modificabili e non modificabili: «Se elementi come la predisposizione genetica o la storia familiare non possono essere cambiati, altri fattori, come la gestione precoce della dermatite atopica, l’uso appropriato degli antibiotici o i tempi di introduzione degli alimenti, potrebbero rappresentare ambiti decisivi su cui intervenire con maggiore consapevolezza», spiegano. Nessuno dei fattori emersi preso singolarmente è sufficiente a determinare un’allergia alimentari, «si tratta tuttavia di indicatori di rischio fondamentali per migliorare l’identificazione precoce dei bambini più vulnerabili».
