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Israele colpisce il Libano, oltre 200 morti e ospedali pieni: «È strage di civili». Il racconto da Beirut: «L’inferno in pochi secondi» – I video

08 Aprile 2026 - 21:59 Anna Clarissa Mendi
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Poco dopo le 14 di mercoledì 8 aprile, Israele ha lanciato quella che ha definito «la più massiccia ondata di raid su Hezbollah», sganciando oltre 160 ordigni quasi simultaneamente su numerosi centri abitati del Libano. Le testimonianze

Edifici residenziali in fiamme, auto carbonizzate e ospedali saturi. All’improvviso l’inferno è precipitato su Beirut. A poche ore dall’intesa tra Stati Uniti e Iran, le forze israeliane hanno lanciato un’offensiva senza precedenti in Libano. «La più massiccia ondata di raid su Hezbollah», è stata definita da Israele. In soli dieci minuti, cinquanta caccia hanno sganciato 160 bombe su cento obiettivi, tra cui numerosi centri abitati, da Beirut a Saida e Baalbek. Secondo il ministero della Sanità gli attacchi hanno provocato centinaia di morti e oltre mille feriti. «Una strage di civili», ha detto il premier libanese Nawaf Salam, citato dalla Bbc. Christopher Stokes, coordinatore delle emergenze di Medici senza Frontiere in Libano, parla di un attacco «su larga scala e del tutto inaccettabile», che ha colpito zone densamente popolate e costretto i team medici a gestire un flusso massiccio di feriti, molti dei quali bambini. «La situazione è caotica e i nostri team stanno inviando supporto ad altri ospedali nelle zone colpite», racconta.

Le testimonianze dal Libano: «Siamo intrappolati»

EPA/WAEL HAMZEH | Beirut dopo l’attacco israeliano

Mentre il fragile dialogo prosegue, sono soprattutto i civili a pagare il prezzo più alto. Le testimonianze che arrivano dagli ospedali sono allarmanti. Al pronto soccorso del Rafik Hariri di Beirut «arrivano molti pazienti, tra cui bambini, con gravi emorragie e ferite da schegge. Finora ne abbiamo accolti almeno 40, alcuni dei quali hanno subito amputazioni multiple», racconta Safa Bleik, vice coordinatrice medica di Msf. I raid israeliani, condannati da Onu, Ue e anche dal governo italiano dopo l’attacco a un convoglio dell’Unifil, hanno colpito indiscriminatamente abitazioni, negozi, ristoranti, garage, caffè e luoghi di ritrovo, ma anche gruppi di sfollati sul lungomare e nei quartieri popolari come Musseitbe e Tellet el-Khayyat, fino alle zone più esclusive di Ayn et-Tine, dove si trova la residenza del presidente del Parlamento Nabih Berri. «È come un tiro al piccione, siamo intrappolati», racconta all’Ansa Rania, sopravvissuta insieme alla figlia. Per chi vive in città, il paragone con l’esplosione al porto di Beirut del 2020 e con gli attacchi del 2024 contro Hezbollah è inevitabile. «Era da quel maledetto 4 agosto che non vedevamo una cosa simile», racconta Amer, infermiere all’ospedale Hariri.

La tregua in bilico?

La violenza è esplosa in una giornata che fino a poche ore prima era segnata dal cessate il fuoco di due settimane con l’Iran, già in bilico. Il presidente americano, Donald Trump, ha derubricato l’escalation a una «scaramuccia» che non ha nulla a che fare con il negoziato generale e ha deciso di inviare Jd Vance in Pakistan. Ma Teheran ha subito minacciato di non presentarsi ai colloqui e di richiudere lo stretto di Hormuz se l’Idf continuerà a colpire in Libano. Mentre la fragile struttura costruita dalla diplomazia sembra sul punto di cedere, la città cerca di resistere. Rimane però la sensazione che Beirut sia ancora una volta sul punto di ripiombare in un incubo.

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