Leonardo, perché Giorgia Meloni ha cacciato Cingolani e cosa c’entra Michelangelo Dome

Alla fine l’ha fatto davvero. La premier Giorgia Meloni ha sostituito l’amministratore delegato di Leonardo Roberto Cingolani indicando alla presidenza Francesco Macrì e per il ruolo di ad Lorenzo Mariani, l’attuale ad di Mbda Italia. Lo ha fatto nonostante l’alzata di scudi del mercato per i risultati brillanti conseguiti in questi anni. E nonostante i contrasti che ha generato nel suo stesso governo la decisione, con il ministro della Difesa Guido Crosetto che ha provato fino all’ultimo a farle cambiare idea. Ma cosa è successo per spingere Palazzo Chigi a prendere questa decisione? Le narrazioni sono contrastanti. Ma secondo molti dietro c’è Michelangelo Dome.
Perché Meloni ha cacciato Cingolani
Michelangelo Dome è un progetto di sistema basato sull’intelligenza artificiale per collegare apparecchiature e piattaforme con lo scopo di proteggere i cieli dalle minacce aeree, sulla falsariga dell’Iron Dome di Israele. Che Cingolani fosse vicino a Crosetto non lo dimostra soltanto il tweet del 2021 dell’oggi ministro che diceva «È uno dei migliori». E nemmeno la frase detta sempre dal ministro al Foglio: «Non è la politica che giudica un ad ma i numeri e i mercati». Ieri circolavano invece addirittura voci di dimissioni di Crosetto per la questione. Naturalmente si trattava di esagerazioni. Anche perché è difficile nella politica italiana vedere abbandoni di incarichi per solidarietà con qualcun altro.
Michelangelo Dome
Prima della notizia molti si erano chiesti il perché dell’addio alla poltrona. Il Financial Times aveva per esempio notato che tra le alleanze strette da Cingolani per Leonardo c’era quella con la tedesca Rheinmetall, Airbus e la francese Thales. Questo, secondo una tesi che ha circolato tra social network e giornali, faceva parte di una strategia industriale di integrazione nell’industria militare europea. Per creare una difesa comune smarcandosi dagli americani. Una decisione in controtendenza rispetto alla politica del governo e rispetto alle decisioni di Donald Trump in merito.
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L’ombra di Trump
Altri facevano notare che lo spostamento verso i partner Ue di Leonardo non era così marcato da causare un contrasto del genere. E che la maggior parte dei business europei dell’azienda era rimasto. Si faceva anche notare che a parte Profumo e Guarguaglini la durata media di un CEO in azienda era di tre anni, ovvero proprio il tempo passato da Cingolani sulla poltrona. Alcuni vedevano proiettata l’ombra di Trump nella decisione di Meloni. Nel senso che il presidente americano avrebbe spinto per la sostituzione dell’Ad per indirizzare gli acquisti dell’Italia verso i sistemi made in Usa.
Il retroscena
Oggi il Corriere della Sera piazza una serie di motivazioni dietro la scelta su Cingolani. La prima era la necessità, dopo la sconfitta al referendum di individuare profili più organici al governo. E a sostituirlo con Mariani, candidato da Crosetto per il ruolo di CEO tre anni fa. Come ha ricordato lo stesso ministro: «Lo chiedete a una persona che tre anni fa l’aveva proposto». Ma il quotidiano aggiunge anche che Meloni aveva «una crescente delusione» rispetto all’operato di Cingolani. A deteriorare il «rapporto fiduciario» hanno concorso poi una serie di innumerevoli dissonanze legate a promozioni interne alla società. Dove tanti dirigenti e manager hanno una storica consuetudine con l’universo di Fratelli d’Italia.
Due mesi fa
Ma la rottura vera e propria risale a due mesi fa. Il 12 febbraio Cingolani annuncia Michelangelo Dome. Il giorno dopo i due si trovano in volo insieme sull’aereo che li porta in missione in Etiopia. E la premier dimostra nei confronti di Cingolani «irritazione» per la troppa autonomia di Cingolani. Parlando di allerta di Stati Uniti e alleati europei. Da qui la decisione di cacciarlo.
L’altra versione
Ma c’è anche un’altra versione che coinvolge direttamente Michelangelo Dome ma non gli Stati Uniti. L’ha raccontata qualche tempo fa il giornalista economico Gianni Dragoni, che è stato una delle firme di punta del Sole 24 Ore. Su Michelangelo Dome Cingolani proprio al Fatto aveva risposto «Non lo sappiamo» alla domanda su quando sarà operativo il sistema. E che si parlava di inizi di studi per dare soluzioni funzionanti entro un paio d’anni.
Ma gli annunci dell’ad di Leonardo hanno portato Meloni a dire durante un vertice internazionale che l’Italia aveva una soluzione per proteggere l’Europa dagli attacchi missilistici. Ricevendo una risposta secca dai rappresentanti di Francia e Germania: si tratta di un’idea che è ancora sulla carta. Anche i militari italiani avrebbero ironizzato sul Michelangelo e si sarebbero lamentati perché Leonardo non produce altri sistema di difesa, in particolare i droni. Questa è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso di Cingolani.
