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Petrolio russo e soldi all’Ucraina, l’ultimo ricatto di Orbán all’Ue prima del voto chiave in Ungheria

18 Marzo 2026 - 15:30 Simone Disegni
Orban Von der Leyen Costa Ue
Orban Von der Leyen Costa Ue
Il premier ungherese tiene ancora una volta bloccata l'Ue sugli aiuti a Kiev. Ma quello di giovedì potrebbe essere il suo ultimo Consiglio europeo

Bruxelles, 27 leader attorno a un tavolo, una decisione storica da prendere in un contesto di stress e pericoli per l’Europa, un Paese che si mette di traverso e manda gli altri ai matti. Alzi la mano chi non ha familiarità con questa situazione. Sono anni ormai che questa è la cruda realtà di molti dei principali vertici europei. A interpretare il ruolo del guastafeste (quasi sempre) il premier ungherese Viktor Orbán. Sarà così anche giovedì, quando a Bruxelles si aprirà il Consiglio europeo di primavera. Sole e temperature miti a parte, il clima per l’Europa è tetro, e dentro la sala del vertice ci sarà poco da divertirsi. I pensieri di tutti sono dominati dalla guerra «senza confini» che sembra essersi aperta in Medio Oriente dopo l’attacco Usa-Israele all’Iran. L’Ue teme che a beneficiarne finisca per essere il più temibile dei suoi nemici, Vladimir Putin, e vorrebbe quanto meno assicurarsi di poter tenere a galla l’Ucraina di fronte a nuove possibili spallate militari russe. Sulla strada degli aiuti necessari, manco a dirlo, c’è di nuovo l’ostacolo Orbán. Eppure per i leader Ue esasperati da anni di battaglie c’è una buona notizia: quello di domani (e venerdì, se si andrà per le lunghe) potrebbe essere l’ultimo Consiglio europeo di Orbán.

La grande paura dell’Ue per il collasso dell’Ucraina

«Questa non è la guerra dell’Europa, non l’abbiamo iniziata noi e non abbiamo interesse in una guerra senza fine», ha detto chiaro e tondo lunedì l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas, riassumendo il senso delle discussioni tra i ministri degli Esteri dei 27 sul conflitto in Iran. Messaggio di inedita presa di distanza dagli Usa, in pressing sugli alleati per avere altre navi da guerra nello Stretto di Hormuz. Ma frase utile a ricordare a tutti pure un’altra cosa: che la guerra «dell’Europa» – che riguarda i suoi interessi diretti e chiama dunque un suo coinvolgimento attivo – è un’altra e sempre la stessa, quella in Ucraina. Da quando è arrivato alla Casa Bianca, come promesso in campagna elettorale, Donald Trump ha via via asciugato il sostegno Usa a Kiev, sino a ridurlo praticamente a zero – se si eccettuano le armi che il Pentagono è disposto a far avere all’Ucraina a patto che le comprino e girino a Kiev i “volenterosi” governi europei tramite il programma Purl. Di fronte a questo scenario, «spolpata» da quattro anni di guerra, l’Ucraina aveva di fronte lo spettro della bancarotta finanziaria. Per questo dopo aver accarezzato l’idea di confiscare gli oltre 200 miliardi di asset russi immobilizzati nelle banche europee, al Consiglio europeo di dicembre i leader Ue hanno infine optato per un’altra soluzione per colmare la voragine nelle finanze ucraine: un prestito da 90 miliardi con fondi raccolti sul mercato e garantiti dal bilancio comune Ue. Un coniglio dal cappello tirato fuori dall’Italia di Giorgia Meloni che aveva convinto, con gli escamotage del caso, pure l’ostico Orban. Fino a prova contraria.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in conferenza stampa a Madrid alla vigilia del Consiglio europeo – 18 marzo 2026 (Ansa-Epa / Chema Moya)

Perché l’Ungheria ha bloccato 90 miliardi di prestiti Ue

La soluzione escogitata per bypassare il veto dell’Ungheria e delle alleate Slovacchia e Repubblica Ceca – che non vogliono spendere un solo centesimo per sostenere l’Ucraina – è stata quella di garantire a quei tre Paesi l’opt out, cioè la possibilità di restare fuori dal programma d’indebitamento Ue ad hoc per Kiev. I Trattati europei, d’altronde, prevedono esplicitamente la possibilità per gruppi di Paesi di procedere con iniziative ristrette di «cooperazione rafforzata». Per una volta la soluzione sembrava accontentare tutti. Ma la tregua è durata appena due mesi. A febbraio l’Ungheria è tornata sui suoi passi e ha annunciato il veto alla decisione del Consiglio Ue – già approvata pure dal Parlamento europeo – per far partire l’indebitamento ed il prestito a Kiev. La ragione? Il danneggiamento della Druzhba, l’«oleodotto dell’Amicizia» che rifornisce di petrolio russo Slovacchia e Ungheria, gli unici due Paesi a fare ancora affidamento sul greggio di Mosca. Secondo Kiev la pipeline – che corre per migliaia di chilometri dentro l’Ucraina – sarebbe stata colpita a gennaio proprio da droni russi. Budapest e Bratislava ne dubitano, e accusano in ogni caso le autorità ucraine di trascurare di proposito le necessarie riparazioni per minare il flusso di petrolio russo. Muro contro muro, con tanto di reciproche accuse al vetriolo tra Orbán e Volodymyr Zelensky. E prestito Ue al palo.

La missione della verità sull’oleodotto Druzhba

Dietro ai proclami belligeranti, come sempre, qualcosa in realtà si muove. Da quando è al timone del Consiglio europeo il portoghese Antonio Costa spende una parte notevole del suo tempo a cercare di mediare, smussare, misurare gli spazi di compromesso con Orbán. S’è capito così che anche questa volta una soluzione possibile alle viste c’era: spedire in Ucraina un team di tecnici specializzati a ispezionare i danni e riparare l’oleodotto. Dopo lunghi conciliaboli, anche con Zelensky, martedì Costa e von der Leyen hanno annunciato la svolta: l’Ucraina ha accettato l’offerta di supporto tecnico e finanziario dell’Ue per riparare l’oleodotto e far ripartire il flusso dell’«odiato» greggio russo verso Slovacchia e Ungheria. È la carta a sorpresa che dovrebbe permettere all’Ue di mettere ora Viktor Orbán con le spalle al muro al Consiglio europeo: con che faccia bloccherà ancora il prestito salvavita all’Ucraina, dopo aver incassato quello che chiedeva da settimane? Se lo farà, l’Ungheria contravverrebbe esplicitamente agli impegni sottoscritti formalmente a dicembre e dunque al principio di «sincera cooperazione» alla base dell’Ue stessa – il che potrebbe perfino aprire la strada all’attivazione dell’articolo 7 dei Trattati Ue, che prevede la sospensione del diritto di voto in Consiglio Ue ai Paesi «sleali».

Il rischiatutto di Orbán a un mese dalle elezioni

Dietro questo grottesco ping-pong, che si gioca sulla pelle del futuro dell’Ucraina, c’è in realtà una partita tutta politica. Domenica 12 aprile gli ungheresi andranno al voto per rinnovare il Parlamento, e a cascata il governo, e per Orbán all’orizzonte si staglia lo spettro della sconfitta. Da quando nel 2010 ha preso le redini dell’Ungheria (dopo una prima esperienza tra il 1998 e il 2002), il capo di Fidesz ha costruito un sistema di potere radicato, mettendo le mani sui media e sul sistema giudiziario, indebolendo la società civile e additando all’opinione pubblica nemici esterni – gli immigrati, la comunità gay, l’Ue stessa. Ma provenendo dallo stesso campo di centrodestra il suo sfidante Peter Magyar è riuscito a coalizzare le opposizioni e calamitare ampio consenso. Da un anno tutti i sondaggi lo danno in vantaggio. L’ultima super-media calcolata da Politico proietta Tisza di Magyar al 48%, nove punti davanti al Fidesz (39%). Di fronte alla prospettiva del tracollo del suo sistema di potere dopo 16 anni, Orbán sembra pronto a tutto. E il «nemico ideale» l’ha individuato negli ultimi mesi proprio in Volodymyr Zelensky. Chi come l’eurodeputato dei Verdi Daniel Freund negli ultimi giorni è stato in Ungheria è rimasto scioccato nel vedere le strade di Budapest tappezzate dei manifesti di Fidesz: non col volto di Orbán, ma col ghigno di Zelensky, additato a nemico del popolo ungherese. A riempire le piazze però è pure Magyar, e nella marcia da lui organizzata domenica per la democrazia e l’Europa si respirava «il desiderio di cambiamento delle persone», ha testimoniato Freund. Di più, «un senso di primavera». Nessuno di loro può dirlo apertamente, ma i leader Ue che domani entreranno a palazzo per il Consiglio europeo faranno più di uno scongiuro perché sia l’ultima volta che si trovano di fronte Viktor Orbán.

Folla in piazza a Budapest alla marcia convocata da Tisza in occasione della Festa d’Indipendenza dell’Ungheria – 15 marzo 2026 (Ansa-Epa / Boglarka Bodnar)

Foto di copertina: Il premier ungherese Viktor Orbán con i presidenti di Commissione Ue e Consiglio europeo Ursula von der Leyen e Antonio Costa – Bruxelles, 19 dicembre 2024 (Ansa-Epa / Olivier Hoslet)

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