Chiello: «Ho i tatuaggi in faccia ma sono un cantautore, e questo manda in tilt la gente che ha bisogno di etichettarmi». L’intervista

Chiello è un cantautore spiazzante. Si fa conoscere giocando con la trap, poi finalmente può esprimersi al meglio, ispirato da una forma canzone che molti potrebbero definire vintage e che lui trova perfetta per tradurre un sentimentalismo talmente spiccato da risultare commovente, per i più sempliciotti: triste. Ma la tristezza di Rocco Modello da Venosa, 26 anni, altro non è, come racconta nell’intervista qui sotto, che la parte opposta della superficialità. Quest’anno un felice esordio al Festival di Sanremo con Ti penso sempre, dove è riuscito nell’impresa epica di non farsi ingoiare dalla folla di convocati di Carlo Conti. Ora lo aspetta un tour nei principali club dello stivale, un tour che partirà il 16 aprile 2026 al Gran Teatro Geox di Padova, per poi proseguire il 19 aprile all’Atlantico di Roma, il 21 aprile al Teatro Cartiere Carrara di Firenze, il 22 aprile all’Estragon di Bologna, il 28 aprile all’Alcatraz di Milano, per poi concludersi il 29 aprile al Teatro Concordia di Venaria Reale (Torino).
In questi tempi così trafficati, veloci, rumorosi, tu hai tutt’altro approccio, non solo poetico ma anche musicale….
«Alla fine si tratta semplicemente di sperimentazione. Ho bisogno sempre di ricercare nuovi input, nuovi stimoli, cambio spesso idea, sono indeciso, a volte mi piace qualcosa, a volte me ne piace un’altra. Questo disco è il risultato di tutto quello che ho ascoltato in questi anni, che ho assimilato e poi ributtato fuori a modo mio. L’ultima traccia è stata suonata tutta in presa diretta, molte batterie sono state registrate a nastro, abbiamo usato strumenti musicali veri, a partire dai synth fino a chitarre degli anni ’60. Rispetto agli altri miei dischi è molto più suonato, non che gli altri non lo fossero, però questa volta manca proprio la figura del produttore, è tutto molto vero. Così com’è, quello che abbiamo suonato, quello puoi sentire».
Non c’è una canzone che si intitola Agonia nell’album, allora partiamo dal titolo…
«Sì, le title track sono una roba che non mi è mai piaciuta, infatti non ho mai chiamato una canzone con il nome del disco, perché è una cosa a parte, diciamo le canzoni poi compongono il concept generale che è rappresentato proprio dal titolo, quindi Agonia. La parola “Agonia” deriva dal greco e significa proprio conflitto, può essere un conflitto con la vita, un conflitto con se stessi, ma anche un conflitto con le relazioni, quindi secondo me rappresenta bene il disco».
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Hai pensato che il riferimento letterario, che effettivamente è più morbido rispetto all’uso che noi facciamo della parola “agonia”, potesse risultare, tra virgolette, esagerato…
«Sì, l’ho fatto apposta per allontanare quelli che non devono sentirlo».
Chi sono quelli che non devono sentirlo, secondo te?
«Quelli fatti di marmo, quelli poco sensibili, poco empatici, quelli che sono stati inghiottiti dalla vita».
Troppo felici per essere decenti?
«No, non è una roba di felicità, perché la felicità è un istante. È più una questione di empatia e sensibilità».
Qual è il tuo rapporto invece proprio con la felicità?
«In questo momento sono alla ricerca della felicità, mi attira molto, sono stato ossessionato per tanto tempo dalla tristezza, dal dolore, adesso vorrei parlare anche un po’ della felicità, perché no? Solo che prima la devo trovare. In questi anni, soprattutto fino a due o tre anni fa, non stavo molto bene con me stesso, poi ci ho lavorato molto e adesso sto molto meglio, sto sempre meglio, quindi la felicità mi attira sempre di più».
C’è un brano che consideri simbolo di questo disco?
«Il brano di Sanremo non rappresenta appieno il concetto che ti dicevo, quel messaggio di cui volevo parlare, quello che volevo portare con questo disco, è più un pezzo del puzzle, diciamo. Come significato direi Polynesian Village, mi piace molto e rappresenta molto questo disco, sia a livello concettuale, ma anche per quanto riguarda l’approccio che abbiamo avuto, il modo in cui l’abbiamo fatta. Anche Sto andando via, che è l’ultima del disco, è una canzone zero manipolata, una canzone in cui abbiamo racchiuso quel momento lì, puro per com’era, e l’abbiamo sigillato».
Adesso che ci siamo messi alle spalle Sanremo, a mente fredda, che esperienza è stata?
«Sinceramente è stata una bella esperienza, me la sono vissuta davvero bene, è stato sicuramente stressante, perché non ho avuto nemmeno un attimo per pisciare, quello sì, però ho dei bei ricordi felici, mi sono divertito, ho fatto in modo di costruire intorno a me un’atmosfera giusta, ho portato la mia band, quindi avevo intorno a me tutti loro che mi sostengono e che mi vogliono bene e questo fa molto. Poi in generale mi ha insegnato sicuramente tante cose».
David Foster Wallace ha scritto un libro meraviglioso che si intitola Una cosa divertente che non farò mai più. Sanremo per te è una cosa divertente che non farai mai più?
«È molto probabile, sì. Ma io sono un indeciso quindi è probabile che cambierò idea, sono consapevole che con il tempo le idee cambiano e quindi ho sempre detto “Lo farò una volta nella vita”, però non si sa mai, magari tra 15-20 anni ci rivado».
Ti sei mai chiesto che problema ha la gente con la musica triste?
«Non so, ma io non ho niente contro la musica felice, quello che non mi piace è la musica superficiale. Ma è la stessa cosa anche con i film, ci può stare una volta all’anno che mi vedo una commedia, però di base mi guardo film che so che mi lasceranno qualcosa, che mi insegneranno qualcosa, e quindi non so perché ce l’hanno con quelli che ascoltano le canzoni tristi, però probabilmente perché hanno paura della tristezza, non se la sanno godere».
Forse più che un disco triste è un disco che affronta la tristezza come sentimento, non come conseguenza a qualcosa…
«Tristezza è una bella parola, mi piace, alla fine è una tristezza cosciente, un dolore consapevole, non è un disco disperato».
Tu tra l’altro provieni dal mondo della trap, che è vista come musica da giovani, tu hai notato anche un differenza nell’atteggiamento nei tuoi confronti?
«Certo, in generale per me era più un gioco la trap, non l’ho mai presa troppo seriamente, anche nell’approccio, anche nella creazione proprio. Noi andavamo in studio, ci mettevamo davanti al microfono e giocavamo, facevamo molto freestyle. Invece la musica che faccio ora, più cantautorale, me la vivo in maniera molto più pesante, è più un’ossessione, non è un gioco per me».
Tu hai avuto feedback da quel mondo là su quello che fai adesso?
«A volte mi chiedo: come possono le stesse persone appassionarsi a tutti e due i lati di me? Però poi alla fine penso che io sono cresciuto e anche loro sono cresciute, anche loro erano altre persone come me. Io mi ci rivedevo nella trap ma la maturità ti spinge a cambiare prospettiva».
Hai mai pensato che la tua figura fosse straniante rispetto quello che proponi musicalmente?
«Non mi preoccupo di quello che dice la gente, soprattutto quando il pregiudizio nasce dall’ignoranza, quindi non mi preoccupo di una persona che non mi conosce davvero e mi giudica solo dalla copertina, perché appunto si tratta di pregiudizi e non mi toccano sinceramente. Poi ovviamente, probabilmente, mi avrà dato un po’ fastidio, ma nemmeno al punto da ricordarmene. Anche i tatuaggi fanno parte di me, ma le persone hanno bisogno di incasellare, hanno bisogno di dare un nome alle cose, capito? E quindi quando fai qualcosa che magari va fuori, che loro non si aspettano, che loro non possono prevedere, il cervello gli va in tilt. Probabilmente è questo: il fatto che io ho i tatuaggi in faccia e scrivo le canzoni, non faccio trap ma faccio musica più cantautorale, quindi il fatto che mi ispiro alla musica vecchia italiana ha mandato un po’ il tilt delle persone, perché non è una cosa che vedi tutti i giorni».
A Sanremo mi hai detto che ti piacciono gli sport adrenalinici, ti sei regalato qualche esperienza per festeggiare l’esordio al Festival?
«No, purtroppo non ho avuto tempo per festeggiare più di tanto, ovvero abbiamo fatto una cena con tutti quelli che hanno lavorato al disco, la mezzanotte, quando è uscito, però più di quello non abbiamo fatto, però sicuramente voglio andare a surfare in Australia a maggio. Non l’ho vista e ci sono delle belle onde lì».
Cosa possiamo aspettarci dal tour? Come si fa a rendere bene, dal punto di vista scenico, questo concetto di agonia del disco?
«Sicuramente con la musica, gira tutto intorno alla musica, infatti questo tour sarà diverso rispetto all’altro, perché ho deciso proprio di rendere la situazione ancora più intima, ho deciso di togliere qualsiasi tipo di scenografia, saremo solo noi sul palco. Si tratta di creare l’atmosfera giusta, penso che se tutti siamo sintonizzati sulla stessa frequenza anche le persone si sintonizzeranno su quella frequenza».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco, in chi lo ascolta?
«Bella domanda questa, non me la sono ancora fatta, non so nemmeno ancora cosa ha insegnato a me. Sicuramente ci sono dei messaggi da cogliere, anche un po’ di speranza, tutti quanti mi hanno detto è un disco molto triste, ma secondo me c’è anche molta speranza in questo disco, però bisogna saperla cogliere».
