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«Inferno sull’Iran»: dove potrebbero colpire gli Usa e perché Trump rischia l’accusa di crimini di guerra

07 Aprile 2026 - 17:20 Simone Disegni
DONALD TRUMP ATTACCO IRAN
DONALD TRUMP ATTACCO IRAN
Cosa succede se scade l'ultimatum per un accordo con gli Ayatollah? La lista degli obiettivi, il diritto internazionale e i timori del Pentagono

«L’eredità di cui andrò più fiero sarà quello di un peace-maker e di un unificatore: ecco cosa voglio essere». Quando il 20 gennaio dell’anno scorso Donald Trump si (ri)presentò all’America e al mondo come presidente rieletto fissò un obiettivo preciso e ambizioso per il segno da lasciare sui libri di storia: unire (l’America) e fare la pace (nel mondo). Probabile che Trump in queste ore stia rimuginando anche su quelle pesanti parole nel valutare la scelta da compiere sulla guerra all’Iran – se davvero rispetterà la deadline auto-imposta di martedì notte. Il bivio dopo 40 giorni di guerra è chiaro: accordarsi con quel che resta del regime iraniano per chiudere il conflitto oppure alzare ulteriormente di tono il confronto militare. Trump continua a tenersi aperte entrambe le vie, continuando però a usare iperboli sempre più minacciose. «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà», ha postato martedì. Ma che significa esattamente? Cosa prevedrebbe l’«inferno» sull’Iran minacciato da Trump? E quali conseguenze potrebbe avere?

Ponti e infrastrutture, la lista degli obiettivi

L’esercito americano ha detto di aver finalizzato lunedì la nuova lista di obiettivi che gli Stati Uniti – con l’eventuale supporto di Israele – potrebbero andare a colpire in Iran a partire dalla notte tra martedì e mercoledì se alla scadenza dell’ultimatum Trump darà il via libera. Dopo cinque settimane di raid in effetti gli analisti militari anche più vicini ai due governi pensano che Usa e Israele siano a corto di target credibili legati al regime iraniano o al suo esercito: tutto quel che si poteva bersagliare in queste settimane è stato bersagliato, uccidendo molti alti dirigenti – a partire dall’Ayatollah Ali Khamenei – e degradando le capacità aeree, missilistiche e navali dell’Iran. Ma il regime, con ogni evidenza, è tutt’altro che collassato, resta vivo e baldanzoso e pure in grado di reagire ai colpi – continuando a spedire missili verso Israele e i Paesi del Golfo e bloccando di fatto lo Stretto di Hormuz. Ecco perché la Casa Bianca ora parla apertamente di cambiare obiettivi andando a colpire target civili per definizione: infrastrutture energetiche e ponti. «Ogni ponte in Iran sarà decimato e ogni centrale andrà fuori uso, bruciando ed esplodendo, e non potrà più essere usata», ha detto lunedì Trump.

Lo spettro dell’accusa di crimini di guerra

Il presidente Usa aumenta la frequenza e la potenza evocativa delle minacce di distruzione da dare in pasto al pubblico, ma con ogni evidenza esita. L’ultimatum era già stato dato una prima volta a fine marzo ed è poi stato rinviato, e la stessa scadenza di questo è già stata «ritoccata» ad arte di qualche ora. Le ragioni di fondo sono due – una politico-legale e una pratica, militare. Prima ragione. Può suonare strano, specie in questi tempi cupi, ma anche la guerra ha le sue regole. O almeno così dovrebbe. Quelle di riferimento per il diritto internazionale contemporaneo sono stabilite dalle Convenzioni di Ginevra siglate nel 1949 – dopo la distruzione della Seconda guerra mondiale – e dai Protocolli annessi nei decenni successivi. L’articolo 52 del primo di questi Protocolli prescrive il divieto per i belligeranti di colpire non solo la popolazione ma anche qualsiasi obiettivo civile, definito per «deduzione» come qualsiasi obiettivo la cui distruzione non offra chiari vantaggi militari. Lo statuto della Corte penale internazionale (Cpi) si basa su questa norma per indicare come crimini di guerra gli attacchi diretti e intenzionali contro obiettivi civili, cioé non militari. È sulla base di questo principio, tanto per capirsi, che nel 2024 la Cpi ha spiccato i mandati d’arresto internazionale contro l’allora ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e il capo di stato maggiore Valery Gerasimov per via degli attacchi ripetuti e intenzionali alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina oltre che gli eccessivi danni ai civili.

I tentativi del Pentagono di evitare il peggio

Se n’è ricordata anche l’Unione europea, che nelle ultime ore ha ammonito Trump (senza citarlo): «Colpire infrastrutture civili, in particolare quelle energetiche, è illegale e inaccettabile», ha scolpito il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che parla (almeno in teoria) a nome dei 27. Gli Usa non hanno mai firmato il Trattato di Roma e dunque non riconoscono la giurisdizione della Cpi, certo, ma per un presidente eletto con la promessa di portare la pace vedersi inchiodato all’accusa internazionale di crimini di guerra sarebbe quanto meno imbarazzante. Così al Pentagono, secondo Politico, hanno passato il giorno di Pasquetta a «limare» la lista di obiettivi da colpire in caso di fallimento dei negoziati, includendo per quanto possibile obiettivi dual use civili-militari. L’equilibrio legale in realtà è fragilissimo, perché è evidente che impianti di desalinizzazione dell’acqua o centrali elettriche servono le necessità sia della popolazione che dell’esercito nemico. Tra scetticismo e divisioni, il lavoro è stato svolto ma la patata bollente è stata alla fine lasciata alla Casa Bianca. «Crimini di guerra? Quello vero è consentire a un Paese malato con una leadership squilibrata di avere un’arma nucleare», ha tagliato corto a precisa domanda ieri Trump.

Come potrebbe rispondere l’Iran

La seconda ragione dei tentennamenti americani si collega alla prima ma è decisamente più concreta. Se davvero gli Stati Uniti compiranno il salto di qualità militare che avevano «vietato» agli stessi alleati di Israele nelle scorse settimane, l’escalation è assicurata e il ciclo di eventi potrebbe rivelarsi incontrollabile per gli Usa stessi. L’Iran finirebbe probabilmente al buio, perderebbe forse molte delle principali reti di comunicazione. Ma il regime ha dato prova in queste settimane di poter sopravvivere a colpi pesanti, e ha già messo in chiaro di essere pronto a reagire scatenando pari distruzione. I Paesi del Golfo potrebbero ritrovarsi esposti a colpi ancor più devastanti, specialmente sui giacimenti di gas e petrolio. Secondo il Jerusalem Post, poi, negli ultimi giorni la Russia si sarebbe “portata avanti” col lavoro condividendo con l’Iran una lista di 55 obiettivi in Israele legati a infrastrutture energetiche. Mosca avrebbe ringalluzzito il suo infragilito alleato suggerendo che, data la sua autosufficienza energetica, «a differenza di molti Paesi europei la rete elettrica in Israele è caratterizzata da un altro grado di isolamento», dunque sarebbe relativamente semplice per i pasdaran provocare un collasso energetico totale e prolungato dello Stato ebraico. In uno scenario di escalation poi Trump potrebbe essere tentato di forzare ulteriormente la mano inviando forze speciali o vere e proprie truppe dell’esercito in Iran per provare a vincere «davvero» la guerra. E in quel caso gli esiti della missione diventerebbero davvero del tutto imprevedibili.

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