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La violenza sessuale come arma di guerra: perché in Sudan vengono struprate così tante donne – Il video

31 Marzo 2026 - 11:05 Olga Colombano
Oltre 3.000 sopravvissute hanno chiesto aiuto a Medici Senza Frontiere tra gennaio 2024 e novembre 2025 denunciando di essere state violentate e picchiate

La guerra civile in Sudan, esplosa nel 2023 e arrivata nel 2026 al suo quarto anno di devastazione, ha già costretto milioni di persone a lasciare il Paese. Ma dietro alla devastazione visibile di bombardamenti, uccisioni, distruzione di case e infrastrutture, si nasconde una crisi spesso meno raccontata: la violenza sessuale contro donne e ragazze nel Darfur. Nel Darfur, infatti, la violenza sessuale è una arma di guerra utilizzata per terrorizzare intere comunità e punire gruppi etnici o persone associate al “nemico”. Secondo l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF), intitolato C’è qualcosa che voglio dirti: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur, tra gennaio 2024 e novembre 2025 oltre 3.300 sopravvissute hanno cercato assistenza nei centri dell’organizzazione. L’Ong ritiene che la violenza sesuale sia diventata una «caratteristica definente del conflitto».

I dati del Darfur

Nel Darfur meridionale, circa 1 sopravvissuto su 5 aveva meno di 18 anni, inclusi 41 bambini sotto i 5 anni. Gli abusi non avvengono solo al fronte. Uomini armati colpiscono nei mercati, nei campi agricoli e lungo le rotte di fuga. La strategia è chiara: colpire le comunità non arabe per sradicarle dal territorio. Ma anche nel Darfur settentrionale si può vedere la gravità della crisi. Nel campo di Dada Naira, a Tawila, sono arrivate a partire dal 2025 ondate di sfollati molti dei quali hanno camminato per giorni, vivendo bombardamenti, torture e perdite di familiari lungo il percorso. Secondo i dati di MSF il 90% delle donne arrivate nel Darfur settentrionale ha subito violenze durante gli spostamenti tra le città.

Le testimonianze

Le storie delle sopravvissute raccontano l’orrore quotidiano che sono costrette a vivere le donne in Sudan. Aisha, 28 anni, ha perso suo marito e il figlio di 12 anni durante i bombardamenti a Al Fasher. Durante la fuga verso Abu Delaig è stata violentata più volte davanti ai propri figli e, mesi dopo, ha subito un secondo stupro che le ha provocato un aborto e danni fisici. «La nostra vita era bellissima, ma dopo che mio marito e mio figlio sono stati uccisi… avrei preferito morire anch’io», confida agli operatori di MSF. Halima, 19 anni, ricorda i «disgustosi» controlli e le percosse subite lungo il viaggio. Molte sue coetanee, racconta, sparivano nel nulla durante i tragitti. Anche il personale medico, come l’ostetrica Naomi Samuriwo, conferma che la violenza è ormai una minaccia quotidiana che trasforma ogni attività, dal cercare cibo al prelevare acqua, in un rischio mortale.

Nella foto: Halima, 19 anni. Per gentile concessione di MSF

Il ruolo di Medici Senza Frontiere

Medici Senza Frontiere opera nei campi profughi e nelle comunità colpite, fornendo assistenza medica e psicologica e creando spazi sicuri per ridurre stigma e informare le vittime. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026, 732 sopravvissute hanno ricevuto cure immediate e orientamento verso trattamenti clinici nei campi vicino a Tawila. Gli operatori assistono le persone sfollate, documentano gli abusi e denunciano l’impunità delle Rapid Support Forces (RSF) e delle milizie alleate. Ruth Kauffman, responsabile medica MSF, spiega come «questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze».

La situazione del Sudan

Il Sudan è un paese del Nordest africano, strategico per la presenza del fiume Nilo e per le sue risorse naturali, ma tra i più poveri del mondo. Dal 2019, dopo la caduta del presidente Omar al-Bashir, il Paese è in continua crisi politica culminata nel 2023. È ad aprile del 2023 che scoppia una guerra civile tra l’esercito, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e la milizia paramilitare RSF, guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Da allora le RSF controllano gran parte del Darfur, mentre l’esercito mantiene il nord e l’est del Paese. Il conflitto ha costretto oltre 15 milioni di persone a lasciare le loro case e ha causato più di 150.000 morti. Città, come Al Fasher, sono state assediate, ospedali e scuole distrutti, e la popolazione civile subisce violenze, stupri e massacri. Sono anni che le organizzazioni internazionali denunciano i crimini di guerra, ma i negoziati di pace restano bloccati, lasciando milioni di persone intrappolate in una delle crisi umanitarie più gravi al mondo.

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