L’allarme di Manuel Agnelli: «L’AI toglierà di mezzo gli artisti, ho sentito pezzi con la mia voce e ho avuto paura». L’intervista

Dall’incontro tra Manuel Agnelli, il collettivo di GERMI – LdC e SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori – prende vita Suoni dal futuro, un progetto triennale dedicato alla nuova scena musicale italiana che mette al centro creatività, diritto d’autore e dimensione live. una rassegna itinerante, una sorta di laboratorio permanente, in giro per l’Italia in nove città: Milano, Roma, Bologna, Napoli, Palermo, Taranto, Pesato e Torino, e in altrettanti piccoli club. Circa 100 band che si esibiranno nei prossimi tre anni, cinque serate al mese per dieci mesi l’anno. 96 concerti complessivi distribuiti in due tranche distinte tra primavera e autunno, a partire dalla prima sessione del tour 2026 vedrà protagonisti Dirty Noise, Dlemma, Grida, Kahlumet, Mars on Suicide e Wayloz. Un esperimento che vede coinvolta la SIAE, in quanto istituzione che protegge l’autorialità in Italia e che da anche al leader degli Afterhours la possibilità di tradurre a livello nazionale ciò che già fa da anni nel suo locale milanese Germi, in cui tanti giovani vengono ospitati per suonare la propria musica. Abbiamo colto l’occasione con Manuel Agnelli per provare a capire quali sono le difficoltà, fattuali e intellettuali, della musica di oggi, una giungla sempre più pericolosa per quei giovani che gli stanno tanto a cuore.
C’è stato un momento preciso in cui hai pensato che serviva un intervento per aiutare giovani esordienti ad inserirsi nel mondo della musica?
«Quando sono andato a vederli nei posti più impensati e ho visto che c’è un’energia pazzesca, bellissima, e grandissimo talento. Mi sono veramente reso conto che c’è una volontà pazzesca di non dipendere dalle dinamiche che ci sono oggi nel mondo della musica. Non solo i trend, ma proprio le dinamiche: lo streaming, il fatto di fare numeri, il fatto di diventare tutti degli influencer con un sacco di followers. Ecco, tutta questa roba qua malatissima e tossica non gli appartiene. E scoprire questa roba per me, ti puoi immaginare, è stato un grande sollievo, per cui si uniscono le due cose: prima la battaglia di civiltà, nel senso che comunque quando vedo che c’è una parte sana, promettente, di questa nuova generazione, io che ho vissuto un periodo devo dire abbastanza fortunato nella storia degli ultimi anni, vorrei contribuire, se non a ripetere quel periodo, almeno ad alimentare questo tipo di forze».
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Un’iniziativa davvero lodevole…
«Ma non è filantropia, io ho trovato tanto talento, ma proprio tanto, una maturità incredibile per la loro età, suonano tutti veramente bene fra l’altro, scrivono le loro canzoni, quindi hanno già volontà di fare del proprio materiale. Non è uno spirito imitativo, non a livello artistico sicuramente, ci sono mondi ai quali si riferiscono che li affascinano, però hanno già la volontà di sviluppare un proprio linguaggio. Io non sapevo dell’esistenza di questa miniera pazzesca di talento e quindi mi sono detto che tutto quello che potevo fare, siccome più o meno so come si fa, perché l’abbiamo fatto anche noi negli anni ’80 e negli anni ’90, lo dovevo mettere a disposizione».
Questo progetto poi offre la possibilità di fare gavetta e la gavetta fa la differenza. Forse alla mancanza di gavetta è dovuto un certo decadentismo nella nostra musica che tanti lamentano, perlomeno nell’universo visibile dell’industria…
«Il visibile è quello che il mercato e le dinamiche del mercato vogliono che sia visibile, questo è sempre stato così, e infatti questo è un punto molto importante, perché la mia generazione è cresciuta, si è sviluppata, senza le televisioni, senza le radio e senza i quotidiani. Noi finivamo rarissimamente nelle pagine degli spettacoli, nessuna radio grossa ci passava, c’era gusto il circuito di radio popolare al tempo, che era abbastanza influente, però era un circuito di radio molto piccole in giro per tutta Italia, ma sulle radio più grandi non passavamo. Non parliamo della televisione, a parte VideoMusic, che è stata credo fondamentale per la nostra generazione, le televisioni più grandi ci hanno sempre ignorato. E voglio ribadirlo, e lo ribadirò sempre: questa leggenda che io faccio i numeri adesso perché sono stato in televisione e prima non mi conosceva nessuno è una grandissima balla. Noi facevamo migliaia di persone anche prima che io diventassi un personaggio televisivo, naturalmente questa cosa mi ha dato tanti vantaggi, da tutti i punti di vista, anche economici certo, e anche la libertà di poter fare ancora di più quello che voglio, la libertà di poter avere i mezzi per poter fare anche questo tipo di iniziative qua, però prima noi facevamo tour di 140 date all’anno in giro per tutto il mondo facendo migliaia e migliaia di persone, vivendo di musica, anche piuttosto bene».
Questa separazione tra musica e tv, che è netta di fatto, quando poi andiamo a leggere i dati, ancora effettivamente ai più non è ben chiara…
«Esattamente: non è che tutto quello che non finisce in televisione non esiste o è piccolo, non è vero, ci sono un sacco di sistemi che sono meravigliosi, che vivono di vita propria. E te lo dico perché in realtà vorrei che si ripetesse questo tipo di fenomeno, che noi non creassimo un trend che fra cinque anni è vecchio, vorrei che si ricreasse un sistema virtuoso che vive di vita propria rispetto alle dinamiche della comunicazione. Noi vogliamo costruire qualcosa. E con “noi” voglio dire io insieme a tutti quelli che in giro per l’Italia stanno facendo le stesse cose che faccio io; e sono tanti, magari hanno un faccione meno conosciuto del mio, ma sono tanti. Noi non vogliamo andare contro le cose, però vogliamo anche spiegare un certo tipo di attitudine, non è che lo facciamo perché ci siamo alzati la mattina, perché siamo snob, così come ai tempi ci dicevano. Non è questione di snobismo, è questione di non riconoscerci in un certo tipo di dinamiche e di non volerle accettare».
Questo progetto aiuterà anche l’economia di un certo circuito, quello dei club, che sono il cuore pulsante dell’industria del live e spesso non sono aiutati a portare avanti progetti…
«Ci vuole un certo tipo di visione, anche da parte di chi i concerti li organizza, non stiamo parlando solo di club, ma anche di festival, che spostano un’economia ancora più grande. Negli anni ‘90/2000 l’Italia era piena di festival meravigliosi, questa cosa deve tornare per uniformarci a quello che già succede, perché un’altra grossa balla che si racconta è che i concerti sono roba del passato. In realtà i concerti stanno facendo dei numeri pazzeschi a livello di festival internazionali e anche in Italia. Non voglio difendere la bandiera del rock, ma i gruppi rock in particolare sono quelli che dal vivo fanno ancora più numeri di tutti. Noi negli anni ‘90 e nei 2000, fino agli anni ‘10 (poi alcuni sono rimasti altri no) facevamo molti più spettatori paganti di gente che andava in classifica. E questo ci tengo a sottolinearlo ancora una volta per sfatare definitivamente quest’aura di sfigati che se la sono cavata con la televisione, in realtà nel circuito live, soprattutto fino al 2010, abbiamo spaccato il culo a tutti. Non solo noi, ma tutti i gruppi della mia generazione. Poi ci sono stati tanti problemi, il provincialismo della nostra scena, l’autoghettizzazione, che sono nostra responsabilità, però è successo qualcosa».
Forse il Covid in questo senso ha proprio tirato una linea tra passato e futuro del live?
«Non voglio fare il sociologo dei poveri, però la gente dopo il Covid ha avuto proprio questa botta, questa voglia di uscire di nuovo e partecipare, rincontrarsi fisicamente, perché hanno provato cosa vuol dire non poterlo fare, per cui il live ha di nuovo avuto un’impennata pazzesca. Il vantaggio del live è la potenza comunicativa, il fatto che non hai filtri, quindi vai a vedere una cosa ti piace o non ti piace, non c’è qualcuno che ti dice che è figo se ti piace e non sei figo se non ti piace, vai e decidi, vai e percepisci un tipo di energia, un tipo di atmosfera, che è impareggiabile, da nessun’altra parte troverai una roba così potente come un live, che sia teatro, che sia stand up, quello che vuoi, ma la roba live non ha paragoni e anche questo è importante comunicarlo ai giovani, specie quelli cresciuti nel periodo del Covid».
In che modo credi di essere utile a questi ragazzi?
«Noi cerchiamo di dire a questi ragazzi che questa è la maniera migliore di crescere, di maturare artisticamente, di confrontarsi fra di loro, di scambiarsi gli strumenti, scambiarsi le esperienze, scambiarsi i contatti… ma è anche la maniera migliore di capire che così sono veramente indipendenti dalle logiche, dalle dinamiche, di un sistema che, per carità, se uno poi riesce in qualche modo a cavalcare, non c’è niente di male e l’ho fatto anch’io, a un certo punto in poi però bisogna maturare una coscienza, una consapevolezza di sé, della propria personalità, dei propri obiettivi e di quello che si vuole veramente. Perché poi chiaramente questo tipo di dinamiche di sistema ti mettono alla prova se non sei ultra convinto, solido e preparato».
Forse è anche un’epoca in cui i ragazzi devono imparare a dire di “No”…
«Io ho fatto anni di televisione dicendo questa cosa, perché rispetto ad altri che avevano buona fede, per carità, perché c’era chi non ce l’aveva, io ho fatto televisione non per trovare il nuovo talento, chi se ne frega, un talento non fa sistema. Io raccontavo un modo di vivere e intendere la musica che sui media non si racconta più, per cui era un’occasione quella, era un posto buono, se vogliamo, per andare a raccontare una visione che in televisione, nei media, non c’è non c’è più. Poi se diventi un cartonato, un personaggio, è più difficile essere credibili e non diventare retorici, però questa cosa io da sempre la dico. Non solo dire “No”, ma essere orgogliosi delle ragioni per le quali si è iniziato a suonare, che non sempre sono “diventare famosi”, non c’è niente di male però non può essere quello il primo obiettivo. Il primo obiettivo infatti di questa generazione che stiamo alimentando, promuovendo, cercando di mettere in luce, è di stare bene. Questi ragazzi suonano perché questo li fa stare bene, scrivono le proprie canzoni e non vanno in giro con pezzi di altri, con cover o pezzi prodotti da cinque produttori, che gli fanno uno la base, l’altro la rima alla fine. Questa generazione è la prima che starà peggio dei propri genitori dal punto di vista sociale, dal punto di vista delle prospettive sul futuro di qualsiasi tipo e quindi vive un malessere reale che ancora non ha identificato, che la rete in qualche modo alimenta, perché i social gli mettono una pressione mostruosa addosso sul fatto di dover essere per forza dei fighi perfetti, sempre bellissimi. Questa cosa è un’aberrazione, infatti molti di loro stanno cominciando a rifiutare i social, stanno cominciando ad usare Instagram per comunicare professionalmente, e WhatsApp perché si tengono in contatto, per quello dovrebbero essere fatti social: comunicare, tenersi in contatto, ma non per vivere una vita altra che non sarebbe nemmeno reale, ma per farci sentire meglio con delle balle».
Con le classifiche occupate dai rapper ci si sarebbe aspettato che il dibattito su tematiche sociali tornasse al centro, non mi sembra proprio però…
«Il riscatto sociale che c’è stato negli ultimi anni a seguito di un certo modo di vedere alcuni generi musicali, è una grandissima balla. Per 5 che ce la fanno, ci sono 30 milioni di ragazzi che non ce la fanno. È una balla che alla fine tu vai in classifica, ti fai le macchine, le case, le ragazze…c’è un materialismo che è pericolosissimo e dannoso, che ha portato a una destrutturazione, anche purtroppo a causa dei ragazzi, che non c’hanno più voglia di credere a niente, non c’hanno più voglia di fidarsi di nessuno. Hanno avuto anche dei cattivissimi esempi e questo adesso secondo me si sta finalmente trasformando in una voglia di reazione, una voglia di farsi un mondo a sé, e devo dire, con molto orgoglio, che quando li sento suonare, la maggior parte di questi capisce che suonare veramente, cantare veramente, scrivere veramente, è una delle vie che ci sono per cercare almeno un minimo di verità in un mondo che sta diventando sempre più finto».
In realtà di questo riscatto sociale sembra non importare quasi a nessuno nel rap di oggi…
«Allora, io adoro il rap militante di Public Enemy, di Run DMC. Ai tempi andavamo fortissimo in Italia con Onda Rossa Posse, Assalti frontali, per me era al tempo una manifestazione necessaria di un certo tipo di malessere, un modo, alle volte geniale, alle volte un po’ retorico, di rappresentare le cose, ma sempre comunque utile. Poi si è trasformato in un genere creativo dal punto di vista sonoro, all’inizio anche la trap mi piaceva molto, perché li trovavo disgustosi, così come ho trovato disgustoso il primo punk, e poi invece mi ha appassionato così tanto».
Cosa ti affascinava di quel disgusto?
«Disgustavano e quindi facevano parlare, finalmente c’era qualcuno contro la moda e la politica del consenso a tutti i costi, che negli ultimi anni ci ha ammazzato. Per cui tutti fanno le cose per piacere a tutti i costi, nessuno più rischia di non piacere, nessuno più rischia di dire qualcosa che può essere criticato, c’è stato un appiattimento mostruoso in un genere che comunque, anche se continuano a lamentarsi di non avere spazio, ormai sono 20 anni che monopolizzano le classifiche e le vendite, quindi è diventato un trend, per cui ci sono ragazzi di buona famiglia che vogliono fare i gangster. Ma non è questione di sincerità o no, è una questione di sistema».
Tu senti la mancanza di impegno politico nella musica di oggi?
«Assolutamente sì, lo vediamo anche adesso, quando un musicista prende parola viene assaltato immediatamente, perché i musicisti “devono pensare a suonare” e quindi non c’è proprio la cultura dell’usare l’arte e la musica all’interno del mondo sociale, non chiamiamolo neanche politico, quando in tutto il mondo è sempre stato il contrario. Secondo me è un dovere da parte di tutti i cittadini esprimere la propria opinione, prendere posizione, io credo che per chi ha un megafono che si è costruito da solo, come me, sia un vantaggio. Io sono un cittadino, dico quello che voglio, quando voglio, come voglio, ho un megafono che mi sono costruito da solo e lo uso per dire quello che voglio, responsabilmente, possibilmente, con tutti i limiti che ci possono essere. Per fortuna la democrazia ci permette di esprimerci anche se non siamo laureati in materia specifica».

Questo progetto lo stai realizzando con il supporto della Siae, che è una realtà decisamente diversa dal dire popolare. Molti pensano sia un tassa, in realtà mantiene viva la musica italiana.
«Tutte le istituzioni e le nuove invenzioni, non hanno in sé un senso o meno, sono gli uomini poi che danno a queste cose un senso per cui, a seconda di come vengono amministrate queste cose, possono essere molto positive o molto negative. Di fatto la Siae nasce per difendere il diritto d’autore, cioè difendere il/la proprietà autorale: se io scrivo una canzone, l’ho scritta io, l’idea è mia e quell’idea lì mi deve essere riconosciuta e quindi difesa, se qualcun altro la usa mi deve riconoscere la paternità di questa idea, per cui se qualcun altro usa le mie canzoni in qualsiasi modo deve riconoscermi che le ho scritte io e quindi deve riconoscermi una parte del guadagno che per lui queste canzoni generano. Sostanzialmente: se uno mette le mie canzoni da qualche parte, le suona da qualche parte, e viene pagato per questo, una parte di quel soldo è giusto che sia mio. La Siae è un ente che dovrebbe prima di tutto vigilare su questo, in linea molto generale quindi raccogliere i soldi, siamo proprio semplici semplici, che gli autori delle canzoni che vengono utilizzate hanno diritto a ricevere e poi ridistribuirli agli aventi diritto. Ora, la Siae è un organismo gigantesco e, come tutti gli organismi giganteschi, ha avuto delle crepe, ci sono stati altri movimenti, altre associazioni che si sono formate in alternativa alla Siae, la verità è che c’è spazio per tutti, per carità divina, io non porto la bandiera della Siae, però l’unico ente che riesce a raccogliere e ridistribuire questi soldi per gli aventi diritto è la Siae. Tanto è vero che altri enti che si sono proposti a fare queste cose, in realtà poi si sono accordati con la Siae per riuscire a portare a termine la loro funzione. In questo momento ci sono una presidenza e una direzione che hanno voglia di usare queste economie per sponsorizzare il mondo degli autori, io credo che questo sia il loro obiettivo principale, che è anche un po’ il mio, però loro specificatamente, per il fatto che questa nuova generazione scrive e per contrastare questo trend dove cinque produttori e cinque autori scrivono le canzoni per tutti che sono tutte uguali per assecondare poi i numeri, per assecondare l’algoritmo, è chiaro che è nel loro interesse far crescere una nuova generazione di autori. In più questo tipo di attività sta cercando di risvegliare, ricreare, riformare, tutto il mondo dei locali live e anche in questo naturalmente la Siae ha un interesse diretto, perché si tratta di rimpolpare tutto il panorama dei concerti. E quindi, in un modo o nell’altro, tutto quello che poi alla fine sta dietro anche al diritto dell’autore, per questo dico che è molto importante. Per questo dico che è molto importante parlare di Siae in questo momento come di una opportunità. Nessuno è obbligato a fare niente, però ho visto che in questi anni quando ci sono le persone giuste al posto giusto le cose vanno bene. Anche Filippo Sugar è stato un grande presidente, ha digitalizzato finalmente una situazione che era pachidermica, con Nastasi adesso abbiamo veramente la possibilità di avere un riferimento diretto molto efficace e che vuole lo sviluppo di questa nuova generazione, dal punto di vista autorale e dal punto di vista dei concerti live, per cui siamo molto felici dei mezzi che ci hanno dato a disposizione, speriamo di usarli al meglio».
Quando avete presentato questo progetto è venuto fuori un argomento sul quale ti ho visto particolarmente acceso: l’Intelligenza artificiale nella musica…
«Questa grossa balla che ci hanno raccontato sul fatto che con l’arrivo del web saremmo stati tutti più consapevoli e tutti uguali, tutti sullo stesso piano, che io potevo comunicare col presidente degli Stati Uniti in linea diretta etc., poi la verità è venuta a galla e molte di queste cose sono sicuramente state utilizzate per dividerci, per confonderci, per non farci trovare una verità, ma per farci credere tutto e il contrario di tutto. Se tu hai una teoria, su Internet la trovi confermata, sia che sia A, sia che sia Z, per cui da questo punto di vista non è mai l’invenzione, è sempre il modo in cui la si usa. Ancora una volta: l’Intelligenza artificiale è un’invenzione straordinaria, straordinaria come il digitale, come l’automobile, come è stata la rivoluzione industriale, da un certo punto di vista, poi bisognerà vedere come si usa. Le avvisaglie sono negativissime, dal punto di vista musicale l’intelligenza artificiale sicuramente verrà usata, perché ci sono già le avvisaglie per massificare la produzione, rischiare ancora meno a livello produttivo da parte dell’industria musicale e vendere dei pacchetti di musica corrispondenti a determinati generi e sottogeneri in maniera più o meno precisa. Ho sentito pezzi dove la mia voce sembra davvero la mia, fa paura veramente, i testi fanno ancora schifo ma, chi lo sa?, fra dieci anni magari faranno anche dei testi bellissimi. L’industria musicale toglierà di mezzo gli artisti, toglierà di mezzo i produttori, toglierà di mezzo qualsiasi cosa e produrrà, massificandolo, un prodotto che è come la pasta geneticamente modificata, un prodotto tossico che andrà a togliere lavoro a milioni di persone, che andrà a togliere il libero arbitrio e la possibilità di comunicare liberamente che il mondo dell’arte ci ha sempre dato. Quindi ancora più controllo, ma senza avere un uomo dietro, un uomo inteso come essere umano. Alla fine la musica non significherà niente, perché chi se ne frega dell’arte prodotta da una macchina? Ci sono i maniaci della novità, i maniaci della tecnologia, che sono eccitati da queste cose, ogni volta che arriva una novità si fanno le seghe e la devono capire prima degli altri, la devono difendere prima degli altri, indipendentemente da quello che significa, ma le cose vanno fatte per noi, non intorno a noi o nonostante noi. L’intelligenza artificiale è un pericolo reale, perché toglierà anche l’incentivo alle case produttrici di andarsi a cercare artisti. Perché è faticoso gestirli, perché è faticoso farli crescere, perché ci vuole tempo, rischio imprenditoriale, spese di produzione. In realtà imprenditorialmente questa roba è pazzesca: non spendi un cazzo, non rischi un cazzo e guadagni. Già adesso esistono le streaming factory, queste fabbriche che per un tot di soldi ti danno degli streaming che sono effettivi, ci sono delle macchine dentro che fanno gli streaming, sono streaming veri, ma non c’è dietro una persona, quindi è tutto un mondo virtuale per raccogliere quattrini. La trovo una roba terrificante, anche lo schiavismo poteva avere senso per qualcuno: facciamo lavorare a zero costo questi poveri umani, certo che conveniva, ma era disumano e finalmente, giustamente, è stato abolito quasi completamente in giro per il mondo. Ci sono cose che, anche se sono convenienti, se sono efficaci a livello imprenditoriale, sono mostruose, l’intelligenza artificiale usata così è mostruosa».
La rivoluzione, anche alla luce di ciò che dici tu, sembra inevitabile. Come si può combattere? Come si può evitare che si perda il valore dell’apporto umano ad una qualsiasi opera?
«Ci vogliono dei filtri, bisogna che ci siano, come ci sono in altri ambienti, dei comitati di sorveglianza, che è una definizione molto brutta, perché subito hai l’idea della gente che ti controlla e dice che cosa devi fare, ma è il contrario. Come nel cibo, come nel vino, come nell’inquinamento in generale, ci deve essere gente che deve garantire che le cose vengano fatte in maniera non dannosa per ognuno di noi. Piantiamola di pensare che l’uomo si possa autoamministrare, non è così, ce lo siamo dimostrato mille volte, quindi ci vogliono questi comitati prima di tutto e ci vuole un ritorno secondo me a un’etica, parlo sempre del mondo della musica, dove anche i giornalisti devono tornare ad avere le palle per prendere posizione, che vuol dire esprimersi su cose che, nonostante funzionino, siano grandi eventi, facciano numeri, alla fine sono fenomeni sociali, certe volte deleteri».
