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«Abbiamo già vinto, finirà presto»: il discorso di Trump agli Usa sulla guerra con l’Iran

donald trump discorso alla nazione guerra iran
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Il presidente parla dopo più di un mese di guerra gli americani infuriati per l'inflazione. Dice che il conflitto era necessario e che finirà entro due o tre settimane. E invita gli altri paesi a liberare Hormuz

La guerra era necessaria. Abbiamo praticamente già vinto. E finirà presto. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump con un mese di ritardo spiega agli americani perché con Israele è entrato in guerra con l’Iran. Dopo aver annunciato con un video il 28 febbraio l’inizio di Epic Fury, è il momento dei discorsi solenni in prima serata dalla Casa Bianca: «Nelle ultime quattro settimane, le nostre forze armate hanno conseguito vittorie rapide, decisive e schiaccianti sul campo di battaglia, vittorie come poche ne hanno mai viste prima».

Mai viste prima

Venti minuti in tutto di parole in libertà, anche se il presidente sembrava in realtà leggere dal gobbo. «Stasera, sono lieto di annunciare che gli obiettivi strategici fondamentali sono vicini al raggiungimento», ha detto il presidente agli americani infuriati per l’inflazione e la benzina. Mancano al massimo «due o tre settimane», nelle quali l’Iran continuerà a essere colpito «duramente», anche in «ciascuna delle loro centrali elettriche». Sul prezzo del petrolio, si tratta di un fenomeno «di breve termine», mentre l’economia americana «non è mai stata così forte». Anche perché negli Usa non c’è inflazione, ha sostenuto, smentendo tutti i dati che dicono il contrario.

Finire il lavoro

«Sto facendo quello che nessun altro presidente era disposto a fare. Loro hanno fatto errori, io li sto correggendo», ha detto puntando il dito contro il “disastroso” accordo sul nucleare con Teheran di Barack Obama. «Nelle ultime quattro settimane, le nostre forze armate hanno conseguito sul campo di battaglia vittorie rapide, decisive e schiaccianti», ha messo in evidenza, precisando come gli Stati Uniti stanno «smantellando sistematicamente la capacità del regime di minacciare l’America o di proiettare la sua potenza oltre i propri confini. Siamo vicini a finire il lavoro e lo finiremo molto presto».

Lo Stretto di Hormuz

Sullo Stretto di Hormuz il presidente sembra aver abbandonato ogni velleità di conquista. Ma secondo Trump gli Stati Uniti, esportatori di petrolio, non dipendono dal Medio Oriente. I paesi che soffrono per il blocco di questa arteria strategica devono «occuparsene», ha dichiarato, promettendo al contempo di non «abbandonare» i suoi alleati del Golfo. Un’affermazione che si accorda con le voci che vogliono alcuni paesi arabi, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, pronti a scendere in campo al fianco di Usa e Israele.

L’uranio

Trump ha anche sorvolato sulla questione delle riserve di uranio arricchito dell’Iran (la «polvere nucleare», come la chiama lui), affermando che erano state sepolte molto in profondità dopo i bombardamenti condotti dagli Stati Uniti nel giugno 2025 e suggerendo che il monitoraggio satellitare sarebbe stato sufficiente per il momento. Il “cambio di regime” menzionato da Donald Trump all’inizio della guerra non viene più discusso, e la liberazione dello Stretto non viene nemmeno menzionata.

Gli obiettivi

Gli obiettivi della guerra? «Questa sera posso dirvi che siamo sulla strada per completarli a breve», ha detto, precisando che «il cambio di regime non era un obiettivo. Non abbiamo mai detto cambio di regime, ma è avvenuto perché tutti i leader sono morti. I nuovi sono più ragionevoli». Il commander-in-chief ha anche insistito sul fatto che se non ci sarà un accordo tramite le vie diplomatiche. gli Stati Uniti colpiranno tutti gli impianti elettrici iraniani «probabilmente simultaneamente. Finora non abbiamo colpito il loro petrolio, anche se sarebbe stato il target più facile, perché farlo avrebbe significato non dare loro neanche una piccola chance di sopravvivenza o ricostruzione».

I sondaggi

La maggioranza degli americani, che voteranno nelle elezioni di medio termine tra pochi mesi, si oppone al conflitto. Anche i sondaggi d’opinione indicano un netto calo di consensi per quello che era stato uno dei punti di forza della campagna elettorale dell’ex uomo d’affari. Secondo l’ultima edizione di un sondaggio, la percentuale di americani che si fidano del presidente nella gestione dell’economia del Paese è scesa al 31%.

La replica

Il primo a replicare a Trump è stato il premier australiano Anthony Albanese: «Gli obiettivi originali della guerra contro l’Iran sono stati raggiunti? Allora non è chiaro cosa resti ancora da ottenere. Ora che questi obiettivi sono stati realizzati, non è chiaro cosa debba essere ancora raggiunto o quale sia il punto finale», ha affermato.