Roma Capitale, la riforma spacca-campo largo. Dem verso l’astensione e poi Sì in seconda lettura, M5s sul piede di guerra

La riforma di Roma Capitale si appresta a diventare una vera e propria mina per il campo largo. La legge costituzionale che si propone di assegnare maggiori poteri all’amministrazione capitolina, arriverà al voto in prima lettura alla Camera tra martedì e giovedì della prossima settimana, dopo il rinvio spinto dai dem per metterla al riparlo dagli strascichi del referendum sulla giustizia. «Volevano staccarlo un po’ dall’appuntamento elettorale, avevano questa esigenza. Ma in Aula il Pd voterà la riforma», azzardano da Fratelli d’Italia, che con il Pd romano e il sindaco Roberto Gualtieri ha fatto un lavoro di sponda per dare vita al testo.
Nella lettura dei meloniani, il Pd ha sollevato osservazioni quasi esclusivamente sulla legge ordinamentale che dovrà seguire alla riforma costituzionale, dunque non sul suo impianto, proprio per prendere tempo. Il punto, infatti, è che per i dem la questione è assai scivolosa. In commissione, davanti al niet di Cinque Stelle e Avs, hanno scelto la via dell’astensione. Ora dovranno decidere se confermare quella linea, trasformandola in un’astensione «costruttiva», oppure fare un passo in avanti e dare il via libera. Fonti parlamentari spiegano a Open che c’è tutta l’intenzione di compiere questo ulteriore passaggio, che non fa piacere agli alleati.
Il vertice dem
L’incontro per definire formalmente la posizione del Pd da tenere in Aula ci sarà tra lunedì e martedì della prossima settimana. Con tutta probabilità, almeno per la prima lettura, si convergerà ancora sull’astensione, anche se – si lavora in quella direzione – non è da escludere un’accelerazione da subito. Per il secondo passaggio parlamentare, invece, l’obiettivo è arrivare ad approvare la riforma con la maggioranza dei 2/3 scansando il referendum. «In prospettiva noi il provvedimento lo condividiamo e vogliamo evitare lo scenario delle urne», spiegano i dem.
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L’iter delle leggi costituzionali, infatti, permette maggioranza diverse nelle due votazioni che si celebrano a distanza di tre mesi. Per archiviare il rischio del voto popolare è sufficiente che la maggioranza qualificata si palesi anche soltanto nel secondo step. Altrimenti «manderemmo ancora una volta tutti gli italiani a discutere di Roma. Sarebbe meglio di no, chi sta a latitudini opposte giustamente non ne capisce molto». L’astensione in prima battuta, quindi, sarebbe l’escamotage perfetto per spostare più in là la decisione finale, allontanare le scorie del referendum e «limare» le sensibilità interne. «Il tempo è sempre utile. Le riforme strutturali si fanno col passo lungo, maratoneti non centometristi», sottolinea con una metafora chi segue da vicino il dossier. «Oggi con questo clima rovente è più difficile trovare la giusta serenità», tra tre mesi invece lo scenario può cambiare.
La partita di Gualtieri
Per il Pd, d’altra parte, mettersi di traverso su Roma sarebbe complicato. E il motivo ha un nome e un cognome: Roberto Gualtieri, che sta per giocarsi il bis in Campidoglio. Si tratta di un dossier che il sindaco ha seguito e sostenuto, più che apertamente. «È la sola via per tagliare questo traguardo storico. Se la riforma di Roma diventa la battaglia di una parte non si arriva lontano. Siamo partiti col piede giusto», diceva alla vigilia del via libera in Cdm, ringraziando il governo e chiedendo di far viaggiare in parallelo la legge ordinaria chiamata a definire poteri, risorse e ordinamento del nuovo ente.
Per il Pd, quindi, sabotare la riforma significherebbe smentire il suo sindaco. E qui si apre la faglia con i 5 Stelle e Avs. Per il M5s, il più contrario, il no è secco. Le obiezioni ufficiali sono di metodo e di merito, spiega Alfonso Colucci: «La riforma nasce da un accordo calato dall’alto tra sindaco, presidente della Regione e presidente del Consiglio. Ma soprattutto non risolve i problemi reali di Roma, perché non porta automaticamente risorse e non basta, da sola, a rendere più efficiente la macchina amministrativa». Una sorta di «autonomia differenziata comunale» che lascerebbe il campo a rivendicazioni analoghe di altre città, indigeribile.
I pentastellati sono convinti che la riforma finirà in un buco nell’acqua: la maggioranza «non si esporrà a un nuovo referendum» e il Pd, ragionano ambienti vicini al Movimento, difficilmente potrà arrivare a votare a favore. Pena l’accusa di intelligenza col nemico. «Alla fine della legislatura approvare una riforma costituzionale con Fratelli d’Italia» sarebbe grave, «ma il vero nodo per loro è Roberto Gualtieri».
